Intervista a Anna Ottani Cavina

Ho conosciuto, per la prima volta, per la prima volta il nome di Anna Ottani Cavina, nel 2001, in occasione della mostra a Mantova, da lei progettata e diretta, dal titolo molto suggestivo, “Un paese incantato. Italia dipinta da Thomas Jones a Corot”. Una mostra tesa a rivalutare, accanto agli artisti più noti e consacrati da un’interrotta fortuna, altri rimasti ai margini. Fu, per me, un vero colpo di fulmine che mi fece scoprire il la pittura di paesaggio e una studiosa di fama mondiale.

Anna Ottani Cavina è una fra le più importanti studiose della Pittura di Paesaggio, impegnata da molto tempo in ricerche sul vedutismo tra Illuminismo e Romanticismo.

Insegnante di Storia dell’Arte Moderna all’Università di Bologna e alla Johns Hopkins University (Bologna Center), è anche direttrice della Fondazione Zeri dell’Università di Bologna (www.fondazionezeri.unibo.it).

Insignita della Légion d’honneur nel 2001, divide il suo tempo fra un marito, tre figli e gli impegni di lavoro che spaziano da una produzione saggistica dall’impronta molto personale (I paesaggi della ragione, Einaudi 1994) a organizzazioni di mostre, convegni che la portano spesso in giro per l’Italia e all’estero.

Numerose le sue pubblicazioni: da quelle sul tema specifico del Paesaggio (La Pittura di Paesaggio in Italia. Il Settecento, Milano 2005), alle monografie su artisti del Settecento (Felice Giani e la cultura di fine Settecento, 2 voll. Milano 2000) ai cataloghi che accompagnano le mostre da lei dirette, preziosi testi di consultazione per la ricchezza delle informazioni e gli approfondimenti critici. Da citare, in particolare, la prima edizione italiana de I Diari di viaggio di Thomas Jones (1742-1803), un documento fondamentale e gustosissimo della civiltà del Grand Tour in Italia, redatto da un paesaggista di genio che ha pagato a lungo “con la solitudine l’anomalia della sua intelligenza”.

È una signora affabile e cordiale quella che incontro a Villa Medici sede dell’Académie de France, in occasione dell’inaugurazione della mostra, da lei curata e diretta, dedicata a Marius Granet, un paesista provenzale che a Roma trascorse quasi una vita, ben ventidue anni (1802-1824), “un sogno che ho a lungo coltivato, mi dice iniziando la sua conversazione, nel cerchio della cultura italo-francese, con l’appoggio solidale di Marc Fumaroli e di Benedetta Craveri”.

Cominciamo, allora, la nostra intervista partendo proprio da questa mostra.

Lei ne parla come di una “esposizione che vuol introdurre l’artista da un’angolazione confidenziale e segreta. Un’ottica molto particolare che vorremmo lei ci chiarisse.

L’esposizione Granet muove da una premessa, che è quella di far conoscere il lavoro del pittore andando dietro le quinte: non i dipinti finiti, destinati alla vendita, ma gli studi, i bozzetti, il lungo lavoro di sperimentazione e ricerca. Un lavoro che rimarrà fino alla fine privato, salvando l’improvvisazione e la freschezza.

In questa sua modalità di presentazione dell’artista, si avverte, al di là della competenza scientifica, un’intensa partecipazione da parte sua, un’empatia, a volte un’emozione. La stessa impressione è possibile ricavare leggendo la sua monografia su Thomas Jones. È una sensazione o una realtà?

Si sceglie un artista, gli si dedica tempo e passione, lo si conosce più a fondo, si entra nella sua storia. E’ inevitabile a quel punto sentirlo vicino e schierarsi con lui. Difficilmente la critica è oggettiva, perché dal passato si estraggono sempre e soltanto alcuni dei significati nascosti. La critica dunque è soggettiva, ma io credo che, al di là dei contenuti, la buona critica sia anche una questione di forma, di lingua.

Dopo l’immersione “in medias res”, cerchiamo di conoscere le motivazioni che l’hanno portata a scegliere di dedicarsi allo studio del paesaggio.

In realtà ho cominciato studiando i pittori di figura, i pittori del Seicento nella cerchia di Caravaggio. Poi, lavorando soprattutto in area francese, il tema del paesaggio mi ha molto affascinato per gli anni di fine Settecento, che sono anni di cambiamenti cruciali, nella società e nella cultura. In questo ambito, il mio libro più importante è uscito nel 1994 nei saggi Einaudi. Si intitola “I paesaggi della ragione”.

Ci racconti qualcosa dei suoi libri, di qualche scoperta interessante in cui si è imbattuta, nel consultare documenti inediti.

