PASQUAROSA


mostra a Roma Villa Torlonia

pubblicato sulla Rivista Leggere-Donna n° 143, Novembre-Dicembre 2009

Oggi, finalmente,  scrive Lea Mattarella, dopo la mostra di Lea Vergine, del 1980, che rivelò il valore degli interventi delle donne all’interno delle arti del Novecento, sembra che non ci sia altro da dimostrare.

Finalmente. Si può semplicemente raccontare la storia. O meglio le storie, perché ciò che ci troviamo davanti è una costellazione di sguardi differenti, un cosmo sfaccettato che si può attraversare in molti modi: proponendo ricognizioni a largo raggio o monografie, nei libri come nelle mostre.

Le mostre, in particolare, non quelle che offrono solo un repertorio di nomi che hanno in comune solo il genere, ma quelle che sono il frutto di investigazioni caparbie, di attenti studi storico-scientifici, continuano ad evidenziare i contributi che le donne hanno dato, e continuano a dare, al mondo dell’arte. Servono a fare emergere, nell’oggettività visiva delle opere, la concretezza di un lavoro, figure di notevole rilievo troppo spesso ignote al grande pubblico.

È questo il caso della mostra dedicata a Pasquarosa Marcelli Bertoletti, che si è tenuta recentemente a Roma al Casino dei Principi di Villa Torlonia.

Ne è stato curatore Pier Paolo Pancotto, autore del testo su “Artiste a Roma nella prima metà del 900” di cui è stata data notizia nella nostra rivista del marzo-aprile 2007 (n° 127).

Pasquarosa: un vero e proprio caso pittorico, così la definisce il curatore che non esita ad attribuirle un ruolo di protagonista nell’ambito di quella corrente maturata nella koinè artistica di Villa Strohl-Fern, animata da Cipriano Efisio Oppo, Carlo Socrate, Roberto Melli.

Sono gli esponenti di quell’avanguardia romana che, nei primi decenni del Novecento, intende erigere un muro contro l’accademismo dell’arte ufficiale e l’estremismo dissacrante dei futuristi. Quell’avanguardia schierata nelle mostre delle Secessioni romane che si tengono dal 1913 al 1916 e che risente profondamente dell’influsso della pittura francese (i fauve e Matisse, soprattutto).

È bella Pasquarosa. Nata ad Anticoli Corrado, nel 1896 da una famiglia di contadini, giovanissima si è trasferita a Roma per lavorare come modella per Felice Carena e Umberto Natale (Nino) Bertoletti che sposerà nel 1915. Priva di ogni sapere accademico e di una specifica formazione, coltiverà la sua crescita culturale nell’ambiente colto e raffinato di Villa Strohl-Fern, a fianco del marito e dei suoi amici: Socrate, De Chirico, Pirandello.

Il successo giunge nel 1915, alla terza mostra della Secessione romana.

Emilio Cecchi, recensendone i lavori, indica le sue nature morte come “il piccolo fatto intieramente nuovo” e, qualche anno più tardi, il critico G. Costetti, parlando della Secessione “e quindi di un movimento d’avanguardia”, la cita tra i migliori, insieme a Felice Carena e a Cefisio Oppo.

La mostra allinea ben quaranta opere: oli su tela, su tavola, su cartone telato.

Sono ritratti, nature morte, interni, più rari gli esterni. Soprattutto fiori: camelie, violette, giacinti, primule, incredibili rose arancione, a riempirci gli occhi con felici cromie, nei loro colori ora morbidi ora squillanti.

Come nelle campiture compatte e decise di Garofani e melograni, come Zinnie gialle con ventaglio in cui il drappo diventa uno sfondo decorato annullando ogni profondità.

Ugualmente, in uno spazio del tutto libero da convenzioni prospettiche, ecco i colori violenti di Natura morta napoletana del 1929. E poi le gamme smaltate nella serie degli animali dipinti per la I° Mostra Nazionale dell’Animale nell’Arte, allestita a Roma nel 1930.

Antiaccademica, dotata di uno spontaneo senso del colore, Pasquarosa, come scrive Pier Paolo Pancotto, si terrà coerentemente al di fuori da ogni indirizzo e da ogni corrente, secondo una linea di condotta che, ignara di qualsivoglia tipo di programmazione estetica e intellettuale maturerà all’insegna della totale autonomia poetica, tanto nelle forme quanto nel modo di esprimerle.

Un giudizio questo che, per alcuni aspetti, sembra rispecchiarsi in quello espresso, nel lontano 1929 da Roberto Longhi che, parlando degli artisti presenti alla I° Sindacale romana, da lui etichettati come “irrealisti”, definiva Pasquarosa “fragrante anticamera del gruppo” in cui tutto si compone “d’istinto e senza astuzia”.

Molte delle opere dell’artista sono conservate presso la Galleria d’Arte Moderna a Roma, oltre che nell’archivio Nino e Pasquarosa Bertoletti e in collezioni private. Permettono di aggiungere un altro tassello alla storia dell’arte del I° Novecento, di delineare un panorama più articolato di quegli anni che conobbero quel fenomeno, a lungo misconosciuto, che va sotto il generico nome di Ritorno (o, più moralisticamente, Richiamo) all’ordine.

Jolanda Leccese

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