Donne di periferia

Una poesia di Vítĕzslav Nezval. La propongo come ulteriore antidoto “a tutti quei programmi televisivi che ci sommergono di bellezze artefatte, siliconate”; “all’abbuffata di bellone che sembrano uscire dal file di un computer”. Alle parole del sig. Marcello Buttazzo, che ritiene che dovremmo rincorrere una bellezza più a misura d’uomo, più acqua e sapone, io vorrei aggiungere che dovremmo pensare a quelle tante donne che lavorano e che non hanno il tempo, ma soprattutto le possibilità di affidarsi alle ritoccate dei chirurghi.

Sono sicura che farà piacere leggere (o rileggere) questo testo.

 

DONNE DI PERIFERIA

Ogni sera sigillano la miseria delle proprie dita

E indossando i loro cappellini escono

Col rosso rubino dell’estate e delle papilionacee

Abbandonando case dalle macchie tubercolotiche

 

I tordi le conoscono

E si disperdono a cercare la notte

Abbandonando la finestra richiusasi

In attesa dei nuovi subaffittuari

 

Sono questi una gatta tra falene e la luna

All’interno però la luce è spenta

E le scarpette soltanto delle smarrite abitatrici

Si incantano a riflettere come le loro proprietarie

 

 

Le loro gambe sono abituate ad azionare macchine da

Cucire

E ripetono i movimenti della culla

Quanto amerei alla loro illusoria ninnananna affidare

Le mie notti insonni le mie spasmodiche febbri

 

 

Le loro dita sono abituate al ditale

Così come quelle di altre donne lo sono all’oro

Che io odio come gli altari e le decorazioni militari

Come le dentature posticce come le cassaforti ignifughe

 

Le loro dita sono pungolate dall’ago

Così come le dita di altre donne lo sono dai baci

Dalla galanteria che ha oggi preso il posto dell’amore

Della poesia e di tutto ciò che un tempo adoravo

 

E cosa mai inseguo in quei quartieri periferici?

Nient’altro che il sogno

Di quelle grandiose ragazze di periferia

Per le quali la sera stappa la sciampagna della libertà…

 

Vítĕzslav Nezval (LA DONNA AL PLURALE, Einaudi 2002) 

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Una madre lo sa

UNA MADRE LO SA

un libro da leggere e da far leggere (non solo alle donne)

                                                                                                      di Concita De Gregorio

“Una madre lo sa”, con questo titolo la giornalista e saggista Concita De Gregorio ha affidato alle stampe la sua ultima fatica: un libro edito nella collana “Strade Blu” per i tipi della Mondadori.

Giocato sulla ricchezza semantica di questo verbo, il titolo ci sembra contenere una precisa dichiarazione di intenti da parte dell’autrice: creare un orizzonte condiviso e condivisibile con le parole su un tema molto complesso quale è quello della maternità. Perché sapere non vuol dire soltanto “disporre di determinate cognizioni, nozioni, informazioni”; è un verbo che richiama, come recita il Devoto-Oli, anche significati nei quali prevale l’elemento affettivo della partecipazione e dell’esperienza diretta, o, semplicemente, della consapevolezza. “In un mondo sordomuto di vite blindate, dove ogni incontro ha il sapore di un miracolo”, l’autrice vuole ”mettersi in ascolto…. trovare la lunghezza d’onda dell’altro…. capire e perciò <<sapere>>”.

Un passaggio, questo, posto nell’introduzione, che delinea il filo conduttore, l’intimo principio di costruzione del testo: aprire una via di comunicazione con la singolarità di esperienze, con un sentire privato, con la vita “come è”, che spesso non coincide con la sua rappresentazione corale, pubblica e condivisa.

La voce narrante, che non cessa mai di intrecciarsi con l’altra/altro, è in piena consonanza con questa volontà di condivisione. L’uso frequente del “tu”, del “voi” “Quando ti dicono”…. “La conoscete?” Cosa vi siete persi”, può servire anche a risvegliare echi di vicinanza che possono far dire a chi legge: anch’io l’ho vissuto, l’ho sofferto, l’ho gioito. Concita scrive anche per me.

Ci troveremo di fronte a storie che narrano esperienze non da giudicare ma da ascoltare, presentate, dall’autrice, con l’empatia necessaria a dare visibilità alle molte “facce” del materno, e anche con la consapevolezza di dover fare i conti con l’enfatizzazione del materno, quel maternale perfetto così abbondantemente rappresentato nella nostra cultura.

Storie “fuori norma”, dunque: di madri adottive, come quella di Federica, che “l’istinto materno se lo devono costruire pezzo per pezzo”; o quella di Mercè Anglada che non si è mai sposata ma che ha fatto nascere più di diecimila bambini : “Ogni bambino che ho preso per le spalle, per i piedi, per un braccio, è stato un po’ anche mio”. Storie di donne che vivono nell’impegno continuo di assolvere bene il loro compito di madri, pur svolgendo un lavoro che le porta spesso fuori di casa: “In aeroporto e al telefono con loro…. Al congresso e al telefono con loro…. In treno e al telefono con loro”. Eccezioni dicono gli altri, storie “fuori spartito” che non corrispondono al quadretto agiografico della famiglia. Eccezioni, dice il coro, come    le storie di donne che hanno elaborato progetti di vita diversi, che si sono autodeterminate mettendo in crisi la logica del sistema patriarcale. Così ha fatto Maria Rosaria che ha deciso di essere una madre “single”, al di fuori della famiglia, Maria Rosaria che aspetta Ettore , “il figlio del bancomat”.

E lo scarto aumenta quando ci si addentra in un terreno doloroso come è quello delle madri che si uccidono o che uccidono i figli. Vite dissipate sulle quali l’autrice si china con la pietà di chi sa ascoltare l’angoscia, la depressione che prende tante madri dopo il parto, davanti ad una nuova vita che non è più “dentro” ma “fuori” e che bisogna sostenere. Intreccia la sua voce a quella dell’ideatore dei Maman Blues, (le cliniche dove si cura la tristezza delle madri), dell’anziano giudice in pensione, del pensionato di Lecco, che si firma A. C. per spostare giudizi, rivedere catalogazioni, suggerire dubbi laddove tutto sembra classificato “Se la gente fosse attrezzata a capire, ad accogliere, a proteggere: ecco, forse, qualche voragine si potrebbe evitare”.

