Angelica Kauffmann

La giovinetta, di cui parlo , è nata a Coira, ma fu condotta per tempo in Italia da suo padre, che è pure pittore; parla assai bene l’italiano e il tedesco…Parla inoltre correntemente il francese e l’inglese… Si può chiamare bella e gareggia nel canto con le nostre migliori virtuose. Il suo nome è Angelica Kauffmann”. Così, nell’agosto del 1764, il grande Johann Joachim Winckelmann scriveva al Sig. Franke a Nötheniz, per parlare di un suo ritratto eseguito da Angelica Kauffmann, ritratto, precisa ancora lo studioso, “fatto da una rara persona, assai valente nei ritratti a olio”..

L’occasione di parlare di questa pittrice, che divenne un vero e proprio punto di riferimento nel panorama artistico italiano degli ultimi decenni del Settecento, è offerta da una mostra dedicata a “Goya e la tradizione italiana”, presso la Fondazione Magnani Rocca, aperta fino al 3 dicembre. Qui è esposta una delle opere più famose di Angelica, il “Ritratto della famiglia reale di Ferdinando IV di Borbone, eseguito dopo il 1782..Si Tratta di un nuovo genere di ritratto ben lontano dalla tradizione dei ritratti ufficiali della corte Borbonica; ambientato in un paesaggio tipicamente arcadico con i membri della famiglia reale colti in atteggiamenti di estrema semplicità e programmatica naturalezza, come si conviene a sovrani promotori delle arti. Ma se, nella mostra, l’opera di Angelica costituisce soltanto un suggestivo prologo alla strepitosa serie di capolavori di Francisco Goya, questo non vuol dire che non le siano mancati i giusti riconoscimenti anche in Italia. Citiamo, ad esempio, dopo l’omaggio che Oscar Sandner le aveva dedicato, a Milano, nel 1992, la mostra monografica del 1998 presso l’Accademia Nazionale di S. Luca a Roma o la collettiva del 2002 su “Il Neoclassicismo in Italia” a Milano, Palazzo Reale, in cui la pittrice era presente con un notevole numero di opere. A favorire, soprattutto, la rivalutazione di quest’artista, rimasta a lungo nell’ombra, sono stati i contributi delle studiose femministe di storia dell’arte della prima generazione: Ann Sutherland Harris e Linda Nochlin, curatrici della mostra “Women Artists 1550-1950” allestita a New York nel 1977.

La fase di interesse verso Angelica è proseguita con la biografia di Sabine Hammer (Vaduz 1987) ed è stata ulteriormente arricchita dagli studi di Bettina Baumgärtel e di Liliana Barroero in Italia.

Geniale ritrattista, autrice di un numero considerevole di dipinti di tema mitologico e storico, Angelica è stata tra i protagonisti di quella svolta decisiva nel gusto che si definisce come Neoclassicismo e che ebbe in due tedeschi italianizzati, come Winckelmann e Mengs i due più importanti artefici. Vagheggiò, nella sua produzione, un neoclassicismo intimamente sentimentale, delicatamente erotico e si guadagnò una fama internazionale come ci testimoniano i frequenti elogi letterari che le furono tributati e le numerose incisioni di traduzione desunte dalle sue opere. Ippolito Pindemonte la salutò come la “Saffo de la pittura”. A lei che era stata tra i membri fondatori della Royal Academy di Londra, che aveva meritato il privilegio di essere ammessa alla prestigiosa Accademia di S. Luca, a lei, subito dopo la morte fu tributato l’onore di un monumento celebrativo nel Pantheon (proprio là dove riposano le ceneri di Raffaello), accanto a quelli di altri illustri stranieri: Mengs, Winckelmann, Poussin.

Maria Anna Angelica Kauffmann di Schwarzenberg nella Silva di Bregenzer diocesi di Costanza, per casualità nata a Coira nei Grigioni” nel 1741(così è scritto nel suo testamento) era figlia d’arte ed aveva ricevuto la sua prima formazione artistica nella bottega del padre, modesto pittore. Una severa preparazione la sua, iniziata con l’apprendistato al seguito del padre e proseguita col perfezionamento della tecnica del disegno presso la storica Accademia del Disegno a Firenze, con lo studio della prospettiva e soprattutto con l’esercizio della riproduzione di dipinti famosi di pittori italiani (Tiziano, Guido Reni, Donato Creti).

