REGINA

Oltre centoquaranta tra sculture, disegni e bozzetti, alcuni di questi assolutamente inediti e mai sino ad oggi esposti, è ciò che compone la mostra che la Fondazione Ambrosetti dedica a Regina Cassolo Bracchi (in arte Regina).

La personale, curata da Paolo Campiglio, nella sede di Palazzo Panella di Palazzolo sull’Oglio (BS), va ad aggiungersi all’attività interessante della Fondazione che offre spunti e ricerche, spesso inediti, sugli autori presi in esame.

La mostra, infatti, non solo celebra Regina come una delle protagoniste più singolari del Futurismo, ma offre anche la possibilità di conoscere l’intero iter creativo di questa artista la cui produzione va ben oltre il limite del periodo Futurista.

Donna dai molteplici interessi, “sono sempre stata all’avanguardia, almeno come pensiero”, Regina ha condotto ricerche continuative, nell’arco di un quarantennio, caratterizzate da una varietà di interessi che l’hanno vista impegnata nell’ambito della scultura, del disegno, del collage, della scenografia, della cinematografia e, negli ultimi decenni della sua vita, in quello della poesia visiva sulla scia del paroliberismo futurista.

Pochi conoscono una sua attività più segreta, affidata all’intimità dei suoi taccuini: sono poesie che Vanni Scheiwiller, suo ammiratore, ha pubblicato nel 1983.

Ma è soprattutto nell’uso di nuovi materiali che si rivela la volontà di quest’artista di sperimentare nuove strade. Latta, alluminio, stagno, celluloide, materiali all’insegna della fragilità e della precarietà, sono quasi la metafora fondante della sua opera. Rivelano, in lei, l’urgenza di liberarsi dalle forme chiuse della scultura, da quella solidità tridimensionale chiamata “statuaria”, per porsi su una linea antiscultorea e modernista.

Appartengono a questa linea le opere degli anni ’30 realizzate in latta, stagno, alluminio: Signora provinciale, Bambina, Fanciulla con treccia, Danzatrice, Maschera (La donna e il fiore) che, nella semplificazione delle forme, evidenziano il distacco dal realismo della prima produzione. In particolare Bambina, Maschera (La donna e il fiore), Danzatrice, portano in primo piano la scelta di un registro che evoca immagini della leggerezza dell’infanzia, della leggiadria di soggetti femminili, accostati al fiore o “sensibili alle minime variazioni atmosferiche di luce e di aria”.

Nata a Mede, in provincia di Pavia, nel 1894, Regina aveva frequentato l’Accademia di Brera, perfezionando, poi, i suoi studi presso lo scultore torinese Gianni Battista Alloati.

Dal ’31 al ’40, invitata da Fillia, partecipa al movimento Futurista e firma il Manifesto tecnico dell’aeroplastica futurista.

La partecipazione alla Biennale di Venezia del 1934, come unica rappresentante femminile del movimento aeropittorico in scultura, rappresenta senza dubbio un traguardo prestigioso ed ambito nella sua carriera, una partecipazione che non esclude una sua indipendenza come ella ama ribadire “nel futurismo sono sempre stata autonoma, come mi disse nel lontano ’36 Marinetti”.

Così accade che ne L’Amante dell’aviatore, una delle opere più note, spesso esposta nelle mostre, il volo, lungi dal rappresentare il dinamismo di acrobatiche evoluzioni di aerei, diventa metafora di intime aspirazioni. Il volo, come afferma Elena Pontiggia, è presente solo nei sogni della donna che, seduta sul divano, con la testa abbandonata nella corona delle braccia, immagina l’innamorato nei cieli di qualche paese lontano.

Dopo l’esperienza futurista, nel clima della Milano del dopoguerra, Regina aderisce al Movimento Arte Concreta (MAC), insieme a Luigi Veronesi, Bruno Munari, inserendosi a pieno titolo nello spirito del movimento, con le sue Strutture Concrete, strutture spesso filiformi, rettilinee o angolari; Sputnik, del 1952, realizzata in omaggio ai contemporanei lanci dello spazio, sembra quasi voler captare le energie del cosmo, articolata com’è nello spazio.

Per tutti gli anni ’50, e nei decenni successivi, Regina ritrova un’ulteriore felicità creativa nella materia del plexigas, usato da solo o associato al ferro, nel bianco trasparente o nelle policromie di vari accoppiamenti cromatici. È questo un materiale che le consente di dar vita a forme e motivi inediti in cui convergono fascinazioni geometriche e ancora immagini ispirate alle grandi rivoluzioni spaziali del suo tempo, in particolare ai cosmonauti: a Valentina Tereshkova (Cosmonauta), e a C. Conrad e ad A. Bean (Omaggio a Charles Conrad e Alan Bean).

Sempre protesa verso nuove sperimentazioni, nell’ultimo decennio della sua vita, Regina produce una serie di disegni miranti a dar corpo al suono ed alle sensazioni più immateriali traducendo il linguaggio non verbale nel segno e nella parola disegnata. Nascono così le nove grandi tempere del 1966, Il linguaggio dei canarini, eseguite su carta da lucido, che suscitano l’interesse del cibernetico Silvio Ceccato. Sono questi gli ultimi esiti di una parabola artistica che si conclude nel 1974, l’anno della morte dell’artista.

Luciano Caramel, autore dell’unica monografia a lei dedicata, così scrive “Alla luce degli ultimi esiti dell’attività di Regina si potrebbe retrospettivamente intendere tutta l’opera dell’artista come estremo tentativo di captare e tradurre le invisibili energie cosmiche e i criptici linguaggi dell’universo dal macrocosmo al microcosmo”.

Jolanda Leccese

Pubblicato su Leggere Donna n. 147, luglio-agosto 2010

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