Donne di periferia

Una poesia di Vítĕzslav Nezval. La propongo come ulteriore antidoto “a tutti quei programmi televisivi che ci sommergono di bellezze artefatte, siliconate”; “all’abbuffata di bellone che sembrano uscire dal file di un computer”. Alle parole del sig. Marcello Buttazzo, che ritiene che dovremmo rincorrere una bellezza più a misura d’uomo, più acqua e sapone, io vorrei aggiungere che dovremmo pensare a quelle tante donne che lavorano e che non hanno il tempo, ma soprattutto le possibilità di affidarsi alle ritoccate dei chirurghi.

Sono sicura che farà piacere leggere (o rileggere) questo testo.

 

DONNE DI PERIFERIA

Ogni sera sigillano la miseria delle proprie dita

E indossando i loro cappellini escono

Col rosso rubino dell’estate e delle papilionacee

Abbandonando case dalle macchie tubercolotiche

 

I tordi le conoscono

E si disperdono a cercare la notte

Abbandonando la finestra richiusasi

In attesa dei nuovi subaffittuari

 

Sono questi una gatta tra falene e la luna

All’interno però la luce è spenta

E le scarpette soltanto delle smarrite abitatrici

Si incantano a riflettere come le loro proprietarie

 

 

Le loro gambe sono abituate ad azionare macchine da

Cucire

E ripetono i movimenti della culla

Quanto amerei alla loro illusoria ninnananna affidare

Le mie notti insonni le mie spasmodiche febbri

 

 

Le loro dita sono abituate al ditale

Così come quelle di altre donne lo sono all’oro

Che io odio come gli altari e le decorazioni militari

Come le dentature posticce come le cassaforti ignifughe

 

Le loro dita sono pungolate dall’ago

Così come le dita di altre donne lo sono dai baci

Dalla galanteria che ha oggi preso il posto dell’amore

Della poesia e di tutto ciò che un tempo adoravo

 

E cosa mai inseguo in quei quartieri periferici?

Nient’altro che il sogno

Di quelle grandiose ragazze di periferia

Per le quali la sera stappa la sciampagna della libertà…

 

Vítĕzslav Nezval (LA DONNA AL PLURALE, Einaudi 2002) 

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