Le Mani Azzurre

Leti Loft, Le Mani Azzurre

Edt. Tufani 2010

80 pagine, 10 euro

Non voglio che una mano:

sarebbe un pallido giglio di calce

una colomba amarrata nel mio cuore

il guardiano che nella notte del mio transito

negherebbe l’entrata alla luna.

 

Così canta Garcìa Lorca, invocando il gesto di una mano, più eloquente di tante parole consolatrici.

Sì: le mani parlano; parlano con un linguaggio silenzioso che, a volte, supera la forza di quello verbale.

Parlano le mani del bambino maghrebino che se le sfrega sul petto, dopo aver stretto quelle di un europeo, non per pulirle ma per portarle al cuore in segno di rispetto e simpatia.

Parlano “Le mani azzurre” che Leti Loft ha scelto come titolo al suo libro dato recentemente alle stampe per i tipi di Luciana Tufani Editrice.

Sinesteticamente accostato alle mani, è l’azzurro il colore che segna, per immediato collegamento del pensiero, un ampio orizzonte sentimentale; il colore che ci fornisce le coordinate immaginative nelle quali dovremo muoverci come lettori.

Sono azzurre le mani di nonna Ernesta, moglie e madre devota, che “sapeva ed amava tessere”, che approvvigionava in continuazione di maglieria nipotine e nipotini. Accadde una sera, complice la luna, “la maglia piano piano si coprì di un azzurro intenso e riflettente. Azzurra diventò anche la punta dei ferri e la punta delle dita di Ernesta.

E il colore azzurro presta la sua valenza, la sua rifrangenza analogica, al guizzo gioioso dei fili che sgusciano da sotto le nocche delle mani di Liliana, “mani di fata”, belle, come fusi, morbide, lievi, che sapevano “disegnare, imbastire, cucire, ricamare”.

Liliana, la sarta “che aveva appreso il mestiere da un’altra sarta di vaglia, di quello che cavano la natura di ogni filato, taglio, modello”. Liliana, la “magicienne” che conosceva i segreti di tutte le stoffe, del tulle come del taffettà, della mussola come dell’organzina.

Sono mani creative, quelle della nonna e di Liliana, mani operose, azzurre come un dono offerto ad un essere amato, che offrono agli altri il dono della loro creatività. Mani che amministrano saperi antichi, condivisi e trasmessi per secoli dalle donne. Appartengono a creature che non ci sono più ma che compaiono nella frammentazione evocativa dei ricordi di Emanuela, la nipote di Ernesta, l’amica di Liliana. È una serata come tante altre. Le acque del lago Maggiore vibrano “azzurre sullo sfondo”. Emanuela, alla ricerca di una farmacia, cammina da sola per le vie di un luogo, ampiamente connotato, che si animano della presenza dei suoi fantasmi personali. È questa la trama centripeta di una cronaca scarna che, nell’unità di tempo di poche ore, si allarga ad abbracciare un tempo lungo di vite e realtà diverse, eventi disposti non necessariamente in ordine cronologico, spesso interconnessi nell’esistenza di chi ricorda, al suo passato di fanciulla e di donna.

Inanellare un sentimento e una sensazione con altri analoghi; è come tessere, ordire una tovaglia, dipanare o congiungerne i punti. Guardandola se ne riconosceranno i momenti e i perché”.

La “tessitura”, nella complicità iniziatica del linguaggio di un lavoro tipicamente femminile, diventa così espressione del rapporto empatico dell’autrice con i suoi personaggi, ma anche il tratto distintivo del suo modo di procedere con una modalità comunicativa non strutturata secondo la logica narrativa tradizionale. Nulla di traboccante in stile Moresco, per intenderci.

Si dipanano o congiungono i fili delle trame di storie come in una tessitura che amalgama, con naturalezza, le affabulazioni del narrato indiretto libero, la vivacità del dialogo e delle descrizioni all’estrema concisione di frasi compresse in battute uniche, come recitate da un coro invisibile, nell’incrociarsi di prospettive diverse.

Storie di personaggi marginali che non hanno nulla di mitico o di estatico; raccontano affetti comuni, percezioni minute, gesti attinti da una normale quotidianità (di nonna Ernesta che insegue le donne sui tram alla ricerca di punti nuovi per i suoi maglioni; di Liliana che ingurgita più di un chilo di cioccolata per una delusione d’amore, che trasforma il suo laboratorio in luogo di istruzione per signore e signorine, che controlla “a vista” gli anziani del condominio sempre pronta alle loro necessità).

Storie di personaggi femminili nuovi e sempre uguali. Non freddi monocromi come ritratti a distanza del memorialismo alla Saint-Simon, ma che vivono, vogliono rivivere attraverso Emanuela, “come se Liliana sia emersa dalla cortina delle azalee…Ascolta -pare pronunci- non scappare”.

Storie che possono essere riassunte nelle due fondamentali tendenze dell’umanità. Di chi “si espande” e di chi “si rannicchia”, per citare un bel verso di Anna Maria Carpi.

Di chi “si espande” nell’aprirsi verso gli altri, nel dono di sé agli altri. Come nonna Ernesta che si è dedicata alla famiglia e ai numerosi nipoti. Casalinga per scelta, è la protagonista di un mondo che va scomparendo “Quando casa voleva dire: lavare al lavatoio, lavare con la cenere,…caricare la legna per la stufa…”. Come Liliana, “così genuina, senza artificiosità”. Figura affascinante ed insolita, con la sua straordinaria disponibilità a dedicarsi agli altri, che pur non sfugge, per essere una “single”, ai pregiudizi di un ambiente conformista, fuori, quindi, dai ruoli tradizionalmente ascritti ad una donna.

Di chi “si rannicchia” in se stessa, come Azzurra, la donna senza nome, l’anziana “così anomala e sfuggente” che ha scelto di vivere isolata, “nessuno le parla, non parla con nessuno”.

È la vista di Azzurra che cammina con il suo fagotto a risvegliare in Emanuela la consapevolezza della fragilità umana, a richiamarle alla mente il dramma di Liliana, l’amica che si è confrontata con una terribile malattia, il morbo di Alzheimer. Liliana, che “dava, offriva, sempre abbastanza di corsa”, che è passata dall’universo della pienezza vitale a quello della malattia, della dipendenza dagli altri, che ha dovuto fare i conti con il suo decadimento, con l’affievolirsi delle forze vitali, con la perdita della memoria.

Difficile raccontare la malattia! Bisogna trovare un linguaggio adatto, coraggioso, che eviti le punte aspre del dramma ma anche le petizioni sentimentali del ricordare accorato. Ecco allora il serrato susseguirsi di battute brevissime nell’incalzante contrappunto di affermazioni ripetute “Non ricordo, Non ricordo”, di domande “Chi sei? Chi è l’Agata? Perché sono qui?”. Imploranti e disperate si collocano in una storia senza tempo, quella dell’annullamento dell’individuo come essere sociale, della perdita dell’io.

È un lungo racconto che appartiene certamente al genere della memorialistica ma che non scivola mai nel patetico o nel vittimismo, decisamente controcorrente rispetto allo sciorinamento impudico di ogni cosa cui, oggi, assistiamo.

Un libro che ci presenta il profilo di personalità intense e generose, ci restituisce l’incanto di atmosfere che appartengono ad un mondo ormai al tramonto. Ci regala l’ “Azzurro” di soste privilegiate del pensiero e della memoria.

 

Jolanda Leccese

Pubblicato su Leggendaria novembre 2010

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