Silvana Cagnazzi

NICOBULE E PANFILA  Frammenti di storiche greche,  Edipuglia, Bari 1997, pp. 119, € 15,00

 

Scrivere storia: attività tradizionalmente maschile. Lo dimostra l’elenco degli storici greci di Jacoby in cui, tra i ben 856 storici presenti, solo tre sono donne: Nicobule, storica di Alessandro, Aristodama di Smirne, autrice di un’opera in versi sugli Etoli e la regina Zenobia di Palmira, autrice di un compendio di storia alessandrina e orientale.

Desumiamo queste notizie da un libro dato alle stampe dalla editrice EDIPUGLIA. Ne è autrice Silvana Cagnazzi, docente di Storia della Storiografia dell’Università di Bari che, grazie ad una paziente, laboriosa analisi dei testi e delle fonti, ci offre la possibilità di entrare in un fecondo laboratorio di pensiero, di conoscere, soprattutto la vita e le opere di due donne che si sono dedicate ad una attività tradizionalmente maschile: scrivere storia.

L’esiguità delle fonti storiche non scoraggia la nostra studiosa che procede formulando via via le sue ipotesi, accettando o confutando tesi di accreditati studiosi presentandole in un linguaggio che riesce ad alternare il rigore della ricerca alla piacevolezza della divulgazione.

Di Nicobule, infatti, esistono solo due frammenti che forniscono notizie sulla vita privata di Alessandro Magno, in particolare sui sontuosi banchetti a cui partecipava, ed offrono testimonianze circa la presenza di attori e la recitazione di versi da parte del re in persona. Materiale certamente troppo scarno per permettere di stabilire con esattezza il taglio ed il contenuto dell’opera di questa storica, ma utile per avanzare l’ipotesi che Nicobule sia vissuta nel IV sec. a. C., alla corte di Alessandro Magno, dove avrebbe ricoperto uno degli abituali ruoli di donne: di etera erudita o di “dama” di rango elevato al seguito di Rossane. Nicobule conosce minuti particolari sulla vita e la morte di Alessandro e li racconta con il tono fresco e disinvolto di chi prende “appunti” per un diario privato. Appunti che, sottolinea la studiosa, “sembrano d’altra parte essere molto congeniali ad una donna che li stende per se stessa (per poi leggerli in cenacoli femminili)”.

Tra gli anni in cui scrive Nicobule e quelli in cui scrive Panfila c’è un intervallo che ci conduce fino all’età neroniana: nel I sec. d. C..

Di Panfila sappiamo molto di più. Che visse, a Roma, nel I sec. d. C., che fu moglie del grammatico Socratida, che scrisse una Miscellanea di note storiche di cui restano ben dieci frammenti.

Dieci frammenti suddivisi in due sezioni che interessano un arco cronologico che spazia dal VI al V sec. a. C. e che riportano notizie storiche nonché episodi di vita di personaggi celebri: da Talete a Chilone, a Pittaco, a Socrate, ad Alcibiade.

Un territorio molto vasto che la studiosa ricostruisce ed analizza con grande perizia, attraverso il controllo e il confronto delle fonti riscattate nella loro funzionalità documentaria da commenti a tutto tondo, di una vivezza e sensibilità precise ed attente al particolare ed al generale.

Vengono così offerte al lettore molte chiavi di lettura ma anche informazioni interessanti sulla vita, il metodo di lavoro, le amicizie di Panfila, questa figura di storica “docta” la cui varietà di interessi emerge a chiare lettere. Ne scaturisce il ritratto di una donna vissuta in un ambiente colto (il padre ed il marito erano grammatici), al contatto con persone che godevano di notorietà per la loro cultura. Buona lettrice, attenta ascoltatrice delle conversazioni domestiche, alla morte del marito decide di trarre profitto dalla propria preparazione maturata nel tempo e di “mettere per iscritto le sue conoscenze in «note miscellanee» a mano a mano che «a caso» le tornavano in mente”.

Scriverà in uno stile semplice, più adatto al parlato che allo scritto. Uno stile in cui la Cagnazzi individua un modo “diverso” di raccontare, filtrato attraverso il gusto femminile della conversazione, della piacevolezza dell’intrattenimento. Una scelta programmatica che non impone l’osservanza di un ordine cronologico né la ripartizione rigorosa per argomenti e che consente alla nostra Panfila di procedere tra le sue “note”, così come “a caso” le tornavano in mente, come avviene, appunto, quando si chiacchiera tra amici.

Un libro che si segnala come prova stimolante del lavoro di ricerca di una studiosa che ha già offerto contributi di valore nell’analizzare i “volti femminili della storia”.

Jolanda Leccese

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Monica Hannasch

I Batik di Monica Hannasch.  Grottaglie-Palazzo De Felice fino al 14 /09/ 2008.

 

Batik è una parola indonesiana che significa scrivere e disegnare con la cera sciolta, concretamente associata a tessuti dai colori sgargianti che vengono colorati con questa tecnica.

La sua origine si perde nelle nebbie del tempo, ma è certo che fu prodotto già nell’antichità, in varie parti del mondo, nel Perù precolombiano, in Africa, in Oriente. Introdotto in Europa dagli olandesi ebbe un notevole rilancio durante il periodo dell’Art Nouveau.

Conosciamo i colori sgargianti del batik, il blu soprattutto e il rosso; sono quelli delle donne di colore che vediamo nei mercati e nelle favelas. Li abbiamo ammirati nei lavori di Yinka Shonibare, l’artista anglo-nigeriano, che, maliziosamente, usa il batik per ricoprire e abbigliare i suoi manichini viventi.

In questi mesi li possiamo ritrovare, con declinazioni diverse, nelle opere di Monica Hannash, in una bella mostra, a lei dedicata, nel paese delle ceramiche, a Grottaglie, in provincia di Taranto, nelle sale del Palazzo De Felice.

Monica Hannasch è stata allieva di Riccardo Dölker, uno dei maggiori rappresentanti del così detto “periodo tedesco” della ceramica vietrese. Ha imparato da lui quest’arte frequentando la sua scuola nel Kohlgraben, nella Germania dell’Est, dove il maestro di era trasferito, nel 1945, dopo un lungo soggiorno in Italia. Un anno intenso che lascerà tracce indelebili nella sua vita e nella sua arte come testimoniano le parole della stessa autrice inserite nel catalogo.

Perfezionatasi in grafica e pittura murale e scenografia al Sacramento State College in California e ottenuta una borsa di studio all’Institute of Fine Arts di San Francisco, apre qui uno studio nel 1955. Poi, nel 1962, la grande svolta! La decisione di vivere in Italia, a Scario, un paese della costa Cilentana dove si era recata per vendere la casa della madre che era stata un’esponente di spicco del gruppo degli artisti tedeschi operanti a Vietri, intorno agli anni Venti del secolo scorso.

Innamorata del paesaggio, dei profumi e dei colori di questa terra, decide di fermarsi stabilmente in questo lembo della costa campana, non lontano dall’antichissima città di Velia (Elea), famosa per la sua scuola filosofica ma anche per la sua bellissima “Porta Rosa”, la sola “a tutto sesto” che si riconosca, nell’antichità classica, fra il VI e il V sec.

Da allora ad oggi non si contano le mostre di questa artista, in Italia e all’estero (in particolare in Ecuador, a Quito, dove tenne per tre anni uno studio con Olga Fisch).

L’ultima, in ordine di tempo, la mostra a Grottaglie, curata da Matilde Romito della Soprintendenza di Salerno, in collaborazione con Daniela De Vincentis, direttrice responsabile del Museo della Ceramica di Grottaglie, da sempre impegnata nella valorizzazione del patrimonio ceramico grottagliese.

È una mostra che presenta una raccolta di quindici stoffe, di varie dimensioni, che illustrano diversi temi: passando dal mito alla celebrazione dei ritmi della terra, delle stagioni, alla rappresentazione della arti e mestieri, degli animali resi nelle più particolari specie. È una vibrante testimonianza della creatività femminile che viene offerta al visitatore, che non può non rimanere incantato davanti alla bellezza cromatica di queste tele.

Avventurandosi nel corpus sterminato del mito, con ampia e sedimentata cultura, la nostra artista si sofferma su un tema divenuto simbolico nel nostro immaginario: quello della Sirena. Un mito riletto, assaporato, quasi vezzeggiato, nel corso dei secoli (pensiamo ai “d’après” di tanta pittura otto/novecentesca).