Non succede a tutte le madri, succede a pochissime. Esistono, per contro, tante madri coraggiose: che affrontano la vita con volontà e determinazione, che non mollano la carriera, che accettano il figlio down come “una meraviglia di bambino, il bambino che ho sempre desiderato”, che continuano a vivere dopo la perdita dei figli.

Come le madri di Plaza de Mayo, le donne che, per trent’anni, hanno reclamato i loro figli sfidando senza temere l’arroganza violenta del potere. Le stesse che hanno camminato con le scarpe sformate da migliaia di chilometri avendo “un figlio nei piedi”.

Come Lesley McIntyre che, per quindici anni, è vissuta accanto alla figlia disabile, una bimba “nata per non vivere nemmeno qualche giorno- avevano detto i medici- perchè qualcosa nel suo corpo consumava i muscoli e la vita”. Lesley è rimasta sempre con lei, ha lottato perché Molly, questo era il nome della figlia, non venisse emarginata “La tragedia non è la malattia, è che viviamo in un mondo che non è attrezzato per dare un supporto a chi non ce la fa”.

E’ il tema ricorrente della solitudine a definire il timbro emotivo dell’opera, solitudine che deriva, spesso, dall’assenza di situazioni familiari e affettive solide (se non, addirittura, dalla violenza che si consuma tra le pareti domestiche),  ma anche dalla scarsa incisività di istituzioni pubbliche per la famiglia che sappiano nutrirsi di una sapienza concreta, condivisa e valorizzata che è quella della “cura”.

C’è paura e felicità, sfida e pienezza di vita in questa avventura rischiosa e inebriante che è la maternità. Un’avventura che l’autrice non tralascia di indagare costruendola anche sulle emozioni di un viaggio tra malinconiche ninne-nanne spagnole, che “cantano ai figli la fatica di portarne il peso”, tra testi di autori noti, o del tutto sconosciuti, Atxaga, Rodari, Astrid Lindgren, Jamie Lee Curtis, che passa, nell’epilogo, attraverso le suggestioni dei film di Almodovar.

E’ a Volver, una storia di madri intrepide, divertenti, folli, sagge, capaci di appiccare un incendio e di tornare a casa con i sacchi della spesa e cucinare per tutti, che Concita affida la conclusione del suo lavoro. Una metafora forte che supera lo stereotipo del “materno” a una dimensione e ce lo restituisce nella sua molteplicità

Jolanda Leccese

Chiara Vigo

Chiara Vigo è una donna singolare un tipo “mediterraneo”: viso dai tratti marcati, capelli scuri, sguardo intenso, sorriso aperto.

È un’abile artigiana che vive e lavora a Sant’Antioco, un’isola del Sud della Sardegna (antica Sulci), dove è nata il primo febbraio del 1955.

La sua è una storia semplice, comune a molte donne del Sud che, ancora oggi, praticano mestieri antichi, tramandati da generazioni ed ingrati sotto il profilo economico. È stata definita “l’ultima Penelope del bisso” perché è in grado di eseguire personalmente tutte le fasi di lavorazione del prezioso filato con semplici strumenti, alcuni dei quali da lei stessa realizzati.

Tessere il bisso è un’arte antica, a tratti ancora avvolta in un mistero che la rende preziosa, “sacra”, dice la signora Vigo. Accostarsi ad essa vuol dire effettuare una scelta precisa, impegnativa, fortemente voluta. Diventare, infatti, un “maestro” del bisso come possiamo definire Chiara non è cosa semplice. <<I maestri – sono parole di Chiara – sono persone speciali, capaci di darti il grande patrimonio gestuale che possiedono e che nessuno studio e nessuna scrittura potranno mai tradurre>>.

Fin da bambina, nella grande casa dove è vissuta, insieme ai nonni e ai bisnonni, Chiara ha appreso dalla nonna, Leonilde Mereu, tutti i segreti della raccolta, filatura, tessitura e tintura del bisso.

Dopo aver studiato all’Istituto Magistrale, insegna per diversi anni, successivamente si occupa di giornalismo, viaggia e legge molto per arricchire la sua formazione fino a che, nel 1980, torna a Sant’Antioco con le idee molto chiare: seguirà le orme di sua nonna e diventerà anche lei “maestro del bisso”.

Guardare Chiara, mentre lavora, quando esegue la filatura con il suo piccolo fuso di oleandro o quando si siede al telaio, è sempre un’emozione, come afferma chi l’ha vista all’opera. Utilizza ancora un pesantissimo telaio in legno, ereditato dalla nonna. Non è possibile infatti lavorare il bisso con i moderni telai; il filato è estremamente delicato e potrebbe rompersi.

Le sue mani si muovono veloci e producono capolavori che lei definisce doni dell’acqua. Quando nel 1996 la Regione Sardegna le conferì il premio “Donna Sarda per il Tessuto” dedicò la sua opera “Il Leone di Tiro” a tutte le donne del mondo affinché anche loro potessero godere del riconoscimento a lei conferito. L’ultimo pezzo artistico, da lei eseguito, è un arazzo ricamato in bisso ritorto vecchio di 100 anni, che apparteneva al prof. Cosimo Sebastio, rivitalizzato, che Chiara ha regalato alla città di Taranto in occasione di un Convegno che si è tenuto nella città, nel mese di febbraio, sull’Antica Cultura del bisso (La Seta del Mare, il Bisso, a cura di Evangelina Campi, editrice Scorpione).

È un dono del mare il bisso. Nasce dal muco secreto da un mollusco bivalve la pinna nobilis, che, a contatto con l’acqua, diventa un bioccolo fibroso con cui l’animale si abbarbica al fondo del mare o prende il nutrimento, impigliando la preda. Emerso dalle profondità marine, grazie ad una delicatissima estrazione, e, successivamente, lavato, asciugato, strofinato, cardato, filato, il bioccolo fibroso diventa un filo lucente dai caldi riflessi serici. È la “seta marina” pronta per essere tessuta, per trasformarsi in stoffe leggere e soffici o in stoffe a foggi di pelliccia, calde quanto se non più, delle pellicce naturali, anch’esse morbide e soffici.

