Intorno a Lalla Romano

Lalla Romano in pittura, scrittura, fotografia

Piacenza – dal 23 aprile al 6 giugno 2008

Lalla Romano. Ho incontrato il suo nome come autrice di “Le metamorfosi”, nel lontano 1951, quando ero ancora studentessa delle medie.

Il suo primo romanzo. Un libro scandalosamente incurante della moda letteraria del tempo, un libro, come scrisse Vittorio Sereni “fatto di sogni trascritti e riferiti”, i sogni che le riferiva il figlio, utilizzati da lei come fossero un fatto, un documento, alla stessa stregua di lettere, fotografie, compiti scolastici che davano corpo alla memoria.

E poi, di seguito, altre letture: “Le parole tra noi leggere”, con cui aveva vinto il premio Strega, nel 1969, e quella “Giovinezza inventata”, opera, forse, meno nota delle altre che mi fece scoprire il mondo della sua infanzia e della sua giovinezza, un mondo cui ha attinto infinite altre volte nelle sue opere. Fu l’occasione per conoscerla come pittrice, allieva, a Torino, prima di Lionello Venturi, e successivamente di Casorati, insieme a, per fare solo qualche nome, Lella Marchesini, Giorgina Lattes, Marisa Mori. Un gruppo ben compatto di allieve che, pur partendo dalla rigorosa lezione del maestro, raggiunsero tutte una propria dimensione personale.

Mi si perdonerà questa incursione nel mio vissuto, questa testimonianza personale, che mi è sembrata opportuna premessa alla notizia di una mostra interessante che si tiene a Piacenza, e che vuole mantenere ancora vivo il ricordo di questa scrittrice, nell’alveo delle manifestazioni per celebrare il centenario della nascita di Lalla Romano (Demonte, Cuneo, 1906).

Una mostra, curata da Antonio Ria, che fu il compagno negli ultimi anni di vita della scrittrice (una presenza paziente e premurosa, come sottolineava Lalla), e da Alessandro De Poli. Una mostra che si presenta articolata in quattro sezioni, variamente dislocate nella città.

Fotografie, manoscritti delle opere letterarie nelle varie stesure, lettere e dediche di libri ad amici e scrittori, ricostruiscono l’itinerario letterario di quella che alcuni hanno definito “una regina” (anche se Lalla dichiarava di detestare le regine “non per loro stesse, poverine, ma per la loro funzione, per quello che rappresentavano”). Una regina ma soprattutto una donna che non si è mai sottratta all’impegno: dalla partecipazione al Movimento di Giustizia e Libertà, alla collaborazione con Gruppi di difesa della donna, fino alla breve esperienza politica di consigliera comunale a Milano.

Ecco Lalla (Graziella) bambina in braccio alla madre Giuseppina, davanti ad una finestra; Lalla, solenne nella sua vecchiaia, con la bella testa incoronata spesso da cappellini, baschi, berretti.

Una mostra che certamente le sarebbe piaciuta perché, per lei, la realtà si concretizzava nella fisicità delle immagini, delle presenze materiche: vecchi appunti, brani di lettere, disegni. Non per il gusto del pastiche ma per una precisa volontà di afferrare il senso della realtà, a partire dalla sua materialità pura, dalla “massiccia evidenza delle cose”.

Quasi una lotta, questa, per usare le parole di Maria Rosa Cutrufelli, “in cui c’è molto dell’esperienza femminile, così carnalmente legata al mondo della quotidianità”.

Ci viene restituito, anche se solo in parte, insieme al ritratto di Lalla, quello di Grazia Cherchi, una scrittrice, ma soprattutto una critica letteraria, nota certamente ai lettori di “Quaderni piacentini”, di “Linus”, “Linea d’ombra”, “Panorama”, “Il secolo XIX”, e soprattutto “l’Unità”.

Si dovrebbe parlare a lungo di questa donna, scomparsa prematuramente, una straordinaria lettrice “militante”, attentissima agli slittamenti del costume e alle geometrie della società letteraria, come recita il retro della copertina di “Scompartimento per lettori e taciturni”, un libro che tutti dovrebbero leggere.

Contribuisce, a farla conoscere il bellissimo volume “Scrittori per un secolo” a cura di Goffredo Fofi e Giovanni Giovannetti, con testi inediti di Lalla Romano, sollecitati nel 1993 proprio da Grazia Cherchi.

A Lalla Romano pittrice è dedicata la seconda sezione della mostra curata da Stefano Fugazza e Gabriele Dadati, nelle belle sale della Galleria “Ricci Oddi”.

Autoritratti, ritratti, nature morte, opere grafiche, paesaggi. Rivelano forte, ad eccezione dei paesaggi che risentono ancora del naturalismo di ascendenza toscano-macchiaiola, l’influsso della pittura francese, soprattutto di Chardin e di Monet che era stato molto caro a Venturi. Spiccano per il disegno scrupoloso e la luce post impressionista il bellissimo “Autoritratto con veletta”, “Fiore con bicchieri”, “Silvia controluce”.

Dopo il trasferimento a Milano, l’attività pittorica di Lalla cede all’urgenza dell’espressione letteraria e si interrompe per sempre, forse quando, come scrive Marco Vallora, “non avverte più intorno a sé l’aria felice della pittura e si rastrema ad essere narratrice tagliente e duramente casta”.

Lodevole l’iniziativa degli studenti del Liceo “Gioia” di Piacenza; vorremmo conoscere i loro professori che li hanno guidati nell’affrontare, con mezzi multimediali, la lettura di alcuni testi della scrittrice, come “Tetto murato” (1957), libro denso di passione civile, come “Diario di Grecia” del successivo anno, ricco di quelle immagini che Lalla sapeva vedere con lo sguardo esperto del pittore e con quello del testimone.

Lalla Romano, Grazia Cherchi, due donne, che pur nella diversità dei gusti letterari, hanno contribuito ad arricchire il tessuto intellettuale dell’epoca in cui sono state sorteggiate a vivere.

Rendere loro omaggio significa confrontarsi non solo con l’infinito intrattenimento che può offrire l’arte ma anche con i sentimenti e le esperienze di chi non è stato mai indulgente con i compiacimenti  psicologici, di chi, soprattutto, ha saputo anche indignarsi per la politica, per la cronaca, per un brutto libro, per le doppiezze e le falsità.

Jolanda Leccese

Pubblicato su Leggere-Donna, n°135, 2008

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