Eccola, la Sirena, “epifanizzarsi” ora nella versione della donna-uccello del mondo greco arcaico (“Fanciulle alate, Vergini, figlie della terra”, così le invoca Elena nell’omonima tragedia di Euripide) ora in quello della donna-pesce, dell’epoca medievale “Mitologicum”.

Mito in greco è anche “racconto” e Monica Hannasch ripropone storie fantastiche, sorte intorno a questo personaggio, associando, in un approccio interdisciplinare, letteratura, storia dell’arte, mitologia.

“Scrive” la sua versione attraverso una fitta rete di allusioni ad archetipi letterari, ad immagini desunte dall’iconografia vascolare, richiamando sulla scena personaggi come Ulisse, “Odysseus”, che resiste al canto delle sirene legato all’albero della nave, come Orfeo, “Orpheus”, che seppe vincere nel canto le sirene, nel viaggio intrapreso, insieme agli Argonauti, alla conquista del vello d’oro.

Per quella coincidenza geografica che localizza l’isola della Sirene lungo le coste campane, la rappresentazione di questo personaggio mitologico è, certamente, un omaggio alla Campania, terra d’elezione dell’artista; ma è, soprattutto, funzionale a comprendere il nucleo essenziale della sua poetica finalizzata a cantare la bellezza del creato in tutte le sue manifestazioni. Come, infatti, ne la “Sirena che suona” il mare, con la sua ricca fauna ittica, è il co-protagonista di uno scenario naturale incantevole, così, nelle scene che rappresentano le antiche dee del Mito, alberi, fiori, uccelli, farfalle, avvolgono letteralmente il personaggio, fin quasi ad inglobarlo in un abbraccio surreale, in una sorta di vegetalismo metamorfico.

Feronia, la dea italica che viveva fra boschi e fonti, Dafne, la ninfa amata da Apollo, trasformata in alloro per sottrarsi alle bramosie del dio, Persefone, riscattata dalle oscure cade dell’Ade, che riporta la vita sulla Terra, si offrono all’esperienza dell’artista nella loro inesausta “virtualità”, nella loro persistente modificabilità diacronica, nella loro infinita disponibilità ad accogliere la celebrazione della natura che vive e si rinnova, come entità animata e palpitante.

E poi ci sono gli animali, dalle specie più disparate, rappresentati, sullo sfondo di una natura lussureggiante, con lo sguardo attento di chi osserva e ama tutte le creature del creato.

Un mondo che, come scrive Matilde Romito nella presentazione del catalogo, trova il suo acme nel grande “Arbor Vitae”, una galassia variopinta di fiori, alberi, animali, un inno di alta eloquenza visiva all’armonia della creazione.

E allora quel tessuto etnico, quel batik, che è stato usato dalle popolazioni nere, spesso, come simbolo di protesta politica, diventa, nella nostra artista, strumento di testimonianza di come l’attenzione ai nostri compagni di viaggio, su questo pianeta, possa colorarsi di curiosità e fantasia, recuperando quella tenerezza e condivisione con tutte le creature che in questa stagione del pianeta sembrerebbe perduta.

Jolanda Leccese

 

 

Un ricordo della mostra
Un ricordo della mostra

 

Sophie Taeuber-Arp

Il nome di Sophie Taeuber è poco conosciuto in Italia, non solo fra i giovani ma anche fra i tanti, uomini e donne, che hanno l’abitudine di frequentare musei e gallerie d’arte.

Eppure è un nome che risulta iscritto, come ha recentemente sottolineato Renato Barilli, nell’albo d’oro dei protagonisti delle avanguardie artistiche della prima metà del 900, presente agli incontri e agli appuntamenti più prestigiosi di quegli anni.

Eppure sul suo volto s’imbattono, sovente, gli svizzeri come gli ospiti stranieri. L’artista, infatti, svizzera di nascita, è raffigurata sull’attuale edizione della banconota di 50 franchi, coniata dalla Banca Nazionale  Svizzera.

E’ ora che si sappia un po’ di più di Sophie Henriette Gertrud, di questa artista multiforme, poco incline alle dichiarazioni ufficiali, sperimentatrice di razza, nata a Davos-Platz nel 1889 e morta, prematuramente, a Zurigo nel 1943. Questa occasione ci viene offerta da una mostra, organizzata al Museo Correr di Venezia (fino al 16 Luglio), a cura di Elena Cardenas e Stefano Cecchetto. Le opere di Sophie sono affiancate a quelle di Jean Arp che fu suo compagno di vita e di lavoro in un rapporto fedele e costante: due esistenze che scorsero, in parte parallele, in parte fuse, poi bruscamente divise dalla precoce scomparsa di lei.

Non è la prima volta che alla coppia viene dedicata una mostra in Italia. Quasi dieci anni fa, a Mantova, precisamente alle Fruttiere di Palazzo Te, nel 1997, fu avviata una rassegna itinerante che, dopo aver toccato numerose altre sedi, è giunta a Rolandseck, nella Renania-Palatinato, all’interno del Museo Arp, progettato da Richard Meyer, che conserva una splendida collezione delle opere dei due artisti.

Di Sophie si è parlato sulle pagine della nostra rivista (Leggere Donna , maggio-giugno 2003, n.104) in  occasione della mostra Arte in due, che si tenne a Torino, nel 2003 (Palazzo Cavour, Cat.Mazzotta).

Sophie era, scrive Lorenza Trucchi, in catalogo (ediz. Marsilio), una creatura solare, mite, persino acquiescente ma rigorosa e determinata nella vita artistica. Apprezzata docente di Progettazione tessile e ricamo alla Scuola di Arti e Mestieri di Zurigo (dove si era trasferita, dopo gli studi a Monaco e dove insegnerà fino al 1929), mette subito a fuoco un paradosso della creatività femminile, relativa al ricamo e all’arredo, da sempre promossa e richiesta, ma mai assurta al rango di arte maggiore. Non esiterà ad annoverarsi con orgoglio tra gli “Artigiani-Artisti”, a far proprie le suggestioni teoriche delle avanguardie, che poi approfondì nella relazione con il Bauhaus, con Max Bill, in particolare, creatore, come lei, multiforme, come lei convinto assertore della valorizzazione delle arti applicate in osmosi con le arti maggiori. Si cimenterà, infatti, con una produzione artigianale e decorativa che si distingue per ardire e originalità. Ricamo, tessitura (i suoi arazzi saranno esposti, nel 1925, a Toledo, negli Stati Uniti); in seguito arredo, architettura d’interni, progettazione di vetrate, creazione di straordinarie marionette che coniugano, con grazia e ironia, cubismo e costruttivismo.

Per inquadrare storicamente la sua figura artistica va subito precisato che l’arte,  per Sophie, deve rifuggire dall’imitazione della realtà e perseguire la progressiva eliminazione dell’elemento individuale. Già nel 1915, quando è poco più che ventenne, ha compiuto il suo coraggioso percorso dal “mostro”interpretato dalla ghirlanda di fiori, “all’essenzialità del quadrato”, scegliendo la strada difficile dell’astrazione. Gran parte della sua produzione, acquerelli, guaches,tempere, olii, sarà caratterizzata da figure geometriche , rettangoli e triangoli e, più tardi, cerchi  dove , spesso, si collocano linee, conchiglie, fiori, quasi a rappresentare un elemento di raccordo tra chiuso e aperto, tra razionalità e casualità. Perché, come scrive Lea Mattarella, in un saggio dedicato alla coppia Arp-Taeuber, “per la sua poetica è essenziale riconoscere un ordine ideale… La sua visione la induce a ricondurre tutto all’interno di una forma perfetta, un ovale, un cerchio, un quadrato”. Aperta alle novità, Sophie non esita a sottoscrivere,insieme al marito, nel 1918, il Manifesto del movimento Dadaista; eppure, definirla dadaista sarebbe un’etichetta inappropriata,in quanto l’artista restò immune dalla negazione corrosiva e totalizzante del Dadaismo del quale accolse, invece, il lato più dilettevole e poetico. Straordinaria risulterà l’esperienza vissuta al Cabaret Voltaire, a Zurigo: dove si parlava in quattro lingue e ci si opponeva all’assurdità della guerra, ai limitati orizzonti dell’arte tradizionale e si reagiva contro i pregiudizi borghesi. Centro di irradiazione del movimento Dada, il Cabaret Voltaire fu contemporaneamente club artistico, sala d’esposizione e teatro, creato nel febbraio 1916, a Zurigo appunto, da Tristan Tzara. Totalmente immersa in quel clima ultra-sperimentale, Sophie anima le serate favolose del Cabaret e si esibisce, lei che aveva frequentato anche la scuola di danza libera del maestro Rudolf von Laban, in alcune rappresentazioni di danza su musica di Arnold Schönberg e Erik Satie.

