Monica Hannasch

I Batik di Monica Hannasch.  Grottaglie-Palazzo De Felice fino al 14 /09/ 2008.

 

Batik è una parola indonesiana che significa scrivere e disegnare con la cera sciolta, concretamente associata a tessuti dai colori sgargianti che vengono colorati con questa tecnica.

La sua origine si perde nelle nebbie del tempo, ma è certo che fu prodotto già nell’antichità, in varie parti del mondo, nel Perù precolombiano, in Africa, in Oriente. Introdotto in Europa dagli olandesi ebbe un notevole rilancio durante il periodo dell’Art Nouveau.

Conosciamo i colori sgargianti del batik, il blu soprattutto e il rosso; sono quelli delle donne di colore che vediamo nei mercati e nelle favelas. Li abbiamo ammirati nei lavori di Yinka Shonibare, l’artista anglo-nigeriano, che, maliziosamente, usa il batik per ricoprire e abbigliare i suoi manichini viventi.

In questi mesi li possiamo ritrovare, con declinazioni diverse, nelle opere di Monica Hannash, in una bella mostra, a lei dedicata, nel paese delle ceramiche, a Grottaglie, in provincia di Taranto, nelle sale del Palazzo De Felice.

Monica Hannasch è stata allieva di Riccardo Dölker, uno dei maggiori rappresentanti del così detto “periodo tedesco” della ceramica vietrese. Ha imparato da lui quest’arte frequentando la sua scuola nel Kohlgraben, nella Germania dell’Est, dove il maestro di era trasferito, nel 1945, dopo un lungo soggiorno in Italia. Un anno intenso che lascerà tracce indelebili nella sua vita e nella sua arte come testimoniano le parole della stessa autrice inserite nel catalogo.

Perfezionatasi in grafica e pittura murale e scenografia al Sacramento State College in California e ottenuta una borsa di studio all’Institute of Fine Arts di San Francisco, apre qui uno studio nel 1955. Poi, nel 1962, la grande svolta! La decisione di vivere in Italia, a Scario, un paese della costa Cilentana dove si era recata per vendere la casa della madre che era stata un’esponente di spicco del gruppo degli artisti tedeschi operanti a Vietri, intorno agli anni Venti del secolo scorso.

Innamorata del paesaggio, dei profumi e dei colori di questa terra, decide di fermarsi stabilmente in questo lembo della costa campana, non lontano dall’antichissima città di Velia (Elea), famosa per la sua scuola filosofica ma anche per la sua bellissima “Porta Rosa”, la sola “a tutto sesto” che si riconosca, nell’antichità classica, fra il VI e il V sec.

Da allora ad oggi non si contano le mostre di questa artista, in Italia e all’estero (in particolare in Ecuador, a Quito, dove tenne per tre anni uno studio con Olga Fisch).

L’ultima, in ordine di tempo, la mostra a Grottaglie, curata da Matilde Romito della Soprintendenza di Salerno, in collaborazione con Daniela De Vincentis, direttrice responsabile del Museo della Ceramica di Grottaglie, da sempre impegnata nella valorizzazione del patrimonio ceramico grottagliese.

È una mostra che presenta una raccolta di quindici stoffe, di varie dimensioni, che illustrano diversi temi: passando dal mito alla celebrazione dei ritmi della terra, delle stagioni, alla rappresentazione della arti e mestieri, degli animali resi nelle più particolari specie. È una vibrante testimonianza della creatività femminile che viene offerta al visitatore, che non può non rimanere incantato davanti alla bellezza cromatica di queste tele.

Avventurandosi nel corpus sterminato del mito, con ampia e sedimentata cultura, la nostra artista si sofferma su un tema divenuto simbolico nel nostro immaginario: quello della Sirena. Un mito riletto, assaporato, quasi vezzeggiato, nel corso dei secoli (pensiamo ai “d’après” di tanta pittura otto/novecentesca).

Eccola, la Sirena, “epifanizzarsi” ora nella versione della donna-uccello del mondo greco arcaico (“Fanciulle alate, Vergini, figlie della terra”, così le invoca Elena nell’omonima tragedia di Euripide) ora in quello della donna-pesce, dell’epoca medievale “Mitologicum”.

Mito in greco è anche “racconto” e Monica Hannasch ripropone storie fantastiche, sorte intorno a questo personaggio, associando, in un approccio interdisciplinare, letteratura, storia dell’arte, mitologia.

“Scrive” la sua versione attraverso una fitta rete di allusioni ad archetipi letterari, ad immagini desunte dall’iconografia vascolare, richiamando sulla scena personaggi come Ulisse, “Odysseus”, che resiste al canto delle sirene legato all’albero della nave, come Orfeo, “Orpheus”, che seppe vincere nel canto le sirene, nel viaggio intrapreso, insieme agli Argonauti, alla conquista del vello d’oro.

Per quella coincidenza geografica che localizza l’isola della Sirene lungo le coste campane, la rappresentazione di questo personaggio mitologico è, certamente, un omaggio alla Campania, terra d’elezione dell’artista; ma è, soprattutto, funzionale a comprendere il nucleo essenziale della sua poetica finalizzata a cantare la bellezza del creato in tutte le sue manifestazioni. Come, infatti, ne la “Sirena che suona” il mare, con la sua ricca fauna ittica, è il co-protagonista di uno scenario naturale incantevole, così, nelle scene che rappresentano le antiche dee del Mito, alberi, fiori, uccelli, farfalle, avvolgono letteralmente il personaggio, fin quasi ad inglobarlo in un abbraccio surreale, in una sorta di vegetalismo metamorfico.

Feronia, la dea italica che viveva fra boschi e fonti, Dafne, la ninfa amata da Apollo, trasformata in alloro per sottrarsi alle bramosie del dio, Persefone, riscattata dalle oscure cade dell’Ade, che riporta la vita sulla Terra, si offrono all’esperienza dell’artista nella loro inesausta “virtualità”, nella loro persistente modificabilità diacronica, nella loro infinita disponibilità ad accogliere la celebrazione della natura che vive e si rinnova, come entità animata e palpitante.

E poi ci sono gli animali, dalle specie più disparate, rappresentati, sullo sfondo di una natura lussureggiante, con lo sguardo attento di chi osserva e ama tutte le creature del creato.

Un mondo che, come scrive Matilde Romito nella presentazione del catalogo, trova il suo acme nel grande “Arbor Vitae”, una galassia variopinta di fiori, alberi, animali, un inno di alta eloquenza visiva all’armonia della creazione.

E allora quel tessuto etnico, quel batik, che è stato usato dalle popolazioni nere, spesso, come simbolo di protesta politica, diventa, nella nostra artista, strumento di testimonianza di come l’attenzione ai nostri compagni di viaggio, su questo pianeta, possa colorarsi di curiosità e fantasia, recuperando quella tenerezza e condivisione con tutte le creature che in questa stagione del pianeta sembrerebbe perduta.

Jolanda Leccese

 

 

Un ricordo della mostra
Un ricordo della mostra

 

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