L’arte della tessitura del bisso, antica ed illustre, ricordata da Aristotele (Storia degli animali IV,6), vanta origini antichissime.

A Sant’Antioco si narra che la lavorazione del bisso fu introdotta dalla principessa Berenice, diretta discendente di Erode il Grande di Giudea, detestata dagli Ebrei perché alleatasi con i Romani.

A Taranto, nota sin dall’epoca magno greca per la fama dei suoi mitili, e fra essi la pinna nobilis, pareva fosse consuetudine, prettamente femminile, indossare vesti diafane, delicate e trasparenti, le tarentinidie, che evidenziavano e valorizzavano le forme. Anche se né gli storici né gli archeologi sono riusciti a documentare con assoluta certezza che tali pregevoli vesti fossero state realizzate con l’impiego del bisso marino, è certo comunque, che, nel ‘700 e per tutto l’800, a Taranto proseguì ininterrotta la lavorazione della lanapinna; numerose sono infatti, le testimonianze dei lavori in bisso realizzati a Taranto e poi inviati in dono ai nobili e potenti di Europa, anche alla corte di Pietroburgo.

E ancora, nei primi decenni del ‘900, a Taranto, come a Sant’Antioco, nelle pubbliche scuole di Avviamento Professionale o in scuole private, le allieve realizzavano manufatti in bisso marino di cui possiamo ammirare solo una minima parte, custodita presso collezioni private, enti museali e istituzioni nazionali. Alcuni manufatti, per esempio, si trovano nel Museo di Storia Naturale di Firenze “La Specola”.

Oggi la pinna nobilis, che ha subito una notevole riduzione a causa dell’inquinamento, delle attività illegali di pesca a strascico e della raccolta indiscriminata dei sommozzatori, è inclusa nel novero delle specie protette ed è certo impensabile che possa fiorire un’industria del bisso che richiede alti costi e grande tecnicismo.

Eppure dagli ambienti scientifici giungono notizie incoraggianti in merito alla possibilità di allevare la pinna nobilis in cattività e di prelevarne il bisso senza arrecare danni all’animale.

Sono notizie che lasciano ben sperare sul futuro della “seta del mare” da destinare non certo ad attività tessili, economicamente produttive, ma al recupero di un patrimonio storico, di un sapere antico di inestimabile valore documentario. Intanto a Sant’Antioco Chiara continua a lavorare. Il suo codice morale le vieta di ridurre la sua arte a strumento di sostentamento materiale o di lucro, ma non le impedisce di sognare di riuscire a tramandare agli altri il suo sapere, di essere sempre disponibile ad elargire le sue conoscenze. 

Jolanda Leccese 

Carla Accardi

Carla Accardi è un’artista che ha attraversato più di una stagione e le tante fasi che hanno scandito l’evoluzione pittorica della Roma degli ultimi sessant’anni.

Fa parte di quella generazione che ha determinato la fine dell’emarginazione della creatività femminile, come Louise Nevelson e Louise Bourgeoise o anche Agnes Martin e Niki de Saint Phalle. Siciliana di Trapani, dove è nata nel 1924, Carla Accardi è una signora tranquilla e decisa, calma in società ma agilissima nei continui viaggi interiori, sempre pronta a corteggiare l’imprevisto, ad esercitare l’avventura. Una foto di Elisabetta Catalano, del 1997, la presenta pensosa, con lo sguardo rivolto verso un altrove,  e insieme decisa come suggerisce la mano posta sulla gamba nel tipico atteggiamento di chi è in “surplace” ma  pronta a scattare. Non più snella è la figura ma le labbra carnose sono le stesse, i lisci capelli, che incorniciano il viso, gli stessi degli autoritratti giovanili eseguiti nel ’46.

Il mio interesse per Carla Accardi è figlio di una passione recente, nata, quasi per folgorazione, nei primi anni novanta, quando, nei miei studi su Angelica Kauffmann, mi sono imbattuta in un suo Bacco ed Arianna. Un omaggio ad Angelica, rivissuto attraverso la sua particolare tecnica del “segno”. Da allora, con lo zelo proprio degli iniziati, sono state svolte ricerche sulle pubblicazioni,  visitate mostre sull’artista. (Castello di Rivoli, 1998;  Galleria Borghese 2002; Museo Laboratorio dell’Università della Sapienza, Roma 2000; Macro, Roma 2004). L’ultima, in ordine di tempo, a Villa Remmert, Ciriè, che è stata aperta fino al 10 gennaio 2007.

E’ una pittrice attiva da un abbondante mezzo secolo, da quando, giovanissima, aveva cominciato a disegnare alberi e case della campagna siciliana o a rappresentare con un pennellino e l’inchiostro a china, ritratti molto somiglianti degli amici.  A Firenze, dove frequenta l’Accademia, ammira gli affreschi del Beato Angelico; la colpiscono la purezza dei toni del colore e il modo con cui esso è steso: una lezione che terrà presente nel corso dei suoi lavori. Poi il grande salto: il trasferimento a Roma nel 1947 e la militanza nel gruppo FORMA. I suoi compagni d’avventura sono Attardi, Consagra, Turcato e Sanfilippo, che diventerà suo marito nel 1949.Formano un bel gruppetto di pittori che si ritrova tra via Margutta, via del Babuino e Piazza del Popolo. Un altro luogo preferito è la trattoria Menghi sulla Flaminia dove, per sdebitarsi dei conti non pagati, affrescano le pareti con punti e virgole. Unica donna, in un consesso interamente maschile, redige e firma il Manifesto del gruppo FORMA, formulato sulle basi di una ideologia che intendeva affermare l’urgenza della pittura astratta nell’epoca contemporanea. Insieme anche ad altri giovani “arrabbiati”, che si chiamano Perilli e Dorazio, si inserisce nel vivo del dibattito figurativo-non figurativo, impegno politico e non, che caratterizza l’arte italiana ed europea tra la fine degli anni quaranta e il decennio successivo. Se, infatti, fino al 1952, la sua ricerca artistica si muove sulla linea della pittura costruttivo-concretista, dal 1954, la sua attenzione si sposta e si concentra tutta sul  “segno”. Il “segno” che le è stato compagno in tutta la sua produzione. Non è il suo un segnale assoluto ed inflessibile come in  Giuseppe Capogrossi ma               un “segno” perpetuamente variabile che, aggregandosi ad altri, in figure inattese e sconosciute, sembra tracciare danze sulla superficie. “I segni, dice l’artista in una conversazione con Vanni Bramanti, si scambiano questa loro vita solitaria e l’insieme che compongono, intrecciandosi ed inserendosi nella superficie del quadro, rappresenta con infinite varianti la vita e indica all’osservatore un modo per riconoscersi e capirsi. Il mio scopo è di rappresentare l’impulso vitale che è nel mondo”.