In tema di paesaggio, tengo molto a una ricerca che ho condotto anni fa. Verte sui rapporti fra arte e scienza, sugli scambi reciproci fra il dipinto di un artista tedesco attivo a Roma, Adam Elsheimer, e le scoperte scientifiche di Galileo, nei primissimi anni del Seicento. Il pittore ha dipinto una Fuga in Egitto ambientata nel buio della notte. Sedotto dalle scoperte di Galileo, ha raffigurato un cielo stellato come non si era mai visto, una vera cartografia celeste, con la Via Lattea osservata con il telescopio (è rappresentata come aggregazione di stelle e non come nebulosa) e la luna con i crateri e le macchie lunari. Molti anni fa avevo studiato questo dipinto e ipotizzato questo rapporto del pittore con Galileo. Di recente gli astronomi del Deutsches Museum di Monaco, attraverso una serie di simulazioni realizzate al computer, hanno provato l’esattezza di questa ipotesi e addirittura indicato la notte di luna piena in cui a Roma si sarebbe visto il cielo di Elsheimer, con quel preciso rapporto fra le costellazioni. Era la notte del 16 giugno 1609.

Sono tanti i pittori di paesaggio; e pittrici ce ne sono? O sono poco rappresentate? Io conosco soltanto il nome di Marianna Candidi Dionigi, presentata a Roma nella mostra del 2001 “La campagna romana da Hackert a Balla”. Vuole aggiungere qualche altra notizia?

Anche a me sembra strana l’assenza delle donne in un ambito (la pittura ad acquerello) così aperto e accessibile.

Mi risulta, dalle mie esperienze (in particolare quella che ho fatto recentemente durante la mostra di Ducros a Taranto) che l’argomento “pittura di paesaggio” è ancora ignorato da un gran numero di persone, anche da quelle interessate all’arte. Da che cosa dipende questo?

Lei ha ragione in qualche misura: c’è molto più interesse per la pittura di storia o per il ritratto. Oggi però, per varie ragioni, legate a problematiche contemporanee, il paesaggio e la natura stanno di nuovo intercettando l’attenzione del pubblico colto.

Ed ora lasciamo l’argomento specifico del paesaggio e passiamo alla sua attività nell’ambito dell’Università. Sono numerose le allieve che frequentano i suoi corsi? Quali interessi vede emergere in loro ? Ce ne sono interessate, in particolare, alla pittura di paesaggio?

Nei miei corsi universitari, dove gli studenti si contano a centinaia, passano molti ragazzi che attraversano l’esame di storia dell’arte per approdare poi a carriere diverse. Non seguiranno una formazione specialistica. In molti casi però hanno un backgroud di cultura generale e degli entusiasmi per la mia disciplina che costituiscono una componente preziosa nella loro maturazione professionale.

Sul piano della ricerca, trova utile il rapporto con le colleghe?

Naturalmente è corretto dire di sì, ma la verità è che in un mondo in cui la comunicazione è veloce e non ha limiti, è possibile scegliersi interlocutori anche molto lontani e dialogare, attraverso i libri o con le persone, al di là dei colleghi che compongono il nostro piccolo gruppo accademico. Debbo riconoscere che mi hanno insegnato molte cose e mi hanno fatto amare questo mestiere studiosi che vivono nelle università e nei musei molto lontano da qui, generosi anche sul piano delle idee.

Quali sono i suoi progetti futuri?

Ho in cantiere alcuni libri: sulla pittura francese del Settecento e su alcune figure illustri della critica del Novecento. Sono anche molto presa dalla direzione della Fondazione Federico Zeri, un centro di ricerca in Storia dell’arte, legato all’università di Bologna, cui Zeri ha lasciato l’immensa sua biblioteca e la sua fototeca. Il Centro è aperto alla consultazione, il 10 ottobre inaugureremo a Bologna una mostra importante dedicata alla figura di Zeri e al suo metodo.

Vorrei chiudere citando un brano di una pagina da lei scritta, nel suo Saggio introduttivo al Catalogo “Un paese incantato” della mostra già citata: “un po’ per gioco e molto per nostalgia, e anche per capire come lavorava un pittore sulle vie del plein air, abbiamo fatto di nuovo quel viaggio. Quasi uguale, fra le pianure, i fiumi, i paesi che, lontani dalle autostrade di oggi, sono ancora seducenti e intatti: il Tevere, il sole, le gole a strapiombo sopra i torrenti, e pergolati e cortili e piccoli fiori d’antan cresciuti nei vasi di coccio. Altrove invece i luoghi sono stati violati. Non ci sono più gli orti, le vigne e fra le arcate del Ponte romano di Narni, inquadrato fra i campi del grande Corot, sfreccia metallico un treno Eurostar. Mentre alcune delle ville in rovina, che gli acquerelli di Robert Cozens hanno reso fiabesche e struggenti, appartengono ormai agli uccelli della notte”. È un linguaggio, il suo, caldo, colorato, evocativo. Non è il linguaggio di un noioso manuale ma rivela in lei, un’affabulatrice di gran razza, una scrittrice che sa conferire alle pagine un’aura di poesia e di bellezza atemporale. Ci salutiamo dandoci appuntamento a Bologna, per il 10 ottobre di quest’anno.

