Arte al femminile

L’anno 2004 può essere considerato come l’anno in cui notevole è stato l’impegno, da parte di enti sia pubblici che privati, di evidenziare la figura della donna nell’arte.

Presentare, infatti, il panorama complesso e variegato della partecipazione femminile, offrire un discorso di grande fascino e attualità, è questo l’obiettivo che le iniziative espositive si sono proposto.

Le donne nel mondo dell’arte non più come prostitute-modelle e muse-amanti, usate per secoli come decorazione della supremazia dello sguardo maschile, ma come protagoniste che hanno conquistato una dimensione estetica autonoma, stimolando, con il loro lavoro, curiosità, lanciando spesso provocazioni, affrontando temi esistenziali di portata universale.

Della mostra che si è tenuta a Seravezza (Lu) su “Artiste Italiane net XX secolo si e già parlato sulle
pagine di Leggere Donna, n. 13, novembre-dicembre 2004. Dell’altra, allestita presso le Scuderie Aldobrandini a Frascati, sembra opportuno dare notizie, sia pure in modo essenziale, perchè si è trattato di una rassegna “intrigante” per la stimolante lettura proposta, illuminata dal saggio in catalogo di Maria Luisa Trevisan (Il filo di Arianna – Quaderni di Concerto d’Arte Contemporanea) per chi fosse interessato. Le protagoniste di “Lilith – L’aspetto femminile della Creazione” questo è il titolo delta mostra, sono state artiste italiane e straniere, tutte viventi, di livello internazionale, provenienti da esperienze e culture diverse. Ben dodici le nazioni rappresentate, dal Brasile all’Argentina, Israele, Iran, Repubblica Sudafricana, Giappone, Francia, con opere di pittura, scultura, fotografia, installazioni ambientali e video.

Nel nome di Lilith, preesistente ad Eva, fatta della stessa sostanza di Adamo, ma che, poiché non accettò di sottomettersi a lui, fu cacciata, le artiste hanno indagato, spesso con provocatorietà e ironia, il rapporto tra vita e arte, sempre attente a non cadere nei luoghi comuni del “femminile”.

Un universo sfaccettato e complesso, rappresentativo dei diversi aspetti delta creatività femminile: da quelli più provocatori della cubana Tania Bruguera su problematiche politiche e sociali, a quelli più ironici di Enrica Borghi sulla identità della donna sempre più mutante grazie alla cosmesi e alla chirurgia plastica, a quelli di denuncia di Barbara Nahmad con 1’immagine della donna soldato con anfibi e mimetica sottobraccio, aggressiva nella sua postura, alla ricerca di una emancipazione sociale che passa attraverso l’imitazione degli atteggiamenti maschili.

E la gamma delle tematiche si è articolata a comprendere l’irriverenza di Carol Rama e Marlene Dumas, finalizzata a rompere il tabù del sesso, mettendo in bella vista amplessi che stabiliscono nuove gerarchie tra i sessi, anatomie scorrette ed instabili di donne nude esposte allo sguardo dello spettatore il cui voyerismo è simultaneamente soddisfatto e smascherato.

E se Jenny Watson e Sara Seidmann hanno raccontato il mondo privato, intimo e raccolto degli ambienti domestici, Karin Andersen, utilizzando le strategie dello straniamento, ha presentato personaggi virtuali, metà donna e metà libellula, umanoidi senza sesso con orecchie di cane, grazie all’aiuto di tecnologie digitali.

Alle artiste donne che hanno saputo rappresentare, con il loro lavoro, la voglia di libertà e di rispetto della donna nella società moderna, è stata dedicata una mostra a Torino presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Lungo tutto il 2004 la Fondazione ha organizzato il programma espositivo “Donne”, ospitando, tra le altre, la personale di Carol Rama, uno Special project di Marzia Migliora, oltre ad incontri tra pubblico ed artiste tra le quali Eva Marisaldi, Liliana Moro, Sara Ciraci.

Non toccare la donna biancaè questo il titolo delta programmazione espositiva che è rimasta aperta fino all’8 gennaio 2005. E’ una mostra, come afferma Francesco Bonami, che ne è stato il curatore (Cat. Hopelfulmonster editore), che riflette sulla libertà che la donna artista deve imporre in una società modellata sulla priorità del maschio. Una riflessione su autonomia indipendenza e orgoglio senza vergogna, in un mondo in cui, ancora in molti luoghi, è negato, soprattutto alle donne l’accesso a quei diritti che non consentono di poter vivere liberamente la propria vita di essere umano.

La lettura del catalogo consente di seguire un percorso di installazioni, sculture, disegni, di conoscere i contenuti di film, installazioni, performance; un percorso denso di riferimenti culturali, simbologie, con il gusto della metafora.

Le 19 artiste, alcune note, come Marlene Dumas, ad esempio, altre non ancora affermate, sono assai diverse l’una dall’altra ma le accomuna, in molti casi, l’interesse a destabilizzare punti di vista e sistemi di valore.

Sono opere concettuali messe a punto con raffinatezza; sfidano, come fa l’iraniana Shirana Shahbari, la presunta autorità e veridicità della fotografia, contengono una critica implicita alle abitudini percettive che mettono al bando, con eccessiva prontezza, 1’inconsueto e l’estraneo.