 

Arciere in bianco, esposto alla personale, organizzata dalla Galleria S. Marco di Roma nel 1955, registra un momento cruciale della pittura dell’artista che avvia una definitiva evoluzione rispetto al linguaggio di esordio e giunge alla dialettica severa del bianco e nero. Non sono colori ma sono, entrambi, luminosi, disposti a scambiarsi vicendevolmente sulla superficie il ruolo di “figura” e di “fondo”; suscitatori di un’ambiguità percettiva calcolata. Una sorta di scrittura enigmatica, priva di “messaggi”, come fu pronto a riconoscere Michel Tapié, gran padre dell‘informel francese. Sarà Tapié a consegnare, per la prima volta, la nostra Carla alla platea internazionale: si susseguiranno, da questo momento, mostre collettive e personali presso le maggiori Gallerie d’Avanguardia, a Parigi, Roma, Osaka, Pittsburgh, Tokyo, Londra.

A partire dagli anni sessanta la scrittura abbandona la dialettica secca del bianco e nero e si accende di colori, accentuando il valore cromatico nella bicromia:i  rossi di fiamma, gli azzurri,  i viola, i verdi, gli aranci. Rettangolo rosso, 1960, Arancio verde 1961, Rosa-azzurro, Rosso lilla, entrambi del 1961, Rosso-viola (62-63), richiamano alla mente i colori della terra di Sicilia e conferiscono al quadro, come afferma Germano Celant (Carla Accardi, Charta, 2001), un “potere ammaliante ed estatico”.

Quasi contemporaneamente nuovi materiali si sostituiscono alla superficie pittorica tradizionale della tela e della carta. Ecco irrompere, nei lavori, il sicofoil, una leggera pellicola  trasparente fissata su telai grezzi. Su questo materiale plastico, l’artista interviene con gli arabeschi e le spirali del suo arcano alfabeto,  stesi a larghe sagome,  che sembrano galleggiare nel vuoto. E’  una produzione tutta in funzione della luminosità della materia “materia congelata in luce”. Al suo interno, si collocano alcune prove esemplari dell’intero percorso creativo della Accardi: Tenda, Triplice Tenda, Rotoli con cui  l’artista  “entra nell’ambiente” estendendo i suoi interventi allo spazio reale . “Uso il sicofoil come luce, mescolanza, fluidità con l’ambiente intorno: forse per togliere al quadro il suo valore di totem”. Chi ha visitato la mostra che Danilo Eccher ha dedicato all’artista, nel 2004, al Macro di Roma, ha potuto interagire con questa struttura aperta e trasparente. “Sembra sottendere, è ancora Celant ad affermarlo, la necessità di consolidare il dialogo tra il dentro e il fuori, tra passato e futuro, tra maschile e femminile”.

La prima Tenda è del 1965. L’anno precedente l’artista è stata presente, con una sala personale, alla Biennale di Venezia. I suoi compagni di strada, in questi anni, sono Pistoi e Carla Lonzi. Grazie a loro intreccia contatti e scambi con Giulio Paolini e Luciano Fabro e si avvicina al gruppo di Torino dell’arte povera. Con Carla Lonzi compie viaggi, si impegna in conversazioni sulla creatività come veicolo della propria identità, sulla necessità di una ricerca consapevole e determinata dell’autonomia femminile. Un impegno nel “privato” della sua attività di artista che, inevitabilmente, all’epoca delle contestazioni del ’68, diventerà “politico”.

L’uso del sicofoil si estende anche nel corso degli anni settanta. Poi, a partire dagli anni ottanta, l’artista si impegna in una ricerca che vede intensificarsi il colore e ricoprire superfici di tela grezza.  Ora i segni vengono tracciati attraverso stesure ricche e corpose, forti, ciascuna, della propria differente energia. A volte sono macroscopici, diventano più chiaramente allusivi, ricordano becchi di uccello, foglie, piume, falci, onde: la vita con la sua energia. Gridi di dipinte piume, 1985, Nella rete dei rami, 1989. C’è Matisse, con il suo cromatismo gioioso, esplicitamente citato in Matissiana del 1982.

Nominata Accademica di Brera, nel 1996, riceve, nello stesso anno, a Roma, l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce. E’ l’anno in cui si inaugura una sua opera permanente, realizzata in mosaico, per la metropolitana di Roma.

Attraversare l’arte secondo prospettive inedite è un modo di procedere congeniale a questa “nomade dell’arte”. In linea con le avanguardie storiche dal Futurismo al Surrealismo, non ha disdegnato di entrare nel mondo della moda, di realizzare disegni per le stoffe delle sorelle Fontana, gioielli e ceramiche, anche un arazzo per la nave Raffaello. Questa è Carla Cardi. Un’artista con la vocazione spesso dichiarata di “stare al fianco della contemporaneità, di amarla e interpretarla nel suo farsi, nel suo mutare, mettendo in gioco, ogni volta, il patrimonio già acquisito”.

Sarà presente in una collezione permanente, recentemente acquistata dal Museo Regionale d’Arte Contemporanea di Palazzo Riso, a Palermo. L’inaugurazione è prevista, se non ci saranno problemi, per dicembre di quest’anno. E’ questo l’omaggio ad un’artista “storica” che ha onorato ed onora la terra di Sicilia.

Jolanda Leccese

L’amore è un dio

L’AMORE È UN DIO

                                                        Il sesso e la polis

Eva Cantarella (Feltrinelli, 2007, pgg. 175, € 13)     

 

Di “amore”  si può parlare in tanti modi: quello strettamente scientifico che assume come centrale il corpo e ne studia i processi biologici e le mutazioni, quello psicologico, quello antropologico e sociologico che collega i comportamenti sessuali alle regole del gruppo sociale.