Jolanda Leccese

Pubblicato su “Leggere Donna”, n. 142 – settembre-ottobre 2009

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AL FEMMINILE IL PERCORSO DELLA STORIA

OTTOBRE 2009 – PIOVONO LIBRI

Biblioteca Comunale P. Acclavio, Taranto

È passata molta acqua sotto i ponti da quando, nel lontano 1989, veniva istituito presso l’allora Ministro della Pubblica Istruzione, il Comitato Pari Opportunità.

Per la prima volta nuove presenze femminili e la proposta culturale e politica della tematica di genere entravano nelle amministrazioni nazionali e locali, grazie alla formazione di organismi di Pari Opportunità presso Ministeri, Regioni, enti locali e aziende.

In particolare, per quel che riguarda le scuole ci furono iniziative che, benché vissute all’interno di forti contraddizioni, miravano all’adozione di una prospettiva culturale ed educativa che ponesse al centro della propria attenzione i soggetti, docenti e discenti, non come soggetti neutri, bensì sessuati, portatori, quindi, di storie, esperienze, sapienze differenti.

A sollecitare e indicare la centralità della prospettiva e cultura di genere nella scuola intervenne anche la legge 30/2000 nell’ambito del Programma quinquennale elaborato dalla Commissione De Mauro.

Oggi la tematica delle Pari Opportunità appare definitivamente inghiottita dall’indifferenza, anzi dal silenzio totale, del Ministero della Pubblica Istruzione, nonché fortemente minacciata dall’ondata anti-femminile e reazionaria del nostro tempo.

Al silenzio del Ministero, ecco che si oppone la voce di una Istituzione, quella del Comune di Taranto, nella persona dell’Assessore alle Politiche Culturali ed Educative-Pari Opportunità: la prof.ssa Angela Mignogna.

Fra le tante iniziative, fortemente sostenute dall’Assessorato, segnaliamo quella rivolta alle scuole, finalizzata a mettere in rilievo presenze femminili portatrici di valori e di ricchezza di cultura in diversi campi.

Al femminile il percorso della storia”, è questo il titolo di un progetto ideato dalla dr.ssa Maria Pavone della Biblioteca Comunale “P. Acclavio” di Taranto, con il coordinamento del Direttore, nell’ambito della manifestazione “Ottobre 2009 – Piovono Libri”.

Con esso si è voluto presentare al pubblico la concretezza del lavoro di tante donne, non per parlare di una storia a sé stante ma per costruire, o ricostruire, la memoria di una tradizione culturale femminile troppe volte spezzata e dispersa. Una tradizione che le ragazze di oggi, che pur hanno acquisito il diritto di studiare, lavorare, scrivere romanzi porno, fare il soldato, non sanno di avere alle spalle. Anche perché, forse, nessuno ne ha mai parlato.

L’iniziativa, opportunamente inserita nella rete degli Istituti Superiori della città e nell’ambito delle attività della Biblioteca Comunale (dove rete non significa web ma collegamento tra diverse realtà), è stata un’occasione di incontri e di scambi tra persone e mondi diversi grazie al contributo di collaboratori operanti al di là dei ruoli formali: editori, fotografi, rappresentanti del Gruppo di lettura, Leggere-Leggersi, che da anni svolge la sua attività presso la Biblioteca.

Luogo deputato, quindi, la Biblioteca. Non solo come luogo dedicato alla conservazione e tutela dei libri ma anche come parte attiva nel processo di sviluppo culturale del territorio. Non più, o non solo, tempio o palazzo, ma luogo aperto, agorà, nel senso che i greci le attribuivano, scommessa per l’identità stessa della città che la ospita.

Fitto il calendario di eventi che si è aperto ufficialmente, il 28 ottobre, con una mostra fotografica, ancora in corso, di figure femminili nella storia di Taranto, curata dall’editore Domenico Sellitti ed allestita dalla fotografa Giovanna Tarantino. Si tratta di una rassegna di foto di fine ‘800, primi ‘900 che ritrae donne di Taranto più o meno famose, insieme a spartiti, riviste, lettere e cartoline d’epoca.

A seguire, gli incontri con le scuole, o con chiunque sia interessato, nei quali interverranno studiose del mondo letterario e del giornalismo per raccontare esistenze femminili più o meno famose, spaziando nel campo della letteratura, della politica, dello spettacolo, del giornalismo.

Saranno presentati, testi diversificati sia per le tematiche che per il loro modo di rappresentare la realtà; testi che si pongono al di fuori di quelli proposti dal curricolo scolastico, che possono favorire, successivamente, una consuetudine alla lettura personale.

Si è ritenuto, altresì, opportuno, operare nel senso della trasversalità, affiancando alla lettura di brani dei testi presentati, documentari, filmati d’epoca, diapositive, per fornire spunti di contestualizzazione più ampia degli argomenti trattati (è a disposizione, per chi fosse interessato, un CD-R).

Il primo incontro è stato dedicato ad Ipazia, la scienziata alessandrina vissuta tra il IV e V sec. d.C., una figura dimenticata dalla cultura ufficiale.