Appartiene a questi anni la creazione di marionette, realizzate nel 1918, per la rivisitazione di Renè Morax del Re Cervo, favola tragicomica di Carlo Gozzi.

Per uno strano gioco di coincidenze, proprio quest’anno ricorre il secondo centenario della morte di questo scrittore dal grande talento immaginativo, autore di Fiabe Teatrali che si possono leggere nelle edizioni Garzanti (a cura di Alberto Beniscelli).Maurizio Scaparro si appresta a rendergli omaggio ricordandolo nella prossima Biennale che sarà da lui, nuovamente, diretta.

Ma torniamo a Sophie. Guarita da una linfodenite polmonare che la tenne bloccata per diversi mesi ad Arosa, in sanatorio; è pronta per nuove avventure.

A Strasburgo, dal 1927 al 1928, esegue, insieme al marito e a Theo van Doesburg, la ristrutturazione e la trasformazione del palazzo dell’Aubette in un café-dansant, realizzando, così,  il sogno di una totale integrazione tra architettura, pittura e decorazione. A Clamart, nei dintorni di Parigi, lavora alla realizzazione completa della sua casa, dove abiterà fino al 1939. Qui Sophie conferma, ulteriormente, le sue non comuni doti di progettista e di lucida interprete dell’ipotesi di “integrare le arti”: lo dimostrano la semplice ma robusta volumetria razionalista della costruzione, il disegno sobrio e lineare del mobilio in legno, dipinto per lo più di grigio-azzurro. Intanto il suo bagaglio di esperienze è arricchito dalle frequentazioni con intellettuali e artisti, Max Ernst, Paul Eluard, Robert e Sonia Delaunay, dai fecondi contatti con il gruppo di astrattisti del “Cercle et Carré”, fondato da Michel Seuphor e Torres Garcia; dalla adesione al movimento parigino “Abstraction-Creation”, al gruppo “Allianz” fondato dall’amico Max Bill. (A chi fosse interessato segnaliamo che, a questo artista, è stata recentemente dedicata una mostra a Milano, Palazzo Reale, fino al 25 giugno).

Numerose le partecipazioni a mostre: Parigi, Londra, Basilea; quasi ininterrotto il susseguirsi di attività collaterali. E’ tra le fondatrici della Rivista d’Arte Internazionale “Plastique”, di cui cura anche la redazione e l’impostazione grafica; illustra, a più riprese, i libri di poesia del marito. Dalla collaborazione con i Magnelli e i Delaunay, a Grasse, dove si è rifugiata, insieme con il marito, per fuggire alle truppe di occupazione tedesche, nascono i disegni pubblicati più tardi dal marito in un’antologia del 1950 (Album Grasse). Una morte improvvisa la coglie a Zurigo dove, nella notte tra il 12 e il 13 gennaio del 1943, viene asfissiata dalle esalazioni di ossido di carbonio di una stufa difettosa.

Che la vita di Sophie non sia stata quella di pedina-ancella, di personaggio vicario del marito, lo dimostrano le sue opere e la sua vita, le testimonianze di chi l’ha conosciuta. Ci sembra degna di essere proposta all’attenzione quella di Michel Seuphor: “per me, non c’è differenza di livello tra Arp e Sophie Taeuber. Io la considero come una grandissima figura, una delle eminenze dell’arte di questo secolo. …Ho perfino una leggera preferenza per Sophie che era particolarmente modesta e discreta….Quasi tutte le persone che venivano da Arp non sapevano che c’era al di sopra del suo studio un altro studio altrettanto grande che era quello di Sophie, che non visitava nessuno. Lei faceva delle opere straordinarie, che adesso si trovano nei musei, ma che solo tre o quattro persone conoscevano allora. Eppure, Arp riceveva tante visite tutti i giorni”.

Jolanda Leccese

Cinque scrittori stranieri raccontano la Puglia

Il viaggio come esperienza irrinunciabile. Ce lo hanno detto mille volte che è smarrimento salutare, esilio intenso e volontario, percezione originale del mondo.

<<Qual è il prossimo viaggio?>> Domanda Xosé L. Couceiro, professore presso l’Università di Santiago di Compostela, allo scrittore spagnolo Alfredo Conde. <<Puglia>> gli risponde l’interrogato. <<Accidenti, che fortuna che hai, maledetto! E’ la più bella d’ Italia>>.

E’ sceso in Puglia Alfredo Conde, insieme al greco Andreas Staikos, all’argentino Mempo Giardinelli, allo svedese Bjӧrn Larsson, al russo Vladislav Otrošenko.

Cinque scrittori di fama internazionale sono stati ospitati, nella nostra terra, in periodi ed in territori differenti: dalla Valle d’Itria al sub Appennino Dauno, dal Salento alle province di Taranto e di Brindisi e ci hanno lasciato il resoconto del loro viaggio in un libro uscito recentemente per i tipi della casa editrice Manni di Lecce (in versione italiana ed inglese).

Un viaggio particolare il loro! Diverso da quello dei “Grandtouristi” sette-ottocenteschi , da Goethe a Stendhal, Schelley, Byron,  per i quali mettersi in viaggio significava andare alla ricerca di se stessi, sparire dalla circolazione per mesi, anni, non avere, come per Herder, una meta precisa. Non hanno dovuto affrontare i disagi di alloggi provvisori, di passaggi in autostop ma sono stati ospitati,  per una durata di tempo variabile, in masserie, palazzi nobiliari, alberghi, invitati da Giuliano Soria nell’ambito di un progetto di collaborazione della Regione Puglia con il Premio Grinzane-Cavour del 2003.

Un viaggio, dunque, che non ha nulla a che vedere con le fiammate improvvise. Si è trattato di un appuntamento che ha coinvolto ciascuno degli scrittori  a dare il meglio di sé in quello scampolo di tempo a disposizione e negli incontri che ne sono venuti, quelli pensati e quelli fuori programma. Chi sono questi magnifici cinque? Una breve e aggiornata scheda, posta a conclusione del lavoro di ciascuno, ne traccia un esauriente profilo con notizie aggiornate sulla loro produzione letteraria.

Sono intellettuali, star dell’industria culturale, certo, invitati dalla Regione, bisogna precisarlo, che vogliono, però, essere qualcosa di più del “vacanziere d’occasione”, che non vogliono sottostare alla retorica turistica del viaggio obbligato ma esaltare, piuttosto, la dimensione intellettuale come elemento regolatore del rapporto tra individuo e luogo visitato. Si muovono, quasi sempre, i nostri viaggiatori en plein air  e non in una singola realtà  urbana ma in  un raggio d’azione abbastanza esteso:  in piccoli e grandi paesi, nella valle d’Itria e nelle grotte scavate nella roccia senza concedere molto alle modalità con cui procede l’esplorazione  né al solito folclore cartolinesco da baedecker del cuore. Realtà e storia dei luoghi sono certamente le loro principali  fonti d’interesse  anche se diversa è la loro disposizione mentale, diverse le chiavi di lettura che ci offrono. Se Mempo Giardinelli ed Andreas Staikos preferiscono raccontare storie d’amore, ambientate, la prima, tra i palchi e le gallerie del teatro Petruzzelli, l’altra, nell’osteria L’Oblio, a Cisternino, Conde, Larsson, Otrošenko, scelgono il genere del reportage. Una conversazione amabile e disinvolta che ha tutto la vivacità  della realizzazione in presa diretta.