E se è vero che la scienza delle religioni ha ormai occupato un posto centrale nella ricerca antropologica, si può parlare di amore anche attraverso i miti, sia che ci appaiano come immagini e proiezioni del sistema di comunicazione tra gli uomini o come manifestazione degli archetipi della psiche o come gli oggetti privilegiati di una fenomenologia della coscienza umana.

Spaziando opportunamente in alcuni di questi ambiti Eva Cantarella, che insegna Diritto greco antico all’Università di Milano, ha dato alle stampe “L’amore è un dio. Il sesso e la polis”. Un libro di lettura gradevole nel quale si presentano, a un pubblico di non specialisti, aspetti della vita privata dell’antica Grecia, relativi all’amore, alla sessualità, al matrimonio, alla famiglia; aspetti di una cultura che continua a far parte del patrimonio della nostra civiltà.

Ci sono, innanzitutto, le storie del mito, sottratte alla fissità dell’origine e restituite alla nostra memoria attraverso un racconto che appare profondamente sedimentato nell’esperienza della scrittrice, come custodito nel fondo della sua anima, libero da qualunque approccio filologico; un racconto che consente, a chi legge, di gustarle come episodi correnti.

Emergono in primo piano personaggi femminili perché, se l’Eros è privilegio degli uomini, ha, però, sempre avuto bisogno di riflettersi nelle cangianti immagini femminili di mogli, madri, amanti.

Accanto ad una Alcesti, pronta a morire, al posto del marito, alla bella, obbediente, saggia e fedele Penelope, ci sono Arianna e Medea che, per amore, hanno tradito la patria e la famiglia.

Arianna, regina del labirinto, aiutante magica, direbbe Propp, dell’eroe Teseo vittorioso sul Minotauro. Arianna ha più di un volto: abbandonata da Teseo (perché, forse, costretto a lasciare il campo a Dioniso) diventerà sposa del dio; o, caduta in disgrazia presso lo stesso Dioniso, per un suo atto di asébeia, empietà, l’unione sessuale con Teseo, sarà uccisa da Artemide per ordine del dio.

Medea, la più discussa delle madri, che non si rassegna a subire il ripudio di Giasone, “non si presta a giocare il ruolo della vittima, cambia le carte del gioco e ne diventa protagonista, facendo di Giasone la vittima”. Medea, personaggio capace di continui ritorni anche in pieno Novecento: sarà quella di F. Grillparzer, che eleva la sua protesta contro il razzismo nazista, o quella di Corrado Alvaro che presenta l’uccisione dei figli come il disperato gesto d’amore di una madre esule, vittima di intolleranza e persecuzioni, o sarà Demea, in Sudafrica, una principessa nera abbandonata da un Giasone olandese.

Continua la carrellata con Elena, Clitemnestra, Fedra, Antigone, Lisistrata, Ipsifile.

Donne: “il genere maledetto” da quando Pandora “male così bello”, “terribile flagello” (Afrodite le ha regalato la capacità di sedurre, Ermes, mente sfrontata, indole ambigua), è stata mandata sulla terra da Zeus per punire l’intero genere umano. Nell’elenco incredibile che Semonide di Amorgo presenta contro le donne, si salva solo la donna “ape”. Beato chi la sposa. Ama il marito, invecchia accanto a lui, alleva devotamente i figli.

Ma, all’interno del matrimonio, non c’è alternanza di rapporti. La donna è vista, soprattutto, come uno strumento per garantire la progenie; uno strumento, senza un ruolo attivo nella riproduzione biologica perché è l’uomo che la feconda ed ella si limita ad ospitarlo in sé.

 “Nella relazione del maschio verso la femmina, l’uno è per natura superiore, l’altra è comandata”. È Aristotele che parla; le sue affermazioni si lasciano agevolmente rispecchiare nel pensiero di Platone: “nel matrimonio – egli dice – le donne per natura più inclini al sotterfugio e all’astuzia, devono essere sottoposte al controllo del marito”. Avranno effetti plurisecolari queste affermazioni sul pensiero occidentale, nel sancire la differenza sessuale, nell’ispirare le alienazioni del diritto, la politica di controllo dei corpi relegati negli istituti matrimoniali.

In un mondo in cui le donne avevano un solo ruolo, quello di moglie e madre, una sola funzione, quella riproduttiva, non c’era spazio per le nubili.

Anche i miti hanno scoraggiato l’indisponibilità al matrimonio. Ben lo sottolinea la nostra narratrice-saggista quando riporta il mito delle donne di Lemno che hanno costituito una “selvaggia” comunità femminile dopo aver sgozzato i loro uomini che si erano allontanati per il puzzo tremendo che esse si portavano addosso. Perdono il fetore ed il potere ma ritrovano la felicità, quando si uniscono con gli Argonauti.

Muovendosi, dunque, nella dimensione fondamentalmente orizzontale del racconto mitico, la studiosa, nel suo discorso, si allarga a comprendere, accanto agli argomenti relativi alla condizione femminile in Grecia, altri, più specifici, che riguardano l’omosessualità in Grecia.

Importanti, a questo proposito, i capitoli in cui viene ripreso un suo precedente lavoro sulla bisessualità nel mondo antico, “Secondo natura”, alleggerito, però, dell’elenco di codificazioni, prescrizioni, divieti, concessioni.

Ne deriva un quadro di straordinario interesse in cui la natura della sessualità si coniuga con approcci culturali di volta in volta diversi, non certo per deliziare i lettori dei settimanali di consumo ma per offrire un approccio adeguato a codici di sessualità diversi dai nostri.

La “pederastia”, lungi dall’essere espressione di una libertà sessuale maggiore della nostra, appare come un’istituzione civica, ammessa solo se si rispettava un rigoroso codice sociale, che ruotava intorno alla differenza di età e alla codificazione dei ruoli: quello dell’eromenos, di chi subisce, e quello dell’erastes, del partner attivo, che la polis classica tutelava con grande attenzione.

