Hilla Rebay

Sulle pagine di questa Rivista abbiamo avuto occasione di presentare due mostre dedicate alle opere d’arte provenienti dalle collezioni di Peggy Guggenheim (LD n°132-2008; LD n° 140-2009).

Sono state mostre importanti, organizzate nella città di Vercelli, negli spazi dell’ex-Chiesa di San Marco, che ci hanno offerto la possibilità di compiere un viaggio ideale nella vita e nel percorso artistico di una fine collezionista e di una generosa mecenate, quale è stata Peggy, di conoscere la passione e la raffinatezza che hanno guidato le sue scelte nella realizzazione della sua collezione.

Altrettanto importante risulta la terza mostra, “Peggy e Salomon R. Guggenheim, le avanguardie dell’astrazione”, che, sempre negli spazi della ex-Chiesa di San Marco, presenta oltre cinquanta capolavori di artisti che provengono non solo dalla collezione di Peggy Guggenheim di Venezia, ma anche dal Museo Salomon R. Guggenheim di New York.

Salomon e Peggy: zio e nipote entrambi appassionati collezionisti. Accostando e alternando le loro due collezioni, la mostra, come scrive il suo curatore Luca Massimo Barbero, intende restituire come una piacevole “tenzone” tra zio e nipote, presentando un percorso che si svolge, attraverso confronti e sviluppi cronologici, tra le più grandi figure della storia dell’arte del XX secolo: da Cézanne a Seurat, Braque, Matisse, Delaunay, Mondrian, fino agi artisti italiani amici di Peggy, Santomaso, Parmeggiani, Vedova.

E’ proprio la presenza di opere provenienti dalla collezione di Salomon Guggenheim che “ci viene in taglio” per presentare un personaggio femminile, forse poco noto al grande pubblico.

Ci riferiamo a Hilla Rebay (Anna Augusta Rebay von Ehrenwiesen), nata a Strasburgo nel 1890, la baronessa cosmopolita, emancipata che fu frequentatrice del milieu intellettuale europeo degli anni ’20 e, successivamente, figura cruciale nel ruolo di consulente di Salomon per la costituzione della sua collezione di arte astratta. Pittrice, ella stessa, costituisce un esempio interessante di come si possano compenetrare la sensibilità dell’artista e il talento del collezionista.

Conoscere, quindi, l’attività di questa donna significa conoscere una vicenda umana e culturale che, con la sua caleidoscopica varietà di esperienze ed incontri, contribuisce ad evidenziare l’importanza della partecipazione femminile alla creazione di circuiti utili ad animare ed orientare il complesso “sistema dell’arte”.

Una partecipazione che, oggi, inquadrata nell’ottica di un ampio processo di emancipazione femminile, può apparire di normale amministrazione, ma che non può non suscitare fascino e stupore se rapportata all’epoca in cui Hilla è vissuta.

Una partecipazione che parte da una solida formazione artistica raggiunta grazie agli studi presso le accademie di Parigi (Académie Julian, Académie de la Grande Chaumière), alle frequenze di corsi di disegno a Monaco.

Quando giunge a New York, nel 1927, si è già compiuta la sua adesione all’arte astratta, cui è stata introdotta da Hans Richter e da Jean Arp, conosciuti a Berlino. Grazie a loro è entrata in contatto con le ricerche dell’avanguardia dadaista ed espressionista, in particolare quelle raccolte attorno alla galleria Der Sturm, ed ha già realizzato dipinti che lei definisce “non oggettivi”, e collage presentati, a Zurigo, in una collettiva presso la Gallerie Dada.

La storia di Hilla, promotrice d’arte, comincia, appunto, a New York, con l’incontro, alla fine degli anni ’20, con Salomon e sua moglie Irene.

Galeotto sarà un ritratto di Salomon che le viene commissionato perché apprezzata ritrattista. Salomon è un estimatore d’arte, ama circondarsi di dipinti di scuola italiana particolarmente belli, ma non esita a “convertirsi” alla nuova arte seguendo i consigli della baronessa.