Predisposto a cogliere l’incanto dei luoghi, di “una  terra che brulica di trulli rotondi come preghiere e che sorregge ulivi contorti dai venti” Conde, il primo a scendere in Puglia, nel 2003, si commuove contemplando la diafanità, il colore, la trasparenza del mare di Polignano “abbandonato a quello che gli detta il cuore”. Ma sa anche allarmarsi davanti al fenomeno dello sradicamento degli ulivi <<Dove dovrò firmare perchè neanche un solo ulivo tremi al sentirsi sradicato? Dove, perchè tutti quelli che già lo sono stati, possano ritornare a questa terra che gli appartiene?>>

Nessuna delle sue osservazioni appare scontata, così come le sue descrizioni sono lontane dagli stereotipi dei depliants turistici. Locorotondo , con i suoi palazzi barocchi, i fregi romani, le finestre rinascimentali, le chiese romaniche, rappresenta per lui l’espressione estetica di un sincretismo che è insieme di epoche e di religioni <<Ah, se poteste contemplare l’armonia che nasce da questa apparente disarmonia…, che è sempre segno della convivenza tollerante>>. Il suo strumento migliore per conoscere la Puglia? <<Vedere come è la gente. Quella che si prende cura dei boschi e delle città, dei maiali e delle mucche…. Gente come noi, capace di chiudere con il suo lavoro un ciclo completo e necessario>>.Sfilano nelle pagine di questo reporter  tanto brillante e curioso della vita, i luoghi e  le persone;  anche la cucina la fa da protagonista con una “appetitosa” carrellata  di prelibatezze cotte e crude. Conde ci aveva avvertiti fin dall’inizio: quelli che sarebbero venuti sarebbero stati i giorni tipici <<di un viandante che arriva e scopre un mondo… con l’ansia di catturare tutto, di sapere tutto>>.

Cambia lo sguardo nel “nordico” Larsson, ospite nel territorio salentino, nel 2004. Non c’è nelle sue pagine la volontà di descrivere paesaggi e opere d’arte, di compiacere i responsabili della promozione turistica, ma l’atteggiamento di chi riflette continuamente, con osservazioni lucide e precise, sulla mentalità, sul sistema di valori di cui i suoi ospiti sono portatori, in un continuo interagire anche con il suo punto di vista: il punto di vista “dell’altro”, dello “straniero”, sempre utile, se non necessario,  per sapere chi siamo nel bene e nel male. Una prospettiva, che sottrae l’argomento al percorso prevedibile e scontato della esaltazione del “meraviglioso” che qualsiasi agenzia di viaggio o itinerario in rete possono offrire, legata non ai riti superficiali dell’”essere al mondo” ma a quelli sentitamente “umani” dell’”incontro” con un altro mondo. Così, a Otranto, confesserà  che il mosaico è bello ma che, per lui, è più importante  l’uomo che glielo illustra.  A Lecce, in  una città che trabocca di monumenti storici, preferisce chiedersi  se quelli che percorrono le strade della città guardano veramente le belle opere d’arte che ornano le facciate, o meditare sulla bellezza che è <<sempre perdente quando gli uomini sono impegnati nella follia della guerra e dell’omicidio>>. Interessanti sono le pagine di questo viaggiatore fuori dagli schemi che si sente vicino ai vagabondi, agli esiliati, a quelli che trovano la propria identità non nel rinchiudersi in se stessi ma nel movimento e nello spostamento. E ancora più interessanti quelle che mettono in relazione il viaggio con fenomeni sociali di primaria rilevanza,  che riguardano la nostra terra,  come l’accoglienza  dei  rifugiati  albanesi o la condizione assurda in cui si trovano a vivere le donne che hanno collaborato contro la mafia, costrette a soggiornare in un centro di accoglienza vicino Otranto, da cui non possono uscire per timore di essere liquidate. Interprete critico di stili di vita, sa cogliere i significati meno espliciti, ma non per questo minori, della difficoltà di trovare, in una città come Lecce, <<un piccolo caffè in cui sia possibile leggere un libro seduti, un’ora o due, da soli, >>. O ha difficoltà , davanti al “Wine bar”, un piccolo bar tipicamente salentino di Ruffano,  a sopportare <<questa riverenza incosciente fatta alle peggiori espressioni della cultura d’America, completamente insensibile alle diversità del mondo>>.

Viaggiare in Puglia può anche offrire l’opportunità di ritrovare misteriose affinità tra le regioni meridionali dei diversi paesi,quelle  che Vladislav Otrošenko, il più giovane del gruppo,  definisce <<La metafisica del Sud>>.  Così è stato per questo scrittore che ha soggiornato, nel marzo 2005, a Taranto e nel territorio della Provincia.

Viaggia il nostro Vladislav  in una Taranto che lo affascina per <<quell’eccesso di luce naturale>> che è la prima cosa che egli nota nella nostra città. E’ la stessa intensità di luce della steppa del Don quando la si guarda da una collina alta, come quella su cui sorge Novočerkassk, la sua città natale. E’ la memoria storica il filtro potente, l’osservatorio privilegiato che guida il suo sguardo, il suo percorso, la sua scrittura mentre visita le grotte di Massafra e ricorda, in questa area, l’inizio di una civiltà particolare, fondata dai cristiani ortodossi esuli e fuggiaschi  da ogni angolo dell’impero bizantino. Così Taranto resta pur sempre, per lui, la capitale della Magna Grecia e nella sua memoria e nelle sue attese Archita assume una forte presenza; si era immaginato di trovare a Taranto un grandioso monumento in suo onore, come quello eretto a Sirmione,  in onore di Catullo. E invece ? Le ondine (o forse le sirene?) sugli scogli, due delfini in Piazza Immacolata, due enormi marinai di bronzo di fronte al castello normanno,  ma nessun monumento al filosofo nella nostra città, solo un modesto busto di pietra nei Giardini del Peripato. Con questa considerazione, che ci auguriamo stimolante per chi ci governerà nei prossimi anni, giova chiudere il cerchio di questa “avventura culturale a più voci”. Potrà essere, per chi conosce bene la Puglia, un gradito amarcord, o per chi ancora non ha visitato la nostra terra, un’immersione in un altrove sconosciuto;  un’avventura che, comunque, si inserisce a pieno titolo in quella “letteratura di viaggio” che, in Italia, inizia ad avere la fortuna che merita.

 Jolanda Leccese

 

Alfredo Conde

Nasce nel 1945 ad Allariz, nel cuore della Galizia. Educato ai valori fondamentali della scienza e della cultura, dell’amore per la patria e per la sua lingua, ben presto dimostra una forte vocazione letteraria. Oggi è scrittore molto conosciuto e apprezzato a livello internazionale, le sue opere sono tradotte in parecchie lingue. Tra i titoli più significativi, Mementos de vivos e Breixos.

 

 

Mempo Giardinelli

Nasce nel 1947 a Resistencia (Chaco), nell’Argentina nordorientale. Il suo cognome tradisce le origini italiane: la sua famiglia, infatti, proviene da Chieti in Abruzzo. Giornalista, oltre che scrittore, vive in prima persona le travagliate vicende argentine del secolo scorso, durante le quali è costretto all’esilio dalla dittatura militare degli anni ’70. La sua opera letteraria è stata tradotta e pubblicata in una ventina di lingue. Si possono leggere, di questo autore, in italiano: Impossibile equilibrio(Baldini & Castoldi, 1998, Luna calda(Guanda, 1999), Il decimo inferno (Guanda 2000), La rivoluzione in bicicletta(Guanda, 2003).

 

 

Bjӧrn Larsson

Scrittore, traduttore, filologo e appassionato navigatore, è tra i più noti e interessanti rappresentanti della letteratura svedese contemporanea. Nasce a Jonkoping, nella Svezia centrale, nel 1953. Uno dei più grandi successi editoriali degli ultimi anni è stato  La vera storia del pirata Long John Silver (1998) che, sullo sfondo di arrembaggi, tempeste, presenta la sfida libertaria al cinismo dei potenti. E’ possibile leggerla in italiano insieme a: Il cerchio celtico (2000), L’occhio del male (2002), La  saggezza del mare. Da Capo dell’Ira alla Fine del Mondo (2003), tutti editi da Iperborea.

 

 

Vladislav Otrošenko

Nasce nel 1959 a Novočerkassk, nella Russia meridionale. E’ membro dell’Unione  degli Scrittori Russi. Tra le tante sue pubblicazioni: Hokku Pasquali (1991), Allegato all’album fotografico (1999). Di lui si parla nell’Annuario Rizzoli Le grandi opere, alla voce Il caso Otrošenko. Con la traduzione di Mario Caramitti è possibile leggere dell’autore, in lingua italiana, molte delle opere da lui scritte.