Il libro si chiude con il racconto di un mito poco noto. Riguarda Erigone, una fanciulla che gli ateniesi onoravano durante la festa delle Antesterie. Figlia di Clitemnestra e di Egisto, o, secondo altre fonti, figlia di Icario, Erigone si era impiccata. Dondolandosi sulle altalene, le giovani, nelle Antesterie, ricordavano la sua morte e celebravano un rito di passaggio dall’età impubere a quella pubere.

Moriva, simbolicamente “la fanciulla” e al suo posto rinasceva una “donna” matura, pronta per il matrimonio, idonea a intrattenere rapporti sessuali.

Appartiene ad ogni tempo, a quello passato, ma anche al nostro presente questa immagine lieta di fanciulle spensierate che si divertono nei giorni che precedono il matrimonio. Attratti dal fascino del suo potere evocativo, ci potrà accadere, leggendo la storia di Erigone, di dimenticare gli schemi interpretativi che essa ci offre e di goderla, tutta, nell’incanto della sua forza narrativa.

Questo è, anche, il Mito.

Jolanda Leccese

Artiste a Roma

ARTISTE A ROMA

nella prima metà del ‘900

PIER PAOLO PANCOTTO

 

E’ stato recentemente dato alle stampe, per i tipi della casa editrice Palombi, “Artiste  a Roma nella prima metà del ‘900”. Ne è autore il professore di Storia dell’Arte Pier Paolo Pancotto, critico d’arte, noto al pubblico per le sue recensioni sulle pagine de L’Unità, curatore di mostre, tra le quali ricordiamo quella che si tenne, nel 2004, al Palazzo Mediceo di Seravezza (cfr Leggere Donna, n°113/2004).

In circa 200 pagine, cui corrisponde un alto grado di qualità scientifico-storica, si ripercorrono, con l’aiuto di numerose informazioni e di riferimenti bio-bibliografici, compreso un ampio Regesto delle mostre, le vicende dell’area romana nei primi 50 anni del ‘900.

Più di un aspetto sorprende in questa edizione, realizzata nell’ambito delle pubblicazioni delle e sulle donne, promosse dalla commissione delle Elette di Roma.

La densità numerica delle presenze femminili, la notevole qualità che distingue molte di loro, ma, soprattutto, la prospettiva dalla quale si pone l’autore nel considerare la realtà femminile non come un fenomeno isolato ma come uno dei tanti aspetti che compongono la vita culturale romana del tempo.

Riprendendo un discorso presentato in un Saggio, apparso nel catalogo della citata mostra di Seravezza, l’autore lo arricchisce di capitoli inediti riguardanti, per esempio, l’attività di promozione culturale svolta dai Circoli femminili, dalle Associazioni, dagli organi di stampa, dalle Esposizioni Nazionali Quadriennali.

Nel sottolineare, in particolare, come l’ANFDAL (Associazione nazionale Fascista donne professioniste artiste e laureate) abbia contribuito alla diffusione della realtà artistica femminile romana, attraverso l’organizzazione di una fitta rete di esposizioni a livello locale e internazionale, l’autore sente il dovere di precisare che “l’immagine della forza artistica femminile proposta non sempre era pienamente concorde alla realtà”.

Diverso il ruolo dell’ Associazione Artistica della Secessione che, in controtendenza con la cultura accademica esaltata dalle rassegne ufficiali, contribuì a mettere in evidenza artiste giovani e giovanissime, le presenze più significative dell’Avanguardia internazionale.

Se nel precedente saggio l’indagine sulle artiste si estendeva fino al 2000, diversamente, nel presente lavoro, il termine cronologico, entro cui è circoscritta la trattazione del tema, non va oltre il 1948, anno in cui la Quadriennale riprende la sua attività, dopo la guerra, promuovendo la quinta edizione della sua storia.

Si restringe l’arco di tempo ma si dilata straordinariamente il numero delle presenze censite non solo nell’ambito della pittura e della scultura ma anche della fotografia, dell’architettura, delle attività di promozione culturale quali il collezionismo, la critica d’arte. Non manca un’incursione rapidissima nel campo della letteratura, a conferma ulteriore di quanto ricca e vivace fosse la scena culturale in questione.

Ancora un altro capitolo inedito dedicato al tema delle arti decorative: lavorazione della ceramica, creazione di abiti e stoffe, produzione di ricami che spesso traducevano opere di autori. Stupisce anche il numero di donne dotate di grande creatività nonché di spiccate capacità imprenditoriali e promozionali come, per fare solo un esempio, Maria Monaci Gallenga che ebbe enorme successo come creatrice di abiti e stoffe stampate. Presente a S. Francisco, nel 1915, e nelle personali, tenutesi  all’incirca nello stesso periodo, in Italia, con costumi originali che tentarono coraggiosamente di affrancarsi dai modelli francesi dei quali era consuetudine trarre delle copie.

Ma le scoperte non finiscono qui. Ecco, a pagina 36, un interessante excursus che riguarda la lettone, Olga Resneviĉ Signorelli, laureata in medicina a Roma, che si distinse per l’impegno nel recupero sociale delle popolazioni dell’Agro Pontino e collaborò, con diversi periodici, contribuendo notevolmente alla diffusione della letteratura sovietica in Italia. O quello, a pagina 38, che presenta l’attività di Anna Laetitia Pecci Blunt che fu tra i fondatori dell’Associazione Amici dei Musei e che dette vita ad una galleria d’arte, la Galleria della Cometa, che aprì anche una succursale a New York.

Non poteva mancare il nome di un personaggio che, più di qualsiasi altro, ha avuto un ruolo di primo piano nelle vicende dell’arte italiana. Ci riferiamo a Margherita Sarfatti, nata dalla ricchissima famiglia ebraica dei Grassini, battezzata “La vergine rossa”, per il colore dei capelli. Grande dama veneziana dalla cultura straordinaria, molto snob nelle scelte e nel modo di vivere, accanita mondana e grande viaggiatrice. Fu lei l’ispiratrice e la coordinatrice del movimento artistico del cosiddetto  Novecento; con instancabile attività organizzò e promosse mostre che ebbero un peso decisivo nella vicenda creativa e professionale dei maggiori artisti italiani di quegli anni. Nota, in particolare, per il suo rapporto con Mussolini che, per circa 15 anni, si consolidò in uno stretto sodalizio sentimentale ed intellettuale,  fu costretta all’esilio  in Uruguay, dopo la promulgazione delle leggi razziali.