Ricco di stimoli e di incontri il soggiorno italiano. Passata nell’ambito della fertile vita culturale di Milano, dove fu presente fra il 1753 e il ’61, dimorò a più riprese a Roma, stringendovi amicizia con Winckelmann, Gavin Hamilton, Pompeo Batoni e divenendo, nel 1765, membro dell’Accademia di S. Luca. Parma, Firenze, Venezia, Napoli sono le tappe “obbligate” del tour di formazione di questa assidua viaggiatrice che, nel 1766, approda a Londra. Qui, grazie all’appoggio di Sir Joshua Reynolds direttore dell’istituzione, viene inclusa tra i fondatori della Royal Academy. Qui la forte impressione provocata dalla visione dei dipinti di ritrattisti del calibro di Reynolds e di un Gainsborough le è di stimolo per superare l’oggettività quasi realistica dei suoi primi esperimenti nella ritrattistica per privilegiare l’esplorazione psicologica del personaggio. Al successo nella vita pubblica non corrisponde, almeno fino a queste date, serenità nella vita privata: un matrimonio con un sedicente conte svedese, smascherato poi come impostore, e il successivo annullamento del vincolo le procurano non poco imbarazzo presso gli ambienti della corte inglese. E’ un momento difficile che verrà superato grazie al successivo matrimonio con il pittore veneto Antonio Zucchi, di età non poco differente dalla sua, 50 lui, 35 lei, deciso anche, probabilmente, per motivi di convenienza, prima di tornare in Italia. Antonio Zucchi, in seguito, rinuncerà alla sua carriera per diventare amministratore e impresario della moglie.

Roma è la meta del suo rientro in Italia. la Roma che era stata meta dei grand-turisti già dall’inizio del Settecento, continua ad essere la capitale delle Belle Arti: crocevia di nazionalità e di tendenze “Emporio del Bello e Tempio del vero gusto” secondo la definizione di Ennio Quirino Visconti. A Roma, già nel 1758 Gioacchino Pizzi (custode generale dell’Arcadia dal 1772 al 1790) aveva promosso una più moderna attenzione al ruolo intellettuale delle donne ed aveva pubblicato Il Trionfo delle donne forti suscitando la reazione che avrebbe trovato forma esplicita negli attacchi alla donna letterata e filosofessa sferrati già nel 1766 da Nicola Molinari. Angelica,come sottolinea Liliana Barroero, pur non essendo stata arcade, diventa, in sostanza, la maggiore rappresentante dell’espressione artistica dell’Arcadia riformata. Candidata a sostituire Mengs, in virtù del suo culto della grazia, nella sua casa, in via Sistina, apre il salotto ai personaggi più illustri del tempo, favorisce commissioni ed esportazioni, determina la fortuna degli artisti presso le corti. Inevitabili le gelosie dovute anche alla sua partecipazione al circolo di artisti creato dal Reiffenstein (consigliere aulico presso le corti di Gotha e di Russia), di cui faceva parte anche il pittore Hackert. Un circolo che, come si legge nel “Geschichte der Malerei in Deutschland” di J.D. Fiorillo del 1818 era di quel tipo che i francesi chiamano Tripotages e Coteries. Insieme i tre personaggi formavano, come si diceva ironicamente, una specie di “trinità” in cui il Reiffenstein era Dio Padre onnipotente, Hackert Dio Figlio Redentore, la Kauffmann la Madonna e il marito San Giuseppe.

Commenti questi che, tuttavia, non intaccano la fama e il successo dell’artista confortata dalla stima di vecchi e nuovi amici. Tra questi c’è Antonio Canova e c’è Wolfgang Goethe che, nel suo “Viaggio in Italia” la definisce “la miglior conoscenza che ho fatto a Roma”. Infatti, come ripetutamente testimonia il libro, essa gli fu fedele e competente guida nella visita della città, saggia consigliera nello studio dell’arte “guardar quadri con lei è assai piacevole; tanto educato è il suo occhio ed estese le sue cognizioni di tecnica pittorica”, intelligente mediatrice nell’ambiente cosmopolita della città, sempre devotamente amica e spiritualmente vicina. Sono anni di attività frenetica “è impossibile farsi un’idea della quantità e della bontà del suo lavoro; eppure crede sempre di non fare nulla”.