In onore di questa scienziata, per l’anno internazionale UNESCO dell’ASTRONOMIA, 2009, è stato proposto un Percorso di Ricerca dal titolo “Donne e Astronomia da Ipazia a oggi”.

Nella sezione dedicata alle figure femminili politicamente e socialmente impegnate, vengono delineate la vita e le opere di due importanti personaggi poco noti, se non del tutto sconosciuti:

Antonietta De Pace, rara se non unica figura di combattente dei nostri moti risorgimentali; protagonista emancipata e coraggiosa di rivolte pubbliche e private nel Sud dell’Italia borbonica.

Annamaria Mazzoni, una protagonista assoluta del movimento femminile ottocentesco che denunciò la discriminazione salariale, che reclamò la diffusione dell’istruzione professionale femminile, che rivendicò il diritto elettorale della donna e la sua partecipazione alla vita politica e civile del paese (ampie e dettagliate notizie su Antonietta De Pace e Annamaria Mazzoni verranno fornite nei successivi numeri della nostra Rivista).

La sezione dedicata alle donne dello spettacolo presenta i nomi di:

Eleonora Duse ed Anna Fougez: due donne che hanno un comune denominatore. Sono anomale, ribelli, non seguono uno scontato percorso femminile. Conquistano e interpretano con l’uso della testa e del corpo un ruolo interessante che incide sulla realtà che le circonda.

A seguire, nell’ambito della produzione letteraria, il criterio di scelta non è stato univoco ma piuttosto vario.

Tra le scrittrici che hanno operato nei primi del Novecento, si è scelto di privilegiare la vita e l’opera di:

Matilde Serao (1856-1927) e Grazia Deledda (1871-1936)

Due facce della narrativa meridionale collegata ai modi di rappresentazione di tipo naturalistico ma anche diversità di comportamenti nei rapporti con la società.

Se, infatti, la Serao ebbe un ruolo di punta, anche da giornalista, come agitatrice di problematiche sociali e culturali, attenta alle condizioni di vita delle classi povere, la Deledda (Nobel nel 1926), preferì concentrarsi in una problematica sentimentale-morale, rimanendo estranea alle vicende politiche ed intellettuali del suo tempo.

Nei successivi incontri, saranno evidenziati i percorsi artistici di:

Neera (pseudonimo di Anna Radius – 1846-1918) e di Sibilla Aleramo (pseudonimo di Rina Faccio – 1876-1960).

Entrambe queste scrittrici presentano storie di donne. Ma, se le protagoniste dei romanzi di Neera fanno seguire, alla presa di coscienza della propria condizione, la rassegnazione, il ripiegamento nel proprio mondo interiore fatto di sofferenze e di sogni, in Aleramo, la protagonista di “Una donna”, infrange le regole del gioco e cerca di costruire la propria individualità in quanto persona, prima ancora che donna.

Diverse anche le scelte di vita delle due scrittrici. Alle posizioni antifemministe ed antidivorziste assunte da Neera, la Aleramo oppone la sua attività di femminista, approdando successivamente, all’antifascismo ed al comunismo.

Ad Annamaria Ortese (1914-1998), al mondo onirico, visionario, inquietante, intessuto di un inguaribile dolore esistenziale quale emerge dalla lettura dei suoi testi, sarà dedicato l’ultimo incontro del nostro Percorso della Storia al Femminile.

I lavori si concluderanno l’8 marzo con una relazione che illustrerà l’Iter storico della normativa e delle leggi relative alla Pari Opportunità.

Jolanda Leccese

per il Gruppo di Lettura Leggere-Leggersi-Amici dell’Acclavio

Ipazia

Perché parliamo di Ipazia?

Perché Ipazia è stata una grande scienziata vissuta, ad Alessandria, fra la fine del IV e l’inizio del V sec. d. C., al tempo dell’imperatore d’Oriente Arcadio e di suo figlio Teodosio II.

Matematica, fisica, astronoma, filosofa, erede di quella scuola alessandrina, la più importante comunità scientifica della storia, dove avevano studiato Archimede, Aristarco di Samo, Euclide, Tolomeo, una scuola che aveva raggiunto vette altissimi, soprattutto nel campo scientifico.

Eppure la sua figura è una di quelle che potremmo definire “perdute nella storia”, come quella di Nicobule, storica di Alessandro Magno, di Zenobia regina di Palmira, di Panfila vissuta nel I sec. d. C.. Figure che evidenziano la mancanza di attenzione e di considerazione della cultura ufficiale verso donne che andrebbero riconosciute come illustri e alle quali dovrebbe essere dato ampio rilievo.

Infatti, se scorriamo i manuali di storia della filosofia o di storia della matematica e dell’astronomia, o non troveremo il suo nome o poche righe che ci informano della sua esistenza, peraltro non autonoma ma in quanto figlia del matematico Teone, senza che nulla venga detto sul contributo da lei dato alle scienze e al sapere.