Dal 1929 inizia, tra i due, una collaborazione che durerà sino al 1949, anno della morte di Salomon; verrà formata una collezione che rappresenta un unicum tra le collezioni dell’epoca, certamente in controtendenza rispetto al gusto imperante, orientato alle opere “figurative”, quelle più proposte nelle vendite delle case d’asta e delle gallerie.

Nonostante le resistenze da parte del pubblico e del mondo dell’arte verso l’astrazione, spesso determinate da un’antipatia a sfondo nazionalista per l’arte europea, Hilla procede imperterrita nel suo lavoro. Accetta la sfida senza risparmiarsi con la lucida testardaggine di chi crede che l’attività del collezionista debba essere alimentata, soprattutto, dalla passione, piuttosto che mirare al successo immediato, anche a quello economico, da raggiungere attraverso qualsiasi scorciatoia.

Una collezione -scriverà nel 1936- deve crescere in maniera organica, come un fiore. L’importanza di una collezione non dipende meramente dal valore delle opere, altrimenti chiunque detiene un capitale potrebbe accaparrarsi le migliori. Il valore di una collezione risiede nella sua crescita organica e nella selezione delle opere, che esprimono la personalità del collezionista”.

Instancabile nella sua attività di animatrice culturale, sa muoversi con intelligenza nell’organizzare un tour europeo che prevede incontri con gli artisti nei loro studi, da Kandinsky a Chagall, ai coniugi Delaunay.

Al ritorno in America, l’avventura continua con la promozione di progetti che possono consentire di aumentare il raggio d’influenza della collezione: l’organizzazione di mostre non solo a New York ma anche fuori dalla città, l’esposizione delle opere della collezione in Musei e scuole, la realizzazione di cataloghi che diventano importanti strumenti di divulgazione dell’arte astratta verso un pubblico ancora più vasto, le acquisizioni di artisti “non-oggettivi” americani che si aggiungono al corpus originario delle opere di artisti europei.

A lei si devono la cura, la promozione e la traduzione delle prime edizioni inglesi delle opere di Kandinsky (Dello spirituale dell’arte, Discorso sul colore) che saranno entrambi editi dalla Fondazione Salomon Guggenheim.

Ormai consolidata nel suo ruolo di consulente artistico di Salomon, Hilla diviene anche ideatrice e direttrice del primo Museum of non-Objective Painting (Museo di Pittura Non-Oggettiva), nel 1939.

È ancora lei, alcuni anni dopo, nel 1943, a scegliere l’architetto americano Frank Lloyd Wright per la commissione dell’avveniristico edificio che avrebbe dovuto accogliere la collezione Guggenheim, inaugurato solo nel 1959 che, ancora oggi, per la sua unicità, richiama da tutto il mondo folle di visitatori. In questa sede, un anno dopo la sua morte, avvenuta nel 1967, le verrà dedicato un tributo alla memoria con l’esposizione di una selezione delle acquisizioni più significative da lei operate, insieme ad Animato, un suo dipinto degli anni ’40.

Animato, insieme a Linee viola è presente alla mostra di Vercelli. Sono due olii su tela che evidenziano come questa donna eccezionale seppe affiancare al ruolo di consulente anche quello di una sua pratica creativa autonoma svolta secondo un linguaggio non oggettivo. In essi compare un elemento ricorrente nel suo lavoro: linee spesse e ondulate, collocate irregolarmente sul piano del dipinto a costruire una spazialità fluttuante. Sembrano alludere a nastri colorati, suggeriscono un’idea di vitalità, di dinamismo, ispirato, certamente, al ritmo e all’euforia della vita newyorchese ma che può anche essere letto come il segno distintivo della personalità di questa donna.

 

Jolanda Leccese

Pubblicato su Leggere Donna n. 146, maggio-giugno 2010

 

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