Artiste a Roma

ARTISTE A ROMA

nella prima metà del ‘900

PIER PAOLO PANCOTTO

 

E’ stato recentemente dato alle stampe, per i tipi della casa editrice Palombi, “Artiste  a Roma nella prima metà del ‘900”. Ne è autore il professore di Storia dell’Arte Pier Paolo Pancotto, critico d’arte, noto al pubblico per le sue recensioni sulle pagine de L’Unità, curatore di mostre, tra le quali ricordiamo quella che si tenne, nel 2004, al Palazzo Mediceo di Seravezza (cfr Leggere Donna, n°113/2004).

In circa 200 pagine, cui corrisponde un alto grado di qualità scientifico-storica, si ripercorrono, con l’aiuto di numerose informazioni e di riferimenti bio-bibliografici, compreso un ampio Regesto delle mostre, le vicende dell’area romana nei primi 50 anni del ‘900.

Più di un aspetto sorprende in questa edizione, realizzata nell’ambito delle pubblicazioni delle e sulle donne, promosse dalla commissione delle Elette di Roma.

La densità numerica delle presenze femminili, la notevole qualità che distingue molte di loro, ma, soprattutto, la prospettiva dalla quale si pone l’autore nel considerare la realtà femminile non come un fenomeno isolato ma come uno dei tanti aspetti che compongono la vita culturale romana del tempo.

Riprendendo un discorso presentato in un Saggio, apparso nel catalogo della citata mostra di Seravezza, l’autore lo arricchisce di capitoli inediti riguardanti, per esempio, l’attività di promozione culturale svolta dai Circoli femminili, dalle Associazioni, dagli organi di stampa, dalle Esposizioni Nazionali Quadriennali.

Nel sottolineare, in particolare, come l’ANFDAL (Associazione nazionale Fascista donne professioniste artiste e laureate) abbia contribuito alla diffusione della realtà artistica femminile romana, attraverso l’organizzazione di una fitta rete di esposizioni a livello locale e internazionale, l’autore sente il dovere di precisare che “l’immagine della forza artistica femminile proposta non sempre era pienamente concorde alla realtà”.

Diverso il ruolo dell’ Associazione Artistica della Secessione che, in controtendenza con la cultura accademica esaltata dalle rassegne ufficiali, contribuì a mettere in evidenza artiste giovani e giovanissime, le presenze più significative dell’Avanguardia internazionale.

Se nel precedente saggio l’indagine sulle artiste si estendeva fino al 2000, diversamente, nel presente lavoro, il termine cronologico, entro cui è circoscritta la trattazione del tema, non va oltre il 1948, anno in cui la Quadriennale riprende la sua attività, dopo la guerra, promuovendo la quinta edizione della sua storia.

Si restringe l’arco di tempo ma si dilata straordinariamente il numero delle presenze censite non solo nell’ambito della pittura e della scultura ma anche della fotografia, dell’architettura, delle attività di promozione culturale quali il collezionismo, la critica d’arte. Non manca un’incursione rapidissima nel campo della letteratura, a conferma ulteriore di quanto ricca e vivace fosse la scena culturale in questione.

Ancora un altro capitolo inedito dedicato al tema delle arti decorative: lavorazione della ceramica, creazione di abiti e stoffe, produzione di ricami che spesso traducevano opere di autori. Stupisce anche il numero di donne dotate di grande creatività nonché di spiccate capacità imprenditoriali e promozionali come, per fare solo un esempio, Maria Monaci Gallenga che ebbe enorme successo come creatrice di abiti e stoffe stampate. Presente a S. Francisco, nel 1915, e nelle personali, tenutesi  all’incirca nello stesso periodo, in Italia, con costumi originali che tentarono coraggiosamente di affrancarsi dai modelli francesi dei quali era consuetudine trarre delle copie.

Ma le scoperte non finiscono qui. Ecco, a pagina 36, un interessante excursus che riguarda la lettone, Olga Resneviĉ Signorelli, laureata in medicina a Roma, che si distinse per l’impegno nel recupero sociale delle popolazioni dell’Agro Pontino e collaborò, con diversi periodici, contribuendo notevolmente alla diffusione della letteratura sovietica in Italia. O quello, a pagina 38, che presenta l’attività di Anna Laetitia Pecci Blunt che fu tra i fondatori dell’Associazione Amici dei Musei e che dette vita ad una galleria d’arte, la Galleria della Cometa, che aprì anche una succursale a New York.

Non poteva mancare il nome di un personaggio che, più di qualsiasi altro, ha avuto un ruolo di primo piano nelle vicende dell’arte italiana. Ci riferiamo a Margherita Sarfatti, nata dalla ricchissima famiglia ebraica dei Grassini, battezzata “La vergine rossa”, per il colore dei capelli. Grande dama veneziana dalla cultura straordinaria, molto snob nelle scelte e nel modo di vivere, accanita mondana e grande viaggiatrice. Fu lei l’ispiratrice e la coordinatrice del movimento artistico del cosiddetto  Novecento; con instancabile attività organizzò e promosse mostre che ebbero un peso decisivo nella vicenda creativa e professionale dei maggiori artisti italiani di quegli anni. Nota, in particolare, per il suo rapporto con Mussolini che, per circa 15 anni, si consolidò in uno stretto sodalizio sentimentale ed intellettuale,  fu costretta all’esilio  in Uruguay, dopo la promulgazione delle leggi razziali.

 

Per quel che riguarda, in particolare, la produzione pittorica, il discorso si snoda dal linguaggio di accento divisionista di Corinna Modigliani, Ida Magliocchetti, alle vicende futuriste di Benedetta Cappa, moglie di Marinetti, delle figlie di Balla, Elica e Luce. Procede verso gli anni Dieci e Venti, includendo un gruppo di vere protagoniste da Leonetta Cecchi Pieraccini ad Antonietta Raphaël, a Edita Walterowna Broglio, a Deiva De Angelis, a Pasquarosa Marcelli Bertoletti. Prosegue con Eva Quaiotto, Wanda Coen Biagini, tributarie di atmosfere novecentiste, per giungere al terzo e al quarto decennio, in cui si affermano Bice Lazzari e Carla Accardi.

L’opera è ricca di informazioni “nutrienti”; gradite certamente a coloro che possono collocarle sullo sfondo di conoscenze sulle artiste da essi già posseduto. Potrebbe essere il caso delle lettrici della nostra Rivista che vi ritroveranno i nomi di pittrici di cui è stata data notizia in singole monografie o in occasione di mostre: da Benedetta Cappa  (n° 95/2001) alle “straniere” Edita Walterowna e Antonietta Raphaël (n°104/2003) a Deiva De Angelis (n°113/2004), a Carla Accardi (n°126/2007).

“Finchè non avremo più fatti, più biografie…. non potremo capire la gente ordinaria e tantomeno quella straordinaria”. Ci sembra che queste affermazioni di Virginia Woolf  siano le più adatte per sottolineare l’importanza di questo libro.

Qui non si parla di arte “al femminile” per fare un discorso rivendicativo di diritti negati, ma per far emergere la concretezza di un lavoro che, pur essendo esistito, è stato troppo spesso misconosciuto.

Se è vero, infatti, che l’arte delle donne ha conquistato una posizione riconosciuta al punto tale che non ha più senso parlare di discriminazione e minoranza, è pur vero che ancora oggi c’è chi si domanda, e non si tratta di rare eccezioni, “Grandi artiste….. ah , ce ne sono?!”.

Jolanda Leccese

 

 

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