Così accade che lo zerbino di Mona Hatoum (nata a Beirut net 1952 da genitori palestinesi, che vive e lavora a Londra), trasformi la domestici in un luogo ostile e radicalmente inospitale, fatto com’è di aghi di acciaio che annullano la piacevolezza della parola welcome su di esso stampato.

Il tappeto ridotto a freddo strato di superficie dipinta, che ha perso completamente le sue caratteristiche tessili, ricompare nella interpretazione della israeliana Carmit Gil a suggerire un “senso di casa”, di calore perduto, un senso di estraniazione, che prova chi vive in un paese in guerra, condiviso dagli israeliani come dai palestinesi.

Sulla tragedia delle vittime israeliane e sulla disperazione dei palestinesi perennemente pronti al suicidio, ci invita a riflettere la struttura minimale, sempre della stessa artista, di un autobus ridotto a un’ossatura di linee rosse di ferro e legno, già presentata all’ultima Biennale di Venezia, che evoca il suicidio quotidiano dei kamikaze sugli autobus israeliani.

Sono opere che ben illustrano lo sguardo incrociato attraverso il quale queste artiste tentano di ridefinire il reciproco rapporto di due popoli tesi all’autoaffermazione ma costretti a convivere su un territorio esiguo.

L’arte interfaccia scomoda, capace di rendere visibile ciò che talvolta non vediamo o non vorremmo vedere, come la sofferenza dagli espatriati sospesi in una realtà frammentata tra il presente e i ricordi.

Ce lo ricorda Maja Bajevic che, con la guerra, ha perso la sua casa a Sarajevo e, con la casa, gli oggetti e i luoghi dell’infanzia, in Haiku, una doppia proiezione con audio; ci documenta la triste realtà dei posti di blocco la palestinese Emily Jacir in un video, registrato clandestinamente, attraversando il posto di blocco israeliano Surda (Crossing Surda), nel suo andare e venire per raggiungere l’università.

Su tematiche più vicine all’orizzonte esistenziale, alle asprezze della vita interiore invitano a soffermarsi le sculture di Berlinde de Bruychere (Belgio, classe 1964) che scompaiono sotto pesanti coperte, a rappresentare la sofferenza e insieme a evocare un bisogno di amore e di protezione. Ricordano le trasformazioni della nostra pelle segnata dall’età ma anche dalla tensione della gravidanza o dalla violenza del parto, le installazioni di Senga Nengudi, artista afro – americana, create con collant strappati, annodati, intrecciati, che sembrano rispecchiare i movimenti e i limiti delle contorsioni del corpo. E una splendida Shirin Neshat, iraniana in esilio in America, che con le sue opere fotografiche e filmiche ha trattato argomenti difficili relativi al ruolo della donna nella società patriarcale musulmana, non dimentica la sua statura d’artista in un film dalle inquadrature essenziali, di forte presa emotiva. Complesso è infatti il livello di lettura di Possessed che rappresenta, sullo sfondo di una piazza, una donna solitaria cui si oppone un gruppo di uomini che le si scagliano contro. Metafora della sofferenza psicologica e della impossibilità di comunicare vissuta dalle donne, musulmane e non, ma anche, forse, del tentativo dell’artista di portare verità culturali diverse in un contesto occidentale.

“Sono partite anche se non hanno nessun posto in cui andare”. Con questa frase Shen Yuan accenna alla condizione della donna in Cina, scrivendola sul muro e sul pavimento dello spazio espositivo. Una condizione completamente cambiata in un lasso di tempo molto breve come evidenziano le scarpe tradizionali riccamente decorate di un tempo a cui si oppongono le tipiche babbucce nere del regime maoista che, rinunciando a ogni forma di frivola decorazione, consentivano alle donne, durante la Rivoluzione Culturale, di camminare e lavorare quanto gli uomini.

Altre chiavi di lettura si possono cogliere in relazione all’inserimento del corpo e delle sue percezioni al centro del processo artistico, al coinvolgimento dello spettatore in situazioni che possono offrirgli nuove percezioni dello spazio.

Come accade nella videoinstallazione Fixing Reality della bulgara Daniela Kostova, installata nella lunga galleria d’entrata nel Museo o in quella della brasiliana Valeska Soares, Tonight che porta lo spettatore a percepire lo spazio attraverso deformazioni di specchi, luci, profumi, a trasportarlo in un mondo fantastico dove le sensazioni prevalgono sulla realtà.

In tempi in cui il post-femminismo è tendenza non solo annunciata ma epidemia conclamata, mentre avanza come afferma Giulia Ceriani (II Sole-24 ore, 29 settembre, 2002) un nuovo modello femminile, vacuo, immemore, ingrato e vanamente compiaciuto di e le studiose di Womens studies si mostrano rapidissime nello stilare dizionari dell’onda di riflusso, queste artiste “non mollano le redini”, non seguono l’invito dell’americana Laura Doyle (Mollare le redini, Salani).

Con il loro lavoro stimolano la curiosità, lanciano provocazioni, dimostrano una grande vitalità nel saper raccontare la nostra moderna società.

Jolanda Leccese

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