L’amore è un dio

L’AMORE È UN DIO

                                                        Il sesso e la polis

Eva Cantarella (Feltrinelli, 2007, pgg. 175, € 13)     

 

Di “amore”  si può parlare in tanti modi: quello strettamente scientifico che assume come centrale il corpo e ne studia i processi biologici e le mutazioni, quello psicologico, quello antropologico e sociologico che collega i comportamenti sessuali alle regole del gruppo sociale.

E se è vero che la scienza delle religioni ha ormai occupato un posto centrale nella ricerca antropologica, si può parlare di amore anche attraverso i miti, sia che ci appaiano come immagini e proiezioni del sistema di comunicazione tra gli uomini o come manifestazione degli archetipi della psiche o come gli oggetti privilegiati di una fenomenologia della coscienza umana.

Spaziando opportunamente in alcuni di questi ambiti Eva Cantarella, che insegna Diritto greco antico all’Università di Milano, ha dato alle stampe “L’amore è un dio. Il sesso e la polis”. Un libro di lettura gradevole nel quale si presentano, a un pubblico di non specialisti, aspetti della vita privata dell’antica Grecia, relativi all’amore, alla sessualità, al matrimonio, alla famiglia; aspetti di una cultura che continua a far parte del patrimonio della nostra civiltà.

Ci sono, innanzitutto, le storie del mito, sottratte alla fissità dell’origine e restituite alla nostra memoria attraverso un racconto che appare profondamente sedimentato nell’esperienza della scrittrice, come custodito nel fondo della sua anima, libero da qualunque approccio filologico; un racconto che consente, a chi legge, di gustarle come episodi correnti.

Emergono in primo piano personaggi femminili perché, se l’Eros è privilegio degli uomini, ha, però, sempre avuto bisogno di riflettersi nelle cangianti immagini femminili di mogli, madri, amanti.

Accanto ad una Alcesti, pronta a morire, al posto del marito, alla bella, obbediente, saggia e fedele Penelope, ci sono Arianna e Medea che, per amore, hanno tradito la patria e la famiglia.

Arianna, regina del labirinto, aiutante magica, direbbe Propp, dell’eroe Teseo vittorioso sul Minotauro. Arianna ha più di un volto: abbandonata da Teseo (perché, forse, costretto a lasciare il campo a Dioniso) diventerà sposa del dio; o, caduta in disgrazia presso lo stesso Dioniso, per un suo atto di asébeia, empietà, l’unione sessuale con Teseo, sarà uccisa da Artemide per ordine del dio.

Medea, la più discussa delle madri, che non si rassegna a subire il ripudio di Giasone, “non si presta a giocare il ruolo della vittima, cambia le carte del gioco e ne diventa protagonista, facendo di Giasone la vittima”. Medea, personaggio capace di continui ritorni anche in pieno Novecento: sarà quella di F. Grillparzer, che eleva la sua protesta contro il razzismo nazista, o quella di Corrado Alvaro che presenta l’uccisione dei figli come il disperato gesto d’amore di una madre esule, vittima di intolleranza e persecuzioni, o sarà Demea, in Sudafrica, una principessa nera abbandonata da un Giasone olandese.

Continua la carrellata con Elena, Clitemnestra, Fedra, Antigone, Lisistrata, Ipsifile.

Donne: “il genere maledetto” da quando Pandora “male così bello”, “terribile flagello” (Afrodite le ha regalato la capacità di sedurre, Ermes, mente sfrontata, indole ambigua), è stata mandata sulla terra da Zeus per punire l’intero genere umano. Nell’elenco incredibile che Semonide di Amorgo presenta contro le donne, si salva solo la donna “ape”. Beato chi la sposa. Ama il marito, invecchia accanto a lui, alleva devotamente i figli.

Ma, all’interno del matrimonio, non c’è alternanza di rapporti. La donna è vista, soprattutto, come uno strumento per garantire la progenie; uno strumento, senza un ruolo attivo nella riproduzione biologica perché è l’uomo che la feconda ed ella si limita ad ospitarlo in sé.

 “Nella relazione del maschio verso la femmina, l’uno è per natura superiore, l’altra è comandata”. È Aristotele che parla; le sue affermazioni si lasciano agevolmente rispecchiare nel pensiero di Platone: “nel matrimonio – egli dice – le donne per natura più inclini al sotterfugio e all’astuzia, devono essere sottoposte al controllo del marito”. Avranno effetti plurisecolari queste affermazioni sul pensiero occidentale, nel sancire la differenza sessuale, nell’ispirare le alienazioni del diritto, la politica di controllo dei corpi relegati negli istituti matrimoniali.

In un mondo in cui le donne avevano un solo ruolo, quello di moglie e madre, una sola funzione, quella riproduttiva, non c’era spazio per le nubili.

Anche i miti hanno scoraggiato l’indisponibilità al matrimonio. Ben lo sottolinea la nostra narratrice-saggista quando riporta il mito delle donne di Lemno che hanno costituito una “selvaggia” comunità femminile dopo aver sgozzato i loro uomini che si erano allontanati per il puzzo tremendo che esse si portavano addosso. Perdono il fetore ed il potere ma ritrovano la felicità, quando si uniscono con gli Argonauti.

Muovendosi, dunque, nella dimensione fondamentalmente orizzontale del racconto mitico, la studiosa, nel suo discorso, si allarga a comprendere, accanto agli argomenti relativi alla condizione femminile in Grecia, altri, più specifici, che riguardano l’omosessualità in Grecia.

Importanti, a questo proposito, i capitoli in cui viene ripreso un suo precedente lavoro sulla bisessualità nel mondo antico, “Secondo natura”, alleggerito, però, dell’elenco di codificazioni, prescrizioni, divieti, concessioni.

Ne deriva un quadro di straordinario interesse in cui la natura della sessualità si coniuga con approcci culturali di volta in volta diversi, non certo per deliziare i lettori dei settimanali di consumo ma per offrire un approccio adeguato a codici di sessualità diversi dai nostri.

La “pederastia”, lungi dall’essere espressione di una libertà sessuale maggiore della nostra, appare come un’istituzione civica, ammessa solo se si rispettava un rigoroso codice sociale, che ruotava intorno alla differenza di età e alla codificazione dei ruoli: quello dell’eromenos, di chi subisce, e quello dell’erastes, del partner attivo, che la polis classica tutelava con grande attenzione.

Il libro si chiude con il racconto di un mito poco noto. Riguarda Erigone, una fanciulla che gli ateniesi onoravano durante la festa delle Antesterie. Figlia di Clitemnestra e di Egisto, o, secondo altre fonti, figlia di Icario, Erigone si era impiccata. Dondolandosi sulle altalene, le giovani, nelle Antesterie, ricordavano la sua morte e celebravano un rito di passaggio dall’età impubere a quella pubere.

Moriva, simbolicamente “la fanciulla” e al suo posto rinasceva una “donna” matura, pronta per il matrimonio, idonea a intrattenere rapporti sessuali.

Appartiene ad ogni tempo, a quello passato, ma anche al nostro presente questa immagine lieta di fanciulle spensierate che si divertono nei giorni che precedono il matrimonio. Attratti dal fascino del suo potere evocativo, ci potrà accadere, leggendo la storia di Erigone, di dimenticare gli schemi interpretativi che essa ci offre e di goderla, tutta, nell’incanto della sua forza narrativa.

Questo è, anche, il Mito.

Jolanda Leccese

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