 

 

Andreas Staikos.

E’ nata ad Atene nel 1944. laureato in filosofia e in Teatro al Conservatorio Nazionale di Arte Drammatica a Parigi, dove ha vissuto dal 1967 al 1981. Drammaturgo e romanziere, oltre che traduttore e docente, è un esponente quanto mai attuale del mondo culturale greco. Il suo romanzo Liaision culinaires (2001) è stato tradotto in una ventina di lingue. In italiano è possibile leggerlo da Ponte alle Grazie.

Peggy Guggenheim e l’immaginario surreale

Era il 1979. A Venezia, nel palazzo Venier dei Leoni, dove aveva vissuto la marchesa Casati, si spegneva Peggy Guggenheim, “la bisbetica infelice”, come la chiamava Djuna Barnes. Moriva colei che è stata l’indiscussa mecenate, l’attenta collezionista di opere di artisti, importanti esponenti del movimento Surrealista e che può essere considerata, a pieno titolo, una protagonista della storia dell’arte e della sua divulgazione “alta”.

Aveva vent’anni quando, dall’America si era trasferita a Parigi, la città che le si spalancò di fronte con tutto il popolo di recenti immigrati che avrebbe formato la cosiddetta “generazione perduta”. Qui Peggy vive tra artisti e scrittori, nel circolo bohémien in cui viene introdotta dal marito Laurence Vail, scrittore ed artista. La frequentazione di Duchamp, in particolare, offre alla sua carriera nel mondo dell’arte un carattere sofisticato e internazionale e le apre le strade del Surrealismo.

Ciò che Peggy sembra cogliere di questo movimento, scrive il critico Luca Massimo Barbero, è la qualità d’essere in primis una forma di ribellione creativa e, in seconda istanza, l’inesauribile attualità dell’immaginario che è sì l’immaginario di ciascuno artista ma che appartiene anche all’immaginario dell’uomo, alla sua natura ad esso più o meno nota, evidente o occulta.

Collezionare e, al tempo stesso, formare una collezione destinata, sin dagli esordi, a divenire esaustiva di questa corrente sarà l’idealità concreta di tutta la vita di Peggy.

Inizia comprando un bronzetto di Jean Arp, nel 1937, su consiglio di Duchamp. L’anno dopo apre la propria raccolta-galleria, a Londra, con il nome provocatorio di “Guggenheim Jeune” e organizzerà una brillante serie di ventuno mostre fino alla chiusura, avvenuta nel 1939.

Lo scoppio della seconda guerra mondiale la costringerà a rientrare negli Stati Uniti.

Sarà lei ad aiutare molti dei suoi amici (Breton è tra questi), a fuggire dall’orrore della guerra e del nazismo, a finanziarli nel loro soggiorno americano, ad esporre le loro opere nella galleria-museo, inaugurata sulla 57°, nel 1942. La denominò Art of this Century; in città la definivano “quel manicomio del Surrealismo”.

Eppure questo avvenimento funzionerà come un missile a propulsione culturale che farà germinare una nuova, possibile, cultura d’arte a New York e segnerà l’inizio del mecenatismo di Peggy nei confronti dell’arte americana. La galleria-museo diventa così un centro di riferimento permanente dell’arte d’avanguardia e fondamentale per le nuove leve di artisti americani: Pollock, Baziotes, Hore, Cornell, Rotko.

Ma Peggy non dimentica le artiste. Tra le sale della galleria, diversamente ambientate, ce n’è anche una, illuminata a luce naturale, dove vengono ospitate due collettive, tutte al femminile.

E’ certamente, questo, un segnale nuovo che corrisponde ad una cultura in cui gioca il peso dell’emancipazione femminile che, in quegli anni, vede diffondersi le prime iniziative di lotta. Un evento storicamente importante anche se le numerose critiche all’esposizione dimostrarono che i tempi non erano ancora maturi per scelte progressiste di questo genere.

Eccola di nuovo in Europa nel 1948. Ha già alle spalle il fallimento del suo matrimonio con Max Ernst, ma tanti progetti nel cassetto. A Venezia è presente, alla XXIV Biennale, in un insolito padiglione greco affidato interamente alla sua collezione. Palazzo Venier dei Leoni, da lei successivamente acquistato, sarà ristrutturato al millimetro per ospitare un numero di opere solido e in grado di rivaleggiare con i migliori antagonisti europei.

A Peggy Guggenheim è dedicata, in questi mesi, una mostra, nella città di Vercelli, nelle sale dell’ex chiesa abbaziale di S. Marco che resterà aperta fino al 4 marzo 2008 (Cat. Giunti)

Luca Massimo Barbero, che ne è il curatore, la definisce “un incontro tra amici legati biograficamente, artisticamente e storicamente a Peggy”. Un viaggio a ritroso tra diari, vicende, relazioni, mecenatismo, fotografie. Ecco Peggy, questa donna dal volto non bello ma dal corpo affascinante che sedusse, volenti o no, molti uomini, vicino alla tenebrosa, esotica Foresta di Max Ernst. Eccola, vestita di bianco, davanti a L’Aurora di Delvaux, eccola nella “barchessa” di Palazzo Venier: in primo piano Corona di germogli di Jean Arp (una ghirlanda di semi di colore rosato) dietro la quale è collocata Donna sgozzata di Alberto Giacometti.

Più di cinquanta sono le opere esposte; provengono dai due Musei Guggenheim di New York e di Venezia. Si presentano organizzate in un percorso finalizzato non tanto ad offrire una configurazione filologica e organica del movimento Surrealista, quanto piuttosto ad evidenziare la “passione” di Peggy, la sua volontà di dare visibilità pubblica alla propria collezione. Un percorso che vede, dunque, in questa grande mecenate, il filo conduttore, il referente di una rete di consuetudine, di rapporti di vita tra la sua e quella degli artisti: Dalì, De Chirico, Brauner, Masson, Magritte, Picasso, Tanguy, Matta, Arp, Moore, Giacometti.

Al di là del fascino delle opere di Max Ernst, presenti nella parte centrale dell’esposizione, quasi a cardine del percorso, spiccano le sculture di Alberto Giacometti: Femme cuiller (Donna cucchiaio), Femme égorgée (Donna sgozzata), in cui sono presenti elementi legati all’immaginario surrealista, a partire dal tema dell’ibridazione della figura femminile, ora simbolo di fertilità nella Donna cucchiaio, ora esplicitamente associata ad attributi che rimandano alla mantide religiosa, all’immagine della donna suscitatrice di visioni oniriche, di sensualità, di morte.

Spetta solo a Eleonora Carrington e a Leonor Fini il compito di rappresentare, in questa mostra, le artiste che si avvicinarono al Surrealismo nella seconda metà degli anni Trenta. Una schiera che fu numerosa e variegata: da Valentine Hugo a Dorothea Tanning, a Remedios Varo, a Jacqueline Lamba, a Lee Miller, per citare solo qualche nome.

Fu proprio Eleonora Carrington, classe 1917, la prima artista donna ad entrare nella collezione di Peggy. Di lei Breton ricordava “uno sguardo vellutato e beffardo, che una voce rauca rende ancora più suggestiva” e non esitava a scrivere che “i quadri straordinari che ha dipinto dopo 1940 sono senza dubbio i più intrisi del meraviglioso moderno”. Le opere della Carrington emanano, infatti, un’atmosfera onirica sia per la ricreazione di uno spazio che non appartiene alla geometria euclidea, sia per la profusione di essere ed animali mitici. Nelle sue opere confluiscono anche le esperienze della sua infanzia, le leggende celtiche che sua madre irlandese le raccontava. Di questa pittrice, inglese, allieva del purista Amédée Ozenfant, è presente in mostra “ Essi vedranno i tuoi occhi (Oink) . Un titolo che è la citazione letterale della traduzione inglese di un versetto tratto da uno dei libri della cabala. Un’opera complessa per lo sviluppo narrativo delle diverse scene e per i dettagli iconografici (il serpente arrotolato, gli esseri metamorfici ibridi e complessi) propri dell’immaginario surrealista.