Sì, perché la scienza è stata per secoli considerata appannaggio esclusivo del mondo maschile. Ancora nel 1700, nel secolo dei Lumi, a un’italiana, la milanese Maria Gaetana Agnesi, famosa per i suoi trattati sulle tangenti e sulle curve, molte istituzioni accademiche, compresa quella di Francia, rifiutarono un posto come ricercatrice. E ancora Sophie Germain, studiosa del calcolo infinitesimale, dovette assumere l’identità di un uomo per poter continuare i suoi studi. E se ci spostiamo nei nell’800, vediamo che l’ingresso della studiosa di matematica svedese Sofia Kovaleskaja, fu così commentato dallo scrittore August Strindberg “Una femmina professore di matematica è un fenomeno pernicioso e sgradevole, persino si potrebbe definire una mostruosità”.

Ma torniamo a Ipazia e vediamo quale è stato il suo contributo.

Sappiamo dalle fonti che scrisse un commento di ben tredici volumi sull’aritmetica di Diofanto considerato il padre dell’algebra.

un trattato di otto volumi sulle coniche di Apollonio di Perga

che aveva studiato le orbite dei pianeti.

che aveva curato un commentario all’Almagesto di Tolomeo, un poderoso

trattato di astronomia.

Si, perché Ipazia non fu solo una matematica ma anche studiosa di astronomia, apprezzata studiosa del moto degli astri se è vero che Filostorgio, uno storico della chiesa, dunque non una fonte di parte, ma anche esperto di astronomia scrive che “ella divenne molto migliore del maestro, particolarmente nell’astronomia”.

Ecco come di lei parla il poeta Pallada in un epigramma:

Quando ti vedo mi prostro davanti a te e alle tue parole,

infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto,

Ipazia sacra, bellezza delle parole,

astro incontaminato della sapiente cultura”.

È proprio il terzo verso in cui si concentra tutto il senso dell’attività di Ipazia ad indicare l’amore per l’astronomia.

Dunque Ipazia ha tutte le carte in regola per succedere al padre nell’insegnamento al Mouseion, il famoso centro filosofico e scientifico di Alessandria.

Qui Ipazia insegnava matematica, astronomia, meccanica, scriveva testi per i suoi studenti.

L’aspetto più interessante della sua ricerca è rappresentato dal fatto che, probabilmente, fu la prima a capire l’importanza della sperimentazione. Infatti tra le sue attività c’è anche la progettazione e costruzione di strumenti come l’astrolabio, l’idrometro, se non realizzati da lei, sicuramente dagli allievi su suo disegno.

Nella scuola Ipazia insegna anche filosofia. A proposito della filosofia, non possiamo dire che Ipazia abbia dato via ad un sistema filosofico originale, sappiamo che fu maestra di filosofia neoplatonica, una disciplina in cui convergevano anche studi di matematica e di geometria. Sappiamo inoltre dalle fonti che era giunta a tanta cultura da superare di molto tutti i filosofi del suo tempo, che “non si accontentò del sapere che viene attraverso le scienze matematiche cui era stata introdotta dal padre, ma si dedicò alle altre scienze filosofiche” (Damascio, fine del V secolo).

Eccola, alla fine di una giornata di studio e di ricerca, gettarsi sulle spalle il tribon, il mantello dei filosofi, ed andare per le strade della città a spiegare pubblicamente a chiunque volesse ascoltarla, Platone o Aristotele o le opere di qualsiasi altro filosofo.

Atto di formidabile rottura e di consapevole coraggio, questo di Ipazia che si autorizza da sé alla parola, alla libertà di parola e all’insegnamento.

Atto ancora più significativo se si pensa che Ipazia non aveva alle spalle una tradizione consolidata di maestre filosofe (eccezione fatta per la pitagorica Teano).

E questo fa di lei una figura esemplare non solo ai nostri occhi ma anche nella percezione dei suoi contemporanei vista la popolarità di cui godeva in vita.

Una popolarità che mal si conciliava con la concezione del ruolo della donna quale si veniva elaborando negli anni in cui Ipazia si trovò a vivere, a cominciare da concili di Cartagine.

Sono gli anni in cui Giovanni Crisostomo, vescovo di Costantinopoli nel 398 d.C. Esprime le sue idee sull’inferiorità delle donne che “portano il marchio di Eva, inclini dunque alla disobbedienza, alla superficialità, alla malizia”.

Sono questi gli anni in cui assistiamo all’affermarsi della religione cristiana, iniziata con l’editto di tolleranza di Costantino (312) e culminata, nel 380, con l’editto di Teodosio che vieta i culti pagani e proclama la religione cristiana, religione di Stato.

È iniziata, come afferma Luciano Canfora, la fase tombale del paganesimo.

Negli anni successivi a questa data, assistiamo ad uno scatenamento anti-pagano senza precedenti nella città di Alessandria.

Viene bruciato, nel 391, il Serapeo, il tempio dedicato a Giove Serapide e, con esso, la biblioteca che custodiva tanti libri, istituita da Tolomeo Filadelfo nel III secolo a.C.. Sarà il vescovo Teofilo in persona a dare inizio alle ostilità con il primo colpo di piccone alla statua di Giove.

