Di terra e di mare – di Anna Marinelli (ed. Portofranco 2010)

È un piacere parlare di Anna Marinelli, come donna e come poeta.

Una signora che, sin dal primo incontro, mi è apparsa una persona dalla gentilezza disarmante, una persona direi sommessa, mai pretenziosa, che sembra scivolare leggera quando cammina, quando parla, e che sa riversare l’anima nelle sue poesie.

Sì, perché la poesia di Anna è una poesia in cui si coglie la peculiarità delle donne nel modo diverso di vedere le cose che appare come filtrato attraverso una sensibilità nello sguardo e nella rappresentazione di emozioni. Una poesia che avvince per la tessitura del linguaggio, che scarta i passaggi dimostrativi offrendoli a chi legge per via intuitiva, attraverso la forza delle immagini, l’immediatezza delle metafore, delle similitudini, che diventano figure di dilatazione semantica, rese con percezione vigile, calde di suggestione.

La voce di Anna è una voce che non teme di mettersi in polemica con tante ipotesi sentite come disgreganti, distruttive, desolate, nichiliste o, di converso, fatue, estetizzanti, ipotesi in cui lo scarto fra la parola e la cosa diventa un baratro. Certo, ogni poesia ha un suo segreto ed il rischio dell’intervento critico sta proprio nella pretesa di esplicitare l’implicito, di sciogliere figure complesse in frammenti semplici per favorire spiegazioni razionali. È con questa constatazione che mi avvicino alla poesia di Anna perché l’Io di Anna è un Io complesso.

Un Io che rivendica la sua appartenenza ad una terra perfettamente connotata, la terra di Puglia, terra di giare e di palmenti, di muretti di pietra, di fontanelle nella piazza, di panni stesi al sole; un Io che, però, nel momento in cui parla di “identità”, aggiunge subito l’aggettivo “sconosciuta”; un Io dall’identità sfuggente che afferma di “non sapere ciò che è e ciò che sarà”.

Solo nell’attività poetica, Anna riesce a trovare la sua identità, come Emily Dickinson che afferma “la mia realtà è la vita che mi invento”; un’invenzione, ovviamente, tutta interna alla poesia, al fare poetico. Ed è in questa attività che Anna trova la sua identità, è in questa attività che Anna può affermare e ripetere:

Io sono Io”.

Non un Io narcissico ma costitutivo del fare poetico perché Anna è la poesia, o meglio la poesia è l’Avatar di Anna. Anna che mette subito in gioco la sua soggettività femminile con un’immagine che dà al soggetto incarnato di sesso femminile la responsabilità delle proprie azioni e delle proprie scelte. È Anna dal ventre di terra, un’immagine rafforzata dalla doppia valenza simbolica: quella della terra femmina e madre, tellus mater, e quella del ventre che allude alla straordinaria potenzialità delle donne che è la forza generatrice, che non è solo quella biologica ma anche quella creativa della scrittura.

Ecco Avatar, una delle più belle ed emozionanti dichiarazioni di poetica, in cui Anna definisce il valore e il senso che lei dà alla poesia:

la poesia è l’energia totalizzante che investe ed anima la natura e le cose, io sono la luna inafferrabile, la marea che sciaborda, è la risposta al dolore proprio ed altrui, il pharmacon che cura le ferite sulla pelle sudata di lacrime. È spirito, che soffia come fiato leggero in una lingua universale che riesce ad accorciare distanze planetarie. È una poesia che non teme di citare una parola frusta come amore anzi, la fa propria, il mio nome è amore. Una poesia che vuol farsi dialogo, attraverso l’uso del Tu, del Voi, aprirsi all’ascolto, all’ascolto soprattutto di un mondo femminile, di tutte le donne del mondo, che vuole legare l’esistenza di chi scrive e la nostra a quella di tutte le Anna inquiline dell’emisfero abitabile, familiari o sconosciute, in una lunga catena che oltrepassa i confini dello spazio, in nome di una sorellanza universale su valori ed esperienze condivise. Un tema questo che spesso ritorna, sia pure in altri contesti, nelle poesie di molte poete viventi, di Patrizia Valduga, ad esempio, ma anche in quello di Adrienne Rich, una delle più importanti scrittrici americane viventi, in una bella raccolta del 1982 che si intitola Segreti Silenzi Bugie. Il mondo comune delle donne.