La stessa atmosfera onirica e fantastica caratterizza “La pastorella delle Sfingi” (The Shepherdess of the Sphinxes) di Leonor Fini. Figlia di madre italiana e padre argentino, cresciuta a Trieste, in un ambiente di grande cultura, e, successivamente, a Parigi, Leonor è stata anche creatrice di costumi per il teatro, l’opera, il balletto, il cinema. Sullo sfondo inquietante e minaccioso di un paesaggio desertico, in cui sono disseminati fiori strappati e ambigui resti di un banchetto, emerge, provocante, la figura femminile della pastorella, al centro, circondata da un gruppo di sfingi, ibride donne-leonesse che alludono a un’idea di metamorfosi tipicamente surrealistica.

Secondo la critica femminista il Surrealismo avrebbe ereditato la visione tardo-romantica della belle dame sans merci, la dama bella e senza pietà, la femme fatale. Ma le rappresentazioni di queste due artiste basterebbero, da sole, ad evidenziare come, se anche non sono state protagoniste di primo piano del Surrealismo, hanno, tuttavia, saputo esprimere le emozioni legate alle rappresentazioni dei loro mondi immaginari, il loro sapere, tutta l’indipendenza, insomma, di donne determinate.

 Jolanda Leccese

Una parentesi luminosa

UNA PARENTESI LUMINOSA

L’AMORE SEGRETO FRA UMERTO BOCCIONI E VITTORIA COLONNA

ADELPHI 2008, pp.168, € 18,00

 

Ricordi, trascorsi, memorie: riscoprire e far emergere dal passato storie e volti,  più o meno volontariamente messi da parte, è una necessità che ritorna in opere di molti autori, sia che parlino di sé sia che offrano al lettore vicende altrui.

È il passato che ispira il bel libro che Marella Caracciolo ha dato di recente alle stampe: il passato di una donna, la storia della principessa Vittoria Colonna, non per reinventarla, per pura illazione o fantasia ma attenendosi a carteggi e documenti da lei diligentemente riordinati in un lungo lavoro di ricerca. “Il materiale cartaceo lasciato dalla principessa -scrive nell’introduzione l’autrice- era imponente. C’era, ad esempio, un lungo manoscritto in cui Vittoria ripercorre la sua vita dopo la grande guerra. C’erano numerosi inviti, come quello spedito per conto di Edoardo VII re d’Inghilterra. E poi ancora: inviti a teatro, a balli, a ricevimenti al Quirinale dove Vittoria era dama di corte presso la regina Elena. C’erano, soprattutto le lettere che Vittoria aveva scritto a Leone durante venti anni di matrimonio. Migliaia di lettere…Infine, ecco sbucare un gruppo di ventuno lettere, un pacchetto orfano e come separato dal resto. Era il carteggio Boccioni-Colonna mi è parso subito di estremo interesse”.

In un pacchetto di lettere d’amore si può trovare solo un elenco di sentimenti mummificati, inutile come uno scontrino di un negozio di alimentari, ma si può anche trovare l’anima di chi le ha scritte, l’anima che si schiude nella sua essenza. E Mariella Caracciolo ha sicuramente provato questa sensazione, accompagnata da chissà quante esclamazioni di meraviglia, per poi sentire il desiderio di inoltrarsi nei retroscena biografici e psicologici di personalità spiritualmente e affettivamente complesse, di far conoscere testimonianze fuori dalle strade battute.

Calandosi, dunque, in questo materiale, in queste “montagne di carte e di inchiostro”, la scrittrice si fa voce narrante, in grado di transitare continuamente tra realtà interiori, orizzonti soggettivi espressi nelle lettere e il ritmo esterno degli avvenimenti. Una prospettiva fluida che le consente di “creare” una storia che si legge come un romanzo, grazie ad un abile incastro di tempi, ad un impianto narrativo che procede secondo modalità ben collaudate dalla tradizione.

Una parentesi luminosa”, un titolo intrigante che continua e si completa nel sottotitolo “L’amore segreto fra Umberto Boccioni e Vittoria Colonna”, è, certamente, la soglia per entrare nel testo, per cogliere il cuore della storia, il tema principale che è appunto l’amore segreto tra i due protagonisti. Ma il libro non è solo la storia di due destini che si incrociano, per poi separarsi per sempre, una storia in cui si gioca una partita che può essere di tutti,tra vocazione e destino, tra progetto e realizzazione; il libro è molto di più.

Porta con sé il respiro di un mondo scomparso, il fascino di quel tempo mitico che fu la Belle Epoque, la rievocazione di una società che procede con ottimismo, fra gli entusiasmi delle avanguardie e il fervore delle invenzione tecnologiche, verso un futuro che sarà interrotto dal rombo dei cannoni della prima guerra mondiale.

“È la mattina del 7 giugno 1916. L’estate, in quel secondo anno di guerra, sembrava non voler proprio arrivare…Quel giorno Vittoria, approdata da pochi giorni sulla piccola Isola di San Giovanni sul Lago Maggiore, aspetta una visita speciale: l’artista Umberto Boccioni, conosciuto la vigilia a Villa San Remigio, a Pallanza, in casa dei suoi vicini Silvio e Sofia della Valle di Casanova”.

Siamo entrati in medias res, in quello che sarà l’inizio di una relazione vitale, che illuminerà di luce nuova la parabola umana dei due protagonisti “Un intervallo luminoso”, così definirà Vittoria quest’amore inaspettato, brevissimo, sbocciato nel verde dell’Isolino. Sarà, infatti, la loro, una storia d’amore che si consuma nell’arco di un tempo brevissimo, nell’incantevole scenario dell’isola di San Giovanni, la più piccola delle Borromee sul lago Maggiore, l’Isolino, appunto.

L’Isolino che Vittoria chiama “il mio regno privato”, con la sua struttura seicentesca, con il terrazzo fiorito di rose inglesi, il pensatoio a strapiombo sul lago, con la panchina immersa tra edere e cespugli e l’esplosiva fioritura delle ortensie dai grandi fiori azzurri e bianchi. Fitto, misterioso, insondabile, l’Isolino è la realizzazione cromatica e variopinta del bisogno di solitudine di Vittoria,  il territorio remoto, fatalmente destinato ad accogliere l’irruzione del caso, dell’imprevisto e dell’imprevedibile.

Quando incontra il pittore, Vittoria ha trentacinque anni (è nata a Londra nel 1880). È una donna bella, con i “capelli scuri tagliati a caschetto, secondo la moda di Parigi, con il viso dai tratti decisi e dai grandi occhi castani, malinconici”. Personaggio di spicco dell’aristocrazia romana, nonché di quello che chiameremmo il jet set internazionale, è sposata con Leone Caetani, principe di Teano; un matrimonio che si trascina nel torpore dell’abitudine, nei riti ripetuti di lettere scritte ogni giorno, senza gioie e senza emozioni (quattro o cinque anniversari festeggiati insieme in quindici anni di matrimonio). “Nonostante quel ponte di lettere che li univa, da anni passavano più tempo separati che sotto lo stesso tetto”.

Personaggio inquieto, Vittoria, ha vissuto sino ad ora come divisa tra due poli: vita domestica e indipendenza, radici familiari e libertà, aspirazione intensa a stabilire legami e solitudine di chi si sente estraneo “Voglimi bene perché ne ho bisogno” aveva scritto al marito qualche settimana prima di incontrare Boccioni “sono la persona più sola di questo mondo”.

Le è piaciuto subito quel ragazzo scuro e sottile, di un paio d’anni più giovane di lei. Lo sguardo curioso, sensibile, e il sorriso pronto ad aprirsi in una risata ironica e contagiosa, l’hanno piacevolmente colpita. Affascina tutti, Boccioni, con il suo umorismo, la sua eloquenza, il suo spirito.

È stato, insieme a Russolo, Carrà, Marinetti, autore del Manifesto tecnico della pittura futurista, sempre presente alle mostre del movimento, in Italia e all’estero, è pittore affermato eppure sta vivendo una crisi che è insieme esistenziale ed artistica, “vi ho incontrata in un momento di crisi nei metodi, negli amici, in tutto”. Il riflesso di questa sua inquietudine si legge nell’ultimo diario di guerra, scritto tra l’agosto e il novembre del 1915, nelle lettere ad amici e parenti, ma sembra placarsi durante il soggiorno sul lago, dopo l’incontro con Vittoria.