È questa una delle tante tappe nella storia infinita dei roghi e delle distruzioni delle biblioteche: dai tempi del saccheggio della biblioteca di Tebe nel 1358 a.C., voluta da Akhenaton, passando attraverso le distruzioni operate da Saladino per cancellare le tracce degli Sciiti, ai roghi dei nazisti fino a quelli di Bagdad del 2003.

Sono i Livres en feu (è il titolo di un libro di Lucien Palastron) che mostrano i mille volti della barbarie.

Nello specifico della situazione che stiamo analizzando, l’incendio della biblioteca simboleggia la volontà di distruzione di una cultura alla quale anche Ipazia appartiene e che ella è intenzionata a difendere e a diffondere.

Nessuna fonte attesta il comportamento di Ipazia in quelle drammatiche vicende né il suo rapporto con il vescovo Teofilo. Sappiamo, per certo, che il risalto che Ipazia ottiene, con la sua personalità, è immediatamente successivo a questi fatti.

Ecco cosa dicono le fonti “Per la magnifica libertà di parola e di azione che le veniva dalla sua cultura, accedeva in modo assennato al cospetto dei capi che, ogni volta che si prendevano carico delle questioni pubbliche, erano soliti recarsi prima da lei. Infatti a causa della sua straordinaria saggezza tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale”.

Certo il prestigio conquistato da Ipazia è eminentemente culturale ma finisce col diventare importante anche in campo politico se a rispettarla e ad ossequiarla c’è Oreste, il prafectus augustalis, la massima autorità della città che giunto ad Alessandria, prima ancora di recarsi a visitare il magister militiae, prima ancora di recarsi a visitare il vescovo, era andato a salutare Ipazia.

Ipazia sarà la vittima non solo di quel clima di instabilità che caratterizza l’instaurarsi del cristianesimo nella vita e nelle strutture cittadine del tardo impero romano, ma anche vittima della lotta di potere tra la classe dirigente locale e la nuova burocrazia ecclesiale.

In particolare, per quanto riguarda la situazione in Alessandria, Ipazia sarà la vittima anche dei contrasti esistenti tra il prefetto Oreste e il vescovo Cirillo che è succeduto, nel 412, allo zio Teofilo, nella carica di vescovo di Alessandria e che può contare su un esercito di monaci fanatici, i parabolani, che costituiscono una sorta di milizia privata del vescovo.

L’occasione sarà offerta dal ferimento di Oreste da parte di questi monaci fanatici per aver egli punito un seguace di Cirillo. Oreste reagirà mandandolo a morte.

È in questo clima di tensione che matura la fine di Ipazia. Si farà intendere che è proprio Ipazia a opporsi alla riconciliazione tra Oreste e Cirillo; Ipazia verrà anche accusata di aver sedotto il governatore con le sue arti magiche.

È questa la tecnica della provocazione allusiva, così ben definita dallo storico Gibbon, vale a dire l’incitazione alla violenza tenendo, però, formalmente estranea l’autorità ai singoli atti criminali.

I presupposti per un’azione punitiva di massa ci sono tutti.

Era la quaresima del 415.

Fu avvicinata da alcuni monaci, strattonata giù dal carro, denudata, lapidata a colpi di tegole, ferita da conchiglie affilate, tagliata a pezzi e infine bruciata”.

Prima di ucciderla le cavarono gli occhi dalle orbite.

Responsabile diretto fu il lettore Pietro, un monaco. Ma non si escludono responsabilità anche del vescovo Cirillo.

Ci fu un’inchiesta ordinata dall’imperatore Teodosio II che però fu subito insabbiata. L’unico risultato fu che i temuti monaci parabolani furono posti sotto l’autorità del prefetto.

Muore così Ipazia “l’ultimo fiore meraviglioso della gentilezza e della sapienza ellenica” come la definirà Pascal.

I suoi libri furono bruciati, i discepoli si dispersero e di loro, del loro pensiero, nulla è rimasto.

Ci è rimasto, però, l’esempio di una donna che non ha mai smesso di credere nella capacità e nella forza della ragione, unico terreno comune a tutti gli esseri umani. In nome della ragione non accettò mai di farsi comprare o sottomettere dalle logiche di potere rimanendo fedele a se stessa con una forza e una fierezza sorprendenti degne di essere prese ad esempio allora ma soprattutto oggi nei momenti in cui assistiamo ai processi di cretinizzazione della donna.

Jolanda Leccese

PASQUAROSA


mostra a Roma Villa Torlonia

pubblicato sulla Rivista Leggere-Donna n° 143, Novembre-Dicembre 2009

Oggi, finalmente,  scrive Lea Mattarella, dopo la mostra di Lea Vergine, del 1980, che rivelò il valore degli interventi delle donne all’interno delle arti del Novecento, sembra che non ci sia altro da dimostrare.