Esegue ritratti a committenti delll’aristocrazia italiana ed internazionale, agli amici Piranesi, Canova, Riffenstein, allo stesso Goethe (che non lo apprezza molto). La sua produzione ritrattistica è stata così copiosa che lei stessa non riteneva valesse la pena di tenerne un’accurata registrazione, tanto da annotare in calce alla sua “Memoria delle piture” (edito nella versione italiana nel 1998 ) “Tralascio descrivere la maggior parte dei Ritratti”.

Al tempo del suo secondo soggiorno a Napoli, dove tornò a più riprese tra l’82 e l’86, riceve la prestigiosa commissione da parte dei Borboni, in particolare della regina Maria Carolina che possedeva già alcune sue stampe e si dilettava a ricopiarle, di eseguire i ritratti di Ferdinando IV e di Maria Carolina, nonché un grande ritratto di gruppo della numerosa famiglia reale.

Si può capire di più di Angelica osservando i suoi autoritratti che, anche se non possono essere considerati di per sé esaurienti riguardo alla reale identità della loro autrice, sono, senza dubbio, un documento prezioso del suo modo di essere e ancor più dei suoi intenti di artista. Ne sono noti circa una ventina ( di altri è data notizia dalle fonti ). Molti di essi sono vere e proprie performance, una calcolata esibizione in pubblico sia quando presenta un’immagine idealizzata di sé come un Ercole femminile al bivio (Autoritratto tra le arti della Musica e della Pittura ), come vestale (Autoritratto come vestale) sia quando ratifica socialmente il suo statuto nello scenario dell’arte. Eccola con cartella e stilo sotto la protezione di Minerva, richiamata sullo sfondo in quanto protettrice delle arti e delle scienze, per sottolineare della sua attività artistica l’elemento intellettuale e meditativo; evidenziare, attraverso la cartella e lo stilo, l’importanza del disegno considerato, nella teoria classicista, il fondamento di tutte le arti. “Autoritratto con il busto di Minerva”

Donna colta, attenta non solo alle novità artistiche del suo tempo ma anche lettrice di letteratura, di storia, cultrice di musica, saprà misurarsi col registro “alto” della rappresentazione storico-mitologica spaziando da Omero a Virgilio a Tasso a Klopstock a Shakespeare. I suoi personaggi femminili, Penelope , Alcesti, Cornelia sono esempio di virtù, coraggio, fedeltà ma spesso sono creature che hanno vissuto esperienze dolorose: la perdita del potere, come Cleopatra, della violenza dello stupro, come Lucrezia, dell’abbandono, come Campaspe, ceduta da Alessandro ad Apelle con assoluta noncuranza verso i suoi sentimenti. Hanno tratti efebici i suoi personaggi maschili:Ettore che si congeda da Andromaca, Enea che piange sul corpo di Pallante. Non è la virilità, il virile eroismo che Angelica vuole evidenziare in loro ma la sfera intima dei sentimenti: la pietà, la compassione, lo sgomento, lontano dai toni declamatori e retorici dell’imperante epica eroica.

Nella pittura della Kauffmann, ha scritto Marco Bona Castellotti, è immancabile una tenuta morale, una sorta di intima consapevolezza che si afferma tanto nei ritratti quanto nei soggetti storici, i quali oltrepassano in sensibilità romantica il rigore classicista, dimostrandosi indifferenti ad ogni enfatizzazione retorica.

Sopravvissuta all’occupazione francese di Roma e alla successiva proclamazione della Repubblica Romana, grazie anche alla protezione del generale Laspinasse che risparmia i suoi beni dal saccheggio, muore nel novembre 1807 dopo una lunga malattia. L’abito semplice, il volto segnato dall’età con cui si presenta nell’ultimo autoritratto del 1800, sono testimonianza eloquente di un pensiero che medita sulla caducità della vita e che comincia a prendere congedo da essa considerando che , come è scritto nel testamento del 1803, “niuna cosa è più certo della morte”.

Sarà l’amico Canova ad organizzare la regia dei solenni funerali nella chiesa di Sant’. Andrea delle Fratte, dove è attualmente sepolta. L’anno successivo, come confermato da Giovanni Gherardo De Rossi, il suo primo biografo ufficiale, il busto di Angelica sarà collocato nel Pantheon (trasferito, poi, nel 1820 nella prima sala della Promoteca Capitolina): un solenne omaggio alla memoria col quale si sanciva il ruolo basilare giocato dalla Kauffmann nel movimento neoclassico.

Jolanda Leccese

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