Sarà proprio durante il soggiorno sul lago che Boccioni dipingerà un grande quadro, il suo ultimo dipinto importante (si trova oggi presso la Galleria d’Arte Moderna, a Roma), il ritratto dell’amico e musicista Ferruccio Busoni, ospite, come lui, nella villa dei Casanova, “un ritratto pervaso di felicità”.

È un uomo felice quello che scrive a Vittoria, negli intervalli che lo costringono a lasciare l’Isolino e a rientrare, al 29° artiglieria, nella caserma di Verona. Un uomo abitato da una passione vissuta con esaltato trasporto vitalistico “Io qui trabocco d’amore per te”, ma anche in grado di stemperarsi in una sottile tenerezza, fino a sconfinare nella devozione assoluta.

È singolare che termini quasi ogni sua lettera con formule seducenti (il bacio delle mani, l’atto dell’inginocchiarsi) che rimandano ad una spiritualità che oggi, forse, farebbe sorridere. “Tu riempi il mio spirito come i religiosi si sentono pieni dello spirito di Dio”.

È un carteggio di rara intensità  umana e di una discrezione assoluta quello che Marella Caracciolo ci presenta, attenta, soprattutto, a quella verità obliqua che sta tra la mente e il cuore di Vittoria, tra il suo senso fortemente radicato della forma e delle convenzioni e l’insorgere di un sentimento che trapassa, fatalmente, da un’intesa gentile e profonda ad una vitale, appassionata partecipazione, fino al vagheggiamento di un futuro in cui fare “grandi cose” insieme.

Boccioni morirà, per una caduta da cavallo, il 16 agosto del 1916. Vittoria ne avrà notizia solo due giorni dopo. L’anno successivo, Leone Caetani interrompe definitivamente il suo rapporto con la moglie e sceglie di ricostruirsi una nuova vita, con Ofelia Fabiani, a Vernon, nel lontano British Columbia, in Canada.

Ma il libro, lo abbiamo detto all’inizio, non è solo la storia dell’amore tra Vittoria Colonna e Umberto Boccioni.

Grazie ad un abile incastro di tempi e di ricostruzioni, l’autrice irrobustisce la trama con ampie digressioni che abbracciano intere vite, coniugate e intrecciate tra loro nella scrittura come fu nella loro esistenza. Assume, così, un ampio rilievo, accanto al binomio privilegiato Colonna-Boccioni,  la figura di Leone Caetani, marito di Vittoria, principe di Teano, quindicesimo duca di Sermoneta, uomo di grande cultura, studioso di storia orientale (a lui è dedicata una Fondazione, all’Accademia dei Lincei, nel settecentesco Palazzo Corsini, a Roma).

Digressioni che rievocano fatti, avvenimenti dell’epoca, che ripercorrono relazioni, attriti, divergenze tra famiglie di antiche dinastie, che abbracciano, in realtà svariate, vite di personaggi più o meno noti, alcuni di notevole rilievo: come Marguerite Chapin, cognata di Vittoria, moglie di Roffredo Caetani che, negli anni del secondo dopoguerra dette vita, insieme all’allora giovanissimo Giorgio Bassani, alla rivista “Botteghe oscure”, o come Sveva Caetani, la figlia di Leone, che sarà pittrice apprezzata nel British Columbia e che trasformerà l’ultima dimora del duca di Sermoneta in un centro culturale in cui vengono ospitati giovani artisti.

Una scrittura che fila leggera i suoi contenuti ricostruendo preziose descrizioni di ambienti, evocando atmosfere che sembrano sottratte, come per incantesimo, a quadri impressionisti, addentrandosi negli spazi privati di palazzi nobiliari,

Palazzo Colonna, il palazzo di famiglia di Vittoria, “una roccaforte costruita come un immenso otto attorno a due grandi cortili”, il “nero” Palazzo Caetani, dove Vittoria non vive a suo agio, una struttura tipicamente cinquecentesca che sembra più una piccola fortezza che una dimora di famiglia,  Palazzo Orsini, eretto dal Peruzzi sugli imponenti resti del teatro di Marcello, sono gli scenari che si coniugano al vissuto esistenziale di Vittoria, dall’infanzia, alla giovinezza, alla maturità, come quelle fotografie in bianco e nero di cui è corredato il libro e che offrono il “valore aggiunto” delle immagini visive.

Alcune di queste, scattate a Palazzo Orsini, ritraggono Vittoria con il viso segnato dal tempo, le lunghe mani affusolate, mentre ricama. Morirà nel 1954.

“Tu concluderai qualche cosa a questo mondo” aveva scritto anni prima al marito “e io sarò stata una sciocca gaudente che non ha mai saputo fare niente nella vita eccetto amare, ma quello molto bene”.

 

 Jolanda Leccese

La passione della storia

Natalie Zemon Davis  dialoga  con Denis Crouzet

“Re e regine hanno avuto storici, i loro storici. Io non mi sento una storica al loro servizio…Sono gli “altri” che hanno bisogno di me. L’idea che alla gente modesta o cresciuta in un ambiente analfabeta  non rimarrebbe alcun modo di lasciar tracce mi disturba”. A parlare così è Natalie Zemon Davis mentre dialoga, nel 2003, con Denis Crouzet, professore di Storia moderna all’Université de Paris IV -Sorbonne. Natalie, una storica  americana, nata a Denver nel 1928, è conosciuta in tutto il mondo per “Il Ritorno di Martin Guerre” che è stato il suo libro più tradotto, giunto alla ventesima  traduzione, con la più recente edizione estone, e pubblicato in Italia  con una postfazione di Carlo Ginzburg.(Einaudi 1984). Fa parte, attualmente ,insieme con altre donne, della SIEFAR (Societé internationale pour l’étude des femmes de l’Ancien Régime; http:/siefar.femmes.free.fr). In Italia, in particolare, è stata la comunità delle storiche delle donne a farla conoscere. La rivista “Donna Woman Femme” ha pubblicato, nel 1977, la traduzione di uno dei suoi saggi più importanti sulla storia delle donne in Europa e “Memoria. Rivista di storia delle donne” ha tradotto nel 1983 una delle sue prime interviste. A darle ulteriore visibilità, nel nostro paese, ha contribuito il terzo volume della “Storia delle donne in Occidente” , curato insieme ad Arlette Farge e pubblicato nel 1991 da Laterza. Vastissima la sua produzione che spazia dalla storia della cultura a quella delle donne e che , negli ultimi anni, si è orientata ad includere studi sulla storia degli Indiani del Quebec e degli Africani del Suriname. Si rispecchia nelle quindici densissime pagine della bibliografia posta a conclusione di un libro dato recentemente alle stampe per i tipi  di Viella.

“La Passione della storia”, è questo il titolo del libro, curato dalle storiche Angiolina Arru dell’Università “L’Orientale” di Napoli, e da Sofia Boesch Gajano dell’Università di Roma Tre,tradotto da Paolo Galloni. Originariamente pubblicato in francese, nel 2004, con il titolo “L’histoire tout feu tout flamme”, il libro si presenta interessante per almeno tre motivi:

per la struttura del discorso che, attraverso la forma dell’intervista, segna uno scarto fortissimo rispetto allo statuto monologico del saggio e si presenta come la più adatta alla divulgazione;

per l’organizzazione delle argomentazioni che, come affermano le curatrici, attraversano continuamente il confine fra confessione autobiografica, riflessione metodologica, osservazioni storiografiche;

per il contesto teorico che viene ricostruito.

I sette capitoli in cui l’opera è divisa spaziano dalle emozioni della ricerca, gli incontri con i personaggi del passato e con gli storici del presente, i movimenti e le forme della costruzione intellettuale, i ricordi biografici e personali, l’impatto con la storia delle donne, l’impegno politico, il rapporto con la contemporaneità e le speranze per l’avvenire. Ne viene fuori l’immagine di una vita tesa –  “E’ vero. Ho, lo confesso, una personalità un po’ impaziente, che rifugge il riposo”-  straordinariamente densa di progetti, di interessi, di realizzazioni, vissuti da una donna coltissima, dotata di grande eleganza mentale, di voglia di vivere, di lucida comprensione del contesto.