Finalmente. Si può semplicemente raccontare la storia. O meglio le storie, perché ciò che ci troviamo davanti è una costellazione di sguardi differenti, un cosmo sfaccettato che si può attraversare in molti modi: proponendo ricognizioni a largo raggio o monografie, nei libri come nelle mostre.

Le mostre, in particolare, non quelle che offrono solo un repertorio di nomi che hanno in comune solo il genere, ma quelle che sono il frutto di investigazioni caparbie, di attenti studi storico-scientifici, continuano ad evidenziare i contributi che le donne hanno dato, e continuano a dare, al mondo dell’arte. Servono a fare emergere, nell’oggettività visiva delle opere, la concretezza di un lavoro, figure di notevole rilievo troppo spesso ignote al grande pubblico.

È questo il caso della mostra dedicata a Pasquarosa Marcelli Bertoletti, che si è tenuta recentemente a Roma al Casino dei Principi di Villa Torlonia.

Ne è stato curatore Pier Paolo Pancotto, autore del testo su “Artiste a Roma nella prima metà del 900” di cui è stata data notizia nella nostra rivista del marzo-aprile 2007 (n° 127).

Pasquarosa: un vero e proprio caso pittorico, così la definisce il curatore che non esita ad attribuirle un ruolo di protagonista nell’ambito di quella corrente maturata nella koinè artistica di Villa Strohl-Fern, animata da Cipriano Efisio Oppo, Carlo Socrate, Roberto Melli.

Sono gli esponenti di quell’avanguardia romana che, nei primi decenni del Novecento, intende erigere un muro contro l’accademismo dell’arte ufficiale e l’estremismo dissacrante dei futuristi. Quell’avanguardia schierata nelle mostre delle Secessioni romane che si tengono dal 1913 al 1916 e che risente profondamente dell’influsso della pittura francese (i fauve e Matisse, soprattutto).

È bella Pasquarosa. Nata ad Anticoli Corrado, nel 1896 da una famiglia di contadini, giovanissima si è trasferita a Roma per lavorare come modella per Felice Carena e Umberto Natale (Nino) Bertoletti che sposerà nel 1915. Priva di ogni sapere accademico e di una specifica formazione, coltiverà la sua crescita culturale nell’ambiente colto e raffinato di Villa Strohl-Fern, a fianco del marito e dei suoi amici: Socrate, De Chirico, Pirandello.

Il successo giunge nel 1915, alla terza mostra della Secessione romana.

Emilio Cecchi, recensendone i lavori, indica le sue nature morte come “il piccolo fatto intieramente nuovo” e, qualche anno più tardi, il critico G. Costetti, parlando della Secessione “e quindi di un movimento d’avanguardia”, la cita tra i migliori, insieme a Felice Carena e a Cefisio Oppo.

La mostra allinea ben quaranta opere: oli su tela, su tavola, su cartone telato.

Sono ritratti, nature morte, interni, più rari gli esterni. Soprattutto fiori: camelie, violette, giacinti, primule, incredibili rose arancione, a riempirci gli occhi con felici cromie, nei loro colori ora morbidi ora squillanti.

Come nelle campiture compatte e decise di Garofani e melograni, come Zinnie gialle con ventaglio in cui il drappo diventa uno sfondo decorato annullando ogni profondità.

Ugualmente, in uno spazio del tutto libero da convenzioni prospettiche, ecco i colori violenti di Natura morta napoletana del 1929. E poi le gamme smaltate nella serie degli animali dipinti per la I° Mostra Nazionale dell’Animale nell’Arte, allestita a Roma nel 1930.

Antiaccademica, dotata di uno spontaneo senso del colore, Pasquarosa, come scrive Pier Paolo Pancotto, si terrà coerentemente al di fuori da ogni indirizzo e da ogni corrente, secondo una linea di condotta che, ignara di qualsivoglia tipo di programmazione estetica e intellettuale maturerà all’insegna della totale autonomia poetica, tanto nelle forme quanto nel modo di esprimerle.

Un giudizio questo che, per alcuni aspetti, sembra rispecchiarsi in quello espresso, nel lontano 1929 da Roberto Longhi che, parlando degli artisti presenti alla I° Sindacale romana, da lui etichettati come “irrealisti”, definiva Pasquarosa “fragrante anticamera del gruppo” in cui tutto si compone “d’istinto e senza astuzia”.

Molte delle opere dell’artista sono conservate presso la Galleria d’Arte Moderna a Roma, oltre che nell’archivio Nino e Pasquarosa Bertoletti e in collezioni private. Permettono di aggiungere un altro tassello alla storia dell’arte del I° Novecento, di delineare un panorama più articolato di quegli anni che conobbero quel fenomeno, a lungo misconosciuto, che va sotto il generico nome di Ritorno (o, più moralisticamente, Richiamo) all’ordine.