 

Per quel che riguarda, in particolare, la produzione pittorica, il discorso si snoda dal linguaggio di accento divisionista di Corinna Modigliani, Ida Magliocchetti, alle vicende futuriste di Benedetta Cappa, moglie di Marinetti, delle figlie di Balla, Elica e Luce. Procede verso gli anni Dieci e Venti, includendo un gruppo di vere protagoniste da Leonetta Cecchi Pieraccini ad Antonietta Raphaël, a Edita Walterowna Broglio, a Deiva De Angelis, a Pasquarosa Marcelli Bertoletti. Prosegue con Eva Quaiotto, Wanda Coen Biagini, tributarie di atmosfere novecentiste, per giungere al terzo e al quarto decennio, in cui si affermano Bice Lazzari e Carla Accardi.

L’opera è ricca di informazioni “nutrienti”; gradite certamente a coloro che possono collocarle sullo sfondo di conoscenze sulle artiste da essi già posseduto. Potrebbe essere il caso delle lettrici della nostra Rivista che vi ritroveranno i nomi di pittrici di cui è stata data notizia in singole monografie o in occasione di mostre: da Benedetta Cappa  (n° 95/2001) alle “straniere” Edita Walterowna e Antonietta Raphaël (n°104/2003) a Deiva De Angelis (n°113/2004), a Carla Accardi (n°126/2007).

“Finchè non avremo più fatti, più biografie…. non potremo capire la gente ordinaria e tantomeno quella straordinaria”. Ci sembra che queste affermazioni di Virginia Woolf  siano le più adatte per sottolineare l’importanza di questo libro.

Qui non si parla di arte “al femminile” per fare un discorso rivendicativo di diritti negati, ma per far emergere la concretezza di un lavoro che, pur essendo esistito, è stato troppo spesso misconosciuto.

Se è vero, infatti, che l’arte delle donne ha conquistato una posizione riconosciuta al punto tale che non ha più senso parlare di discriminazione e minoranza, è pur vero che ancora oggi c’è chi si domanda, e non si tratta di rare eccezioni, “Grandi artiste….. ah , ce ne sono?!”.

Jolanda Leccese

 

 

Arte al femminile

L’anno 2004 può essere considerato come l’anno in cui notevole è stato l’impegno, da parte di enti sia pubblici che privati, di evidenziare la figura della donna nell’arte.

Presentare, infatti, il panorama complesso e variegato della partecipazione femminile, offrire un discorso di grande fascino e attualità, è questo l’obiettivo che le iniziative espositive si sono proposto.

Le donne nel mondo dell’arte non più come prostitute-modelle e muse-amanti, usate per secoli come decorazione della supremazia dello sguardo maschile, ma come protagoniste che hanno conquistato una dimensione estetica autonoma, stimolando, con il loro lavoro, curiosità, lanciando spesso provocazioni, affrontando temi esistenziali di portata universale.

Della mostra che si è tenuta a Seravezza (Lu) su “Artiste Italiane net XX secolo si e già parlato sulle
pagine di Leggere Donna, n. 13, novembre-dicembre 2004. Dell’altra, allestita presso le Scuderie Aldobrandini a Frascati, sembra opportuno dare notizie, sia pure in modo essenziale, perchè si è trattato di una rassegna “intrigante” per la stimolante lettura proposta, illuminata dal saggio in catalogo di Maria Luisa Trevisan (Il filo di Arianna – Quaderni di Concerto d’Arte Contemporanea) per chi fosse interessato. Le protagoniste di “Lilith – L’aspetto femminile della Creazione” questo è il titolo delta mostra, sono state artiste italiane e straniere, tutte viventi, di livello internazionale, provenienti da esperienze e culture diverse. Ben dodici le nazioni rappresentate, dal Brasile all’Argentina, Israele, Iran, Repubblica Sudafricana, Giappone, Francia, con opere di pittura, scultura, fotografia, installazioni ambientali e video.

Nel nome di Lilith, preesistente ad Eva, fatta della stessa sostanza di Adamo, ma che, poiché non accettò di sottomettersi a lui, fu cacciata, le artiste hanno indagato, spesso con provocatorietà e ironia, il rapporto tra vita e arte, sempre attente a non cadere nei luoghi comuni del “femminile”.

Un universo sfaccettato e complesso, rappresentativo dei diversi aspetti delta creatività femminile: da quelli più provocatori della cubana Tania Bruguera su problematiche politiche e sociali, a quelli più ironici di Enrica Borghi sulla identità della donna sempre più mutante grazie alla cosmesi e alla chirurgia plastica, a quelli di denuncia di Barbara Nahmad con 1’immagine della donna soldato con anfibi e mimetica sottobraccio, aggressiva nella sua postura, alla ricerca di una emancipazione sociale che passa attraverso l’imitazione degli atteggiamenti maschili.

E la gamma delle tematiche si è articolata a comprendere l’irriverenza di Carol Rama e Marlene Dumas, finalizzata a rompere il tabù del sesso, mettendo in bella vista amplessi che stabiliscono nuove gerarchie tra i sessi, anatomie scorrette ed instabili di donne nude esposte allo sguardo dello spettatore il cui voyerismo è simultaneamente soddisfatto e smascherato.

E se Jenny Watson e Sara Seidmann hanno raccontato il mondo privato, intimo e raccolto degli ambienti domestici, Karin Andersen, utilizzando le strategie dello straniamento, ha presentato personaggi virtuali, metà donna e metà libellula, umanoidi senza sesso con orecchie di cane, grazie all’aiuto di tecnologie digitali.

Alle artiste donne che hanno saputo rappresentare, con il loro lavoro, la voglia di libertà e di rispetto della donna nella società moderna, è stata dedicata una mostra a Torino presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Lungo tutto il 2004 la Fondazione ha organizzato il programma espositivo “Donne”, ospitando, tra le altre, la personale di Carol Rama, uno Special project di Marzia Migliora, oltre ad incontri tra pubblico ed artiste tra le quali Eva Marisaldi, Liliana Moro, Sara Ciraci.