Figlia di Julien Zemon, commerciante nel ramo tessile, e di Helen, gelosa custode delle tradizioni familiari, Natalie proviene da una famiglia di ebrei immigrati in America, giunta, ormai, alla quarta generazione. Studia allo Smith College, dove partecipa alle iniziative studentesche contro il razzismo e la bomba atomica, legge, fra gli altri, Max Weber e Vico. A diciannove anni, durante il terzo anno di studi allo Smith, sposa Chandler Davis, un matematico di grande valore. Un matrimonio cominciato “insieme alla caccia alle streghe”, che costerà, in seguito, cinque mesi di prigione a Chandler e il ritiro del passaporto, per otto anni, a Natalie, colpevole, con lui, di aver sostenuto l’importanza, per l’insegnamento, di un’atmosfera aperta, sottratta alla paura e alle intimidazioni “Un’idea sconvolgente per i membri dello HUAC!”.

Poi il dottorato, il PhD, sostenuto nel 1959, l’insegnamento alla Brown University di Providence , alla York University di Toronto, a Berkeley e infine, nel 1977, a Princeton, dove rimane per diciotto anni. Vive, in questo periodo, anni di grande fervore intellettuale e di grande interesse per la storia pluridisciplinare testimoniata dal “Program in European Cultural Studies” ed entra in una cerchia di studiosi ed amici che definisce “meravigliosa” e che include storici come Robert Darnton, Clifford Geertz, Tony Grafton. Una storia personale di cambiamenti continui di ambienti e di prospettive, vissuti con un ottimismo un po’ naїf, con l’uso di una formula magica di cui Natalie si serve ancora quando parla ai giovani che incontrano gli stessi problemi. “Proviamo per cinque anni, poi vediamo. Se dopo cinque anni non funziona, proviamo con qualcosa d’altro”. Nella sezione che porta il titolo “Speranze”, l’ultima del libro, si colloca questo passaggio quasi a suggello di una trama esistenziale orchestrata, tuttavia, in modo da evitare ogni forma di pettegolezzo sul conto di terzi o di indiscrezioni sull’intimità della sua vita privata. Chi voglia approfondire, o affrontare per la prima volta, la conoscenza di idee e metodologie che hanno segnato il dibattito storiografico e culturale fra gli anni ’70 e ’80 del Novecento, incontrerà i grandi testimoni della storiografia francese del XX secolo: Michel de Certeau, ammirato per la varietà delle sue esperienze esistenziali, per il rispetto “democratico” nei riguardi dei soggetti delle sue ricerche; Pierre Goubert, Emmanuel le Roy Ladurie “era storico, antropologo, uomo di lettere, dotato di una visione del mondo insieme sacra e profana”.Troverà tra le storiche francesi della seconda generazione, i nomi di Eliane Viennot, fondatrice della SIEFAR, di Arlette Farge, l’autrice, tra gli altri saggi, de “Il piacere dell’archivio” che “ha aperto la strada- secondo Natalie- a una storia integrata, la storia delle donne nella storia sociale e politica. Potrà spingersi più oltre fino ad aggiornarsi sulle novità attuali delle proposte delle scuole storiografiche dei paesi post coloniali che includono sistemi di pensiero e di comprensione del mondo che divergono da quelli elaborati dalle scienze sociali europee. Certo il grande amore, la grande passione di Natalie è stata la Francia, il paese dei Lumi e della Rivoluzione, di Sartre e dei movimenti filosofici, che l’ha attratta  durante la giovinezza, quando, negli ultimi due anni dello Smith, frequenta la Maison Française,. A Lione, dove si reca nel 1952, inizierà le sue ricerche sui gruppi sociali, sulle rivolte degli operai, avvenute in questa città nel 1514. Il legame con il contesto francese appare evidente in molte delle sue opere ambientate nella Francia del Cinquecento:  da “Un caso di doppia identità” a “Storie d’archivio. Racconti di omicidio e domande di grazia”, a “Il dono. Vita familiare e relazioni pubbliche”.

Un connettivo forte della conversazione sono l’energia e il rigore intellettuale con cui la storica imposta e approfondisce i suoi temi sia che attengano a singoli fatti, persone e libri, sia quelli che affrontano questioni di carattere più generale.

Al centro della seconda categoria si pone la riflessione intorno al modo di scrivere la storia,all’uso delle fonti, alle tecniche di esposizione, al taglio che le donne hanno dato alla disciplina assorbendo le notevoli possibilità offerte dall’incontro con discipline diverse, smontando la storiografia come storia politica e assumendola come storia sociale. Nelle pagine del capitolo degli Incontri, colpisce l’ampiezza del ventaglio disciplinare che l’autrice dispiega. Si va dalla sociologia, all’antropologia, alla letteratura, alla linguistica e si discute, a lungo, sull’uso delle fonti. “Per me le fonti dirette o indirette non sono una prigione. Sono un filo magico che mi lega alle persone che sono morte da tanto tempo, le cui esperienze sono disperse nella polvere. E’ sull’uso “possibile “delle fonti che la conversazione, successivamente, si dilunga. E’ un uso, secondo Natalie, che non rende la storia una sorta di discorso paraletterario ma “uno spazio criticamente vagliato di probabilità” che nascono sempre da un trampolino di dati. Cogliere gli indizi nei silenzi dei documenti diventa,  per Natalie, un atto di fertilità e fecondazione , “definisce un’arte del pensare che dà la possibilità di riflettere, di ritornare alla documentazione, di affrontarla con nuove domande”. Richiede, altresì, di procedere  con un metodo ipotetico deduttivo in cui l’impiego del condizionale diventa una forma di tutela per lo storico e di rispetto per il lettore. Sarà proprio la storia delle donne occasione di nuove domande alle fonti e di messa a punto di più raffinate tecniche di ricerca “Ho capito rapidamente l’errore di chi pretendeva che il mio progetto non fosse praticabile con il pretesto dell’assenza di fonti: non era vero!Io adoro le sfide che consistono nel reperire fonti.

La storia delle donne, una passione nata negli anni giovanili, quando era studentessa, studiando Christine de Pizan. “E’ stato in quella fase che ho cominciato ad interessarmi ai fatti personali, alle contraddizioni, ai conflitti, alle tensioni tra la vita intima dei singoli e i progetti professionali, le realtà sociali, politiche, religiose di un’epoca”.

Nascerà così un’opera come Donne ai margini, la storia di tre donne del Seicento (prima ed. italiana Laterza, 2001), di Glikl has Yehudah Leib, una commerciante ebrea di Amburgo, Marie de l’Incarnation, una suora francese fondatrice del primo convento di Orsoline in America del Nord, di Maria Sibylla Merian, una naturalista e pittrice tedesca protestante. Tre donne né vittime né eroine, ai margini della Storia Ufficiale, che hanno, tuttavia, modellato e creato le loro vite, che hanno operato la “costruzione del sé”, che hanno tentato di sopravvivere, di adattarsi, di manifestare una particolare attitudine a trarre partito dalle situazioni con le quali si sono confrontate. Una storia, dunque, non come sequenza diacronica di eventi bensì come sincronica compresenza di variabili istituzionali di attori grandi e piccoli, di differenze non solo tra i sessi ma anche tra le donne stesse. Una storia letta, altresì, nel caso di Glikl e di Marie de l’Incarnation, attraverso categorie interpretative che rinunciano a valutare in modo univoco, cattolicesimo e protestantesimo del XVII sec. con l’uso disinvolto della coppia protestantesimo-forza progressista, cattolicesimo controparte conservatrice. Una storia che mette in discussione la prospettiva evoluzionistica della “storia di genere”. Perchè “si può conservare l’idea di un progresso lineare nella condizione delle donne, ma non se si intende fare una buona ricerca!”. Superare una visione storica fondata sul vecchio giocherello manicheo dell’ aut-aut, pensare agli eventi senza schemi precostituiti, aprirsi alle infinite singolarità della storia,attirando nell’orbita dei propri interessi nuovi popoli e nuovi spazi,  prendere le distanze da messianesimi con il loro portato di intolleranza, sono queste, in sintesi, le categorie di analisi su cui si fonda la scrittura della storia secondo Natalie. Ci permettono di conoscere una studiosa che cerca sempre nella storia la conoscenza degli esseri umani e non l’adulazione della propria immagine; una figura che non ha nulla di asettico, non teme di contaminarsi, di immergersi nelle fonti, di verificarne “l’intenzionalità”, e, se necessario, di “crearle”, (il che non significa inventarle) trasformandosi una vibrante narratrice .

Jolanda Leccese

Pubblicato su Leggere-Donna n° 131, 2007, pp. 16-17