Jolanda Leccese

NEL BIANCO

Simona Vinci

Rizzoli, pp.216, € 16,50

Pubblicato su Leggere-Donna n° 123, Novembre-Dicembre 2009

Il viaggio come esperienza irrinunciabile: ce lo hanno detto mille volte che è smarrimento salutare, esilio intenso e volontario, percezione e conoscenza originale del mondo.

Si viaggia per motivi turistici, per scopi professionali, per il desiderio di essere altrove, che equivale -oggi soprattutto- a essere libero e solo, per andare alla ricerca di se stessi.

“Ogni vero viaggio, afferma Simona Vinci, presuppone la disponibilità ad accettare l’imprevisto, qualunque esso sia, anche quello di non sapere più di preciso chi si era prima di partire”.

Simona Vinci, scrittrice ben nota, ha recentemente dato alle stampe per i tipi della Rizzoli, un libro molto interessante: Nel Bianco.

Parla, nel libro, di un viaggio che l’ha portata lontano, vicino al 67esimo parallelo, in Islanda, e, successivamente, in Groenlandia, nell’isola più grande del mondo. Un viaggio nel “cuore gelato del mondo” con il suo carico di ansie e di fatiche (ben otto gli aerei da prendere), che ha richiesto energie straordinarie e straordinarie passioni.

Simona non è una turista per caso, una di quelle che si sposta con leggerezza, né una sciatrice desiderosa di sport estremi.  Il suo viaggio viene da lontano: da solitari pomeriggi di inverno passati a leggere Zanna Bianca di Jack London o Un sogno ai confini del mondo di Jurji Rytcheu, il primo scrittore ciukco siberiano tradotto in tutto il mondo; o a giocare con la barbie eschimese, con gli occhi allungati, un anorak bianco e rosso e kamik come calzature.

È certamente una viaggiatrice fuori dagli schemi quella che, dopo una sosta di una settimana in Islanda, giunge a Tasiilaq, nella Groenlandia orientale; non ha il piglio sbarazzino di chi si sente protetta dal gruppo né la protervia del viaggiatore egocentrico.

Ponendosi sulle orme dell’etnologo e scrittore Knud Rasmussen, sa che l’unico modo corretto di agire tra gente sconosciuta, in un luogo sconosciuto, è quello di cercare le tracce degli uomini che lo abitano, vivere semplicemente tra di loro, guardare, ascoltare, camminare senza una meta.

Più di ogni altra cosa vuole incontrare persone e dare loro vita.

Eccola nella scuola, a parlare con Sanne, Mathias, Sakkak, ad indagare su come ci si sente ad essere adolescente in un posto “in cui non esistono cinema né teatri e dove l’unico luogo di ritrovo è una via di mezzo tra una cartolibreria ed una gelateria”.

Eccola in ospedale ad informarsi sulle patologie più frequenti, sull’alto tasso di inquinamento, riscontrato dagli studi, nel latte materno delle donne inuit.

E poi eccola, en plein air, a camminare per il paese, a visitare il cimitero (non si può capire fino in fondo la Città dei vivi se non si va a vedere la Città dei morti), a descrivere la natura grandiosa e terribile dei ghiacciai, a raccontare di corse in slitta, di passeggiate solitarie, a piedi, verso “la fuga infinita di collinette ricoperte di neve, verso il mare punteggiato di ghiaccio: immagine di sogno, delirio, tempo senza tempo, Luce”.

La nostra scrittrice sa di aver intrapreso un genere antico, quello del libro di viaggio, e lo scrive a modo suo, a misura di se stessa, del suo temperamento: mescolando considerazioni di esploratori e notizie sulla loro vita a riferimenti letterari. Procedendo fra descrizioni di luoghi, verifiche esistenziali, narrazioni di storie, L’ultimo vichingo, Dove finisce l’ombra, Senza nome.

Arrivano all’improvviso, presentate, a volte, con diverse modalità di prosa, ma non interrompono l’attenzione perché inserite perfettamente nella trama del discorso.

Essere scrittrice, per Simona Vinci, vuol dire “avere tanti posti nel mondo, tanti quante le immagini che ti si incastrano negli occhi e lì cominciano a gemmare e sbocciare e poi a intessersi in storie e storie di altre storie e ancora storie”.

Strutturate con sapienza compositiva, le storie presentate sembrano incorollarsi su una Storia sola, su quello che è il nucleo centrale del libro: la storia del popolo inuit, che “non hanno mai costruito cattedrali, palazzi, strade, si sono avventurati nel mondo consapevoli di essere solo un elemento naturale fra i tanti, legati alle altre specie animali da un patto così intenso e profondo da sentirsi in dovere di chiedere ogni volta scusa allo spirito dell’animale ucciso nella caccia”.

La storia di un popolo, oggi pericolosamente esposto sul crinale tra due culture, che attraversa quasi anonimamente il libro, con le sue tradizioni, le sue credenze, i suoi riti.

La storia dolente di una minoranza emarginata che, dopo la vittoria del sì nel referendum per l’Indipendenza della Groenlandia, si sta incamminando verso un futuro in cui non mancano le ombre minacciose di “nuovi padroni”.

Jolanda Leccese