Non toccare la donna biancaè questo il titolo delta programmazione espositiva che è rimasta aperta fino all’8 gennaio 2005. E’ una mostra, come afferma Francesco Bonami, che ne è stato il curatore (Cat. Hopelfulmonster editore), che riflette sulla libertà che la donna artista deve imporre in una società modellata sulla priorità del maschio. Una riflessione su autonomia indipendenza e orgoglio senza vergogna, in un mondo in cui, ancora in molti luoghi, è negato, soprattutto alle donne l’accesso a quei diritti che non consentono di poter vivere liberamente la propria vita di essere umano.

La lettura del catalogo consente di seguire un percorso di installazioni, sculture, disegni, di conoscere i contenuti di film, installazioni, performance; un percorso denso di riferimenti culturali, simbologie, con il gusto della metafora.

Le 19 artiste, alcune note, come Marlene Dumas, ad esempio, altre non ancora affermate, sono assai diverse l’una dall’altra ma le accomuna, in molti casi, l’interesse a destabilizzare punti di vista e sistemi di valore.

Sono opere concettuali messe a punto con raffinatezza; sfidano, come fa l’iraniana Shirana Shahbari, la presunta autorità e veridicità della fotografia, contengono una critica implicita alle abitudini percettive che mettono al bando, con eccessiva prontezza, 1’inconsueto e l’estraneo.

Così accade che lo zerbino di Mona Hatoum (nata a Beirut net 1952 da genitori palestinesi, che vive e lavora a Londra), trasformi la domestici in un luogo ostile e radicalmente inospitale, fatto com’è di aghi di acciaio che annullano la piacevolezza della parola welcome su di esso stampato.

Il tappeto ridotto a freddo strato di superficie dipinta, che ha perso completamente le sue caratteristiche tessili, ricompare nella interpretazione della israeliana Carmit Gil a suggerire un “senso di casa”, di calore perduto, un senso di estraniazione, che prova chi vive in un paese in guerra, condiviso dagli israeliani come dai palestinesi.

Sulla tragedia delle vittime israeliane e sulla disperazione dei palestinesi perennemente pronti al suicidio, ci invita a riflettere la struttura minimale, sempre della stessa artista, di un autobus ridotto a un’ossatura di linee rosse di ferro e legno, già presentata all’ultima Biennale di Venezia, che evoca il suicidio quotidiano dei kamikaze sugli autobus israeliani.

Sono opere che ben illustrano lo sguardo incrociato attraverso il quale queste artiste tentano di ridefinire il reciproco rapporto di due popoli tesi all’autoaffermazione ma costretti a convivere su un territorio esiguo.

L’arte interfaccia scomoda, capace di rendere visibile ciò che talvolta non vediamo o non vorremmo vedere, come la sofferenza dagli espatriati sospesi in una realtà frammentata tra il presente e i ricordi.

Ce lo ricorda Maja Bajevic che, con la guerra, ha perso la sua casa a Sarajevo e, con la casa, gli oggetti e i luoghi dell’infanzia, in Haiku, una doppia proiezione con audio; ci documenta la triste realtà dei posti di blocco la palestinese Emily Jacir in un video, registrato clandestinamente, attraversando il posto di blocco israeliano Surda (Crossing Surda), nel suo andare e venire per raggiungere l’università.

Su tematiche più vicine all’orizzonte esistenziale, alle asprezze della vita interiore invitano a soffermarsi le sculture di Berlinde de Bruychere (Belgio, classe 1964) che scompaiono sotto pesanti coperte, a rappresentare la sofferenza e insieme a evocare un bisogno di amore e di protezione. Ricordano le trasformazioni della nostra pelle segnata dall’età ma anche dalla tensione della gravidanza o dalla violenza del parto, le installazioni di Senga Nengudi, artista afro – americana, create con collant strappati, annodati, intrecciati, che sembrano rispecchiare i movimenti e i limiti delle contorsioni del corpo. E una splendida Shirin Neshat, iraniana in esilio in America, che con le sue opere fotografiche e filmiche ha trattato argomenti difficili relativi al ruolo della donna nella società patriarcale musulmana, non dimentica la sua statura d’artista in un film dalle inquadrature essenziali, di forte presa emotiva. Complesso è infatti il livello di lettura di Possessed che rappresenta, sullo sfondo di una piazza, una donna solitaria cui si oppone un gruppo di uomini che le si scagliano contro. Metafora della sofferenza psicologica e della impossibilità di comunicare vissuta dalle donne, musulmane e non, ma anche, forse, del tentativo dell’artista di portare verità culturali diverse in un contesto occidentale.

“Sono partite anche se non hanno nessun posto in cui andare”. Con questa frase Shen Yuan accenna alla condizione della donna in Cina, scrivendola sul muro e sul pavimento dello spazio espositivo. Una condizione completamente cambiata in un lasso di tempo molto breve come evidenziano le scarpe tradizionali riccamente decorate di un tempo a cui si oppongono le tipiche babbucce nere del regime maoista che, rinunciando a ogni forma di frivola decorazione, consentivano alle donne, durante la Rivoluzione Culturale, di camminare e lavorare quanto gli uomini.

Altre chiavi di lettura si possono cogliere in relazione all’inserimento del corpo e delle sue percezioni al centro del processo artistico, al coinvolgimento dello spettatore in situazioni che possono offrirgli nuove percezioni dello spazio.

Come accade nella videoinstallazione Fixing Reality della bulgara Daniela Kostova, installata nella lunga galleria d’entrata nel Museo o in quella della brasiliana Valeska Soares, Tonight che porta lo spettatore a percepire lo spazio attraverso deformazioni di specchi, luci, profumi, a trasportarlo in un mondo fantastico dove le sensazioni prevalgono sulla realtà.

In tempi in cui il post-femminismo è tendenza non solo annunciata ma epidemia conclamata, mentre avanza come afferma Giulia Ceriani (II Sole-24 ore, 29 settembre, 2002) un nuovo modello femminile, vacuo, immemore, ingrato e vanamente compiaciuto di e le studiose di Womens studies si mostrano rapidissime nello stilare dizionari dell’onda di riflusso, queste artiste “non mollano le redini”, non seguono l’invito dell’americana Laura Doyle (Mollare le redini, Salani).

Con il loro lavoro stimolano la curiosità, lanciano provocazioni, dimostrano una grande vitalità nel saper raccontare la nostra moderna società.

Jolanda Leccese