E la raccolta mantiene la promessa di offrire una vibrante lettura della dimensione esperenziale femminile.

Indietro nel tempo, a partire dalla propria storia, nel ricordo di una figura familiare, quello della madre coi capelli serrati in ruvide guardiole, un ricordo che si allarga a toccare generazioni di donne contadine, donne odorose di mosto e di sudore, che pur non rinunciano alla propria femminilità che si esprime nel gesto incantevole di liberare il sartiame di capelli ristretto in prigionie di ruvido cotone, quando, libere dalla fatica della vendemmia, si apprestano a catturare desideri.

Parlano queste donne attraverso il corpo: il corpo in movimento delle donne tarantate dai moti del cuore asfissiate;

parlano attraverso il linguaggio silenzioso delle mani (Kant le considerava il cervello esterno dell’uomo); mani che sanno d’ago e di filo, di punto d’erba e festoni, che affastellano desideri segreti tra le pieghe di lenzuola e di percalle, mani che diventano il codice comunicativo di attività quotidiane tipicamente femminili. Mani di cura, amorose che spalmano carezze di nutella, su fette d’anima fragrante; mani pietose che compiono gesti di solidarietà fraterna, come di sacerdotesse laiche che sanno essere presenti nei momenti della morte come della vita.

Parla il corpo attraverso il linguaggio degli occhi:

sono le feritoie azzurre delle contadine pugliesi che rivelano al cacciatore il cielo del fagiano e della rondine, le palpebre socchiuse delle donne di Tagore che celano il loro cristallino più nero delle nubi in tempesta. Occhi che esprimono sentimenti e che aprono spaccati di interiorità sofferta, come quelli di Sabrina che porta negli occhi canestri di dolore e che non vede al di là delle sue lacrime.

Come in un lungo fotogramma trascorrono leggere le immagini sulla pagina eppure ci attraggono come se appartenessero a vere presenze sulla scia di una emozione che ci accomuna in una dimensione condivisa e condivisibile.

È quella di Anna una poesia in cui all’ascolto dell’altra si intreccia l’ascolto di sé, di un soggetto donna che ha la forza di confessarsi aprendosi all’introspezione. Un soggetto che avverte lo sgretolarsi amaro e inarrestabile dei margini dell’esperienza, l’inquietudine di un cuore naufrago come sospeso tra il desiderio di cielo e di azzurro e l’angoscia per l’impossibilità di raggiungerlo; un cuore che vive emozioni di segno opposto tra l’ombra del vuoto e la ricerca disperata della luce, attraversato dalla paura di vivere ma anche dalla voglia inappagata di volare, Con la paura di vivere io vivo e la voglia inappagata di volare.

Ecco l’ala, in Mendicante d’azzurro, un titolo molto emblematico, un’immagine che può considerarsi come la parola chiave della raccolta. L’ala, collegata al volo, al desiderio di essere aquila, al desiderio di luce, parola iterata più volte a livello fonico di significati all’interno di altri lemmi: aquila, nostalgia, alba, ad esprimere un’immagine di gioia, che si oppone all’allodola, ferita e azzoppata nel carniere, che richiama il rovinare a terra, il senso di impotenza, potenziato dagli aggettivi, ferita, azzoppata, bisognosa di cure. Perché questa è la vita in un continuo succedersi di esaltazioni ed abbattimenti, in una dinamica dialettica tra illusione e disillusione.

E in questa dinamica, la poeta si pone (Baudelaire afferma che l’artista è artista solo a condizione di essere doppio) con la disposizione di chi è refrattario alla disperazione, di chi oppone alla tristezza di un Cuore velleitario, che cerca, cerca e non trova, che ogni giorno muore un poco, Velleitario sei mio cuore (una poesia a cui Archiloco sembra aver fornito il subtesto), la forza miracolosa e struggente di un’anima impastata di terra e di mare, quella di avvilupparsi alla vita come vitigno appassionato, di percepire l’afflato con l’immenso, di entrare in sintonia con l’universo attraverso il sentimento. Un sentimento che non è il disperdersi dell’Io nella totalità ma un avvertire l’amorosa compresenza con le forme della vita in tutti i suoi aspetti.

È un tema questo che torna in molte liriche della raccolta e che trova la sua più forte incisività nella lirica Di terra e di mare, posta, quasi “mise en abime”, al centro della raccolta.

E allora la natura diventa per l’anima l’attraversamento che le consente di aprire orizzonti illimitati di libertà, di rigettare la mente verso prospettive di metamorfosi, di ritrovare la leggerezza del petalo che danza, dell’onda che si erge schiumosa, di riscrivere emozioni e sentimenti nel tempo delle stagioni che si animano e diventano tempo della soggettività, ciascuna con una sua particolare emozione.

Abbracciami autunno e fammi l’amore/saziami di colori porporini/colma la mia bocca di mielosi sapori. Ecco che l’anima trae linfa vitale dall’abbraccio carnale dell’autunno per ricomporre le disarmonie del cuore, e nel lieve frullare d’ali dell’alba riesce a superare l’assillo delle ombre che si attardano sugli occhi. È un animo che si lascia sedurre dai frutti mielosi del sole agostano, che riesce a percepire il messaggio segreto della luna che guarda sorniona e invia interrogativi di luce, l’elusiva magia delle fresche risate di foglie porporine, dei rossori condivisi dei papaveri intriganti.

E quando il tempo sarà avaro di raccolti, i pampini superstiti, il grappolo d’uva, trofeo della vendemmia paterna, le offriranno l’appiglio dei ricordi, la forza di trovare il senso della vita come nutrimento irrinunciabile.

Ecco, in questo consiste la capacità che Anna possiede: prediligere elementi di realtà attraverso i quali è possibile un’estrema metaforizzazione del mondo; essere fisica e quotidiana ed estremamente spirituale ad un tempo. Una capacità che si riflette nel tessuto linguistico variegato che alterna la sonorità di una lingua preziosa, a volte arcaica, alla colloquialità del dire quotidiano.

Ora isolando nel verso verbi, aggettivi, sostantivi, rondini nunzie di agognate primavere, ora accostando tra loro termini di registro opposto, la zolla rorida al biscotto che si imbeve di rugiada, lo scrigno di lucore, alla ludoteca di spazi azzurri.

Una poesia che non teme incursioni nel dialetto tipico delle nostre terre, intrecciando accostamenti inediti con termini che appartengono al dialetto e che ricordano usi e costumi della nostra civiltà contadini quasi scomparsi o poco noti.

Una poesia che conosce lo slancio di esclamazioni accese, di domande vibranti, estremamente coinvolgenti perché la voce di Anna parla al lettore in maniera così intensa da sentirsi autorizzata ad interrogarlo, a rivolgergli una domanda che lo obbliga a fare i conti con se stesso

Io sono Anna dal ventre di terra

e tu?”.

Jolanda Leccese

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5 pensieri su “Di terra e di mare – di Anna Marinelli (ed. Portofranco 2010)

  1. Una presentazione di Anna Marinelli eccellente, non solo nella poesia ma nella vita quotidiana nell’essere più intimo, legato alle tradizioni e alla sua Terra. Che dire se non condividere queste splendide parole rivolte ad una carissima Amica, come Anna…..! Complimenti

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