Fernanda e gli elefanti bianchi di Hemingway

di Raffaele Nigro

Rizzoli, € 16,00

Il viaggio: esperienza irrinunciabile.

Si viaggia per motivi turistici, per scopi professionali ma, anche, per il desiderio di essere altrove che equivale, spesso, a essere libero e solo per andare alla ricerca di se stessi.

Del viaggio si è parlato durante un incontro svoltosi presso il Liceo Classico Quinto Ennio di Taranto, durante la presentazione del libro di Raffaele Nigro, uno scrittore dalla ricca produzione, un narratore che si è messo alla prova con stili diversi, non mancando, negli anni, di sorprendere e suscitare polemiche.

“Fernanda e gli elefanti bianchi di Hemingway” è questo il titolo del libro che è stato presentato dal prof. Salvatore Aloisio, presidente dell’Associazione “Amici del Quinto Ennio” ed organizzatore dell’incontro.

Ad accogliere il pubblico le immagini del bel viso di Fernanda Pivano presentate sullo schermo: ritratta nei momenti salienti della sua vita, dall’infanzia all’età avanzata: Fernanda in compagnia di Allen Ginsberg, di Ezra Pound, di Montale, di Gregory Corso, di Ernest Hemingway.

Fernanda, l’intellettuale che ha arricchito la cultura italiana del dopoguerra delle voci e delle presenze fondamentali della letteratura americana degli anni ’50-’60. Sarà lei ad accompagnare, nel viaggio di ritorno da un “paese steso sotto le Alpi”, lo scrittore “malamente” congedato, insieme a Michele Prisco, perché non più gradito come giurato del premio “Piero Chiara”.

Sarà lei la voce narrante, durante il viaggio, di un altro viaggio che si intreccia con il primo, quello che si compirà in Lucania insieme ad Ernest Hemingway. Sarà lei l’anello di congiunzione tra i due viaggi, un po’ magica aiutante che riesce a stanare Hemingway dal buen retiro della finca cubana, a convincerlo a scendere al Sud dell’Italia facendogli intravedere la possibilità di una caccia grossa ad un mitico elefante bianco.

Un viaggio il cui significato e la cui attrattiva non stanno solo nella lotta che verrà ingaggiata contro il misterioso elefante bianco, ma nell’intrecciarsi di tempi e di luoghi, di sogni inseguiti ed infranti, di destini che si incrociano e si interrompono, di riflessioni dalla forte componente storica, antropologica, esistenziale, che si insinuano, spesso, nelle pieghe del racconto.

Non sono certo vacanzieri d’occasione, di quelli sottoposti alla retorica turistica del viaggio obbligato i nostri viaggiatori; allo stesso modo la Lucania che essi attraversano non è quella reclamizzata dal folklore cartolinesco che qualsiasi agenzia di viaggio o itinerario in rete possono offrire. È una Lucania sospesa tra realtà ed evocazione.

La terra dove “sorgono montagne di mattoni e pietre e calanchi e muraglie di calcina”, dove i paesi appaiono schiacciati contro le rocce o smottanti dalle colline, la terra di boschi di lecci e di querce in cui regna la solitudine; è anche la terra di De Martino e di Levi, abitata da fantastiche tradizioni che nessuna invasione di turisti è ancora riuscita a distruggere, la terra dove la pietra delle case ha assorbito le superstizione dei monacizzi e dell’affascin’, dove “regna la memoria”, dove “l’aria e l’acqua e l’erba e gli alberi sono pieni di memorie e dunque di storie”.

Nessuna concessione al pittoresco né a compiacimenti paesistici.

Collocandosi nella zona intermedia fra cronaca e finzione, Nigro conquista uno spazio espressivo che gli consente di conferire all’immaginario la consistenza del vissuto: tutto è inventato ma tutto è estremamente credibile, come la ricerca lunga, quasi ossessiva, dell’elefante bianco da abbattere, la passione folgorante ed effimera che lega Hemingway ad Assunta, una giovane antropologa, che fa parte del gruppo, l’incontro con padre Serafino che custodisce tesori di memoria nelle pergamene, negli incunaboli della sua sacrestia.

È certamente Hemingway la figura chiave di questo racconto lungo o romanzo breve. Hemingway con la sua storia, non quella dello scrittore di successo, dell’animatore di safari o dello spettatore di corride, ma quella di un uomo ora impulsivo e determinato, ora introverso e imperscrutabile, un uomo che cerca di dare un senso, uno scopo alla vita per risalire da una crisi profonda. Un uomo che scopre, attraverso vicende e colpi di scena, amore e disinganno, desiderio e nostalgia, per giungere, alla fine, a cogliere, forse per sempre, o forse per un attimo, il vero senso della vita.

Un personaggio complesso, tutto giocato sul doppio binario della credibilità e della rielaborazione fantastica. Una prospettiva fluida, questa, che consente all’autore di offrire una personale rappresentazione del personaggio, di creare un soggetto per il quale può aprirsi l’opportunità direbbe Auerbach, di penetrare i molteplici rapporti di un accadere al quale partecipiamo e di intravedere le possibilità che ci attendono, grazie ad una scrittura in cui l’attenzione ai gesti, colti nella loro essenzialità fisica ed emotiva, non è disgiunta dal portato psicologico.

Nell’esilio della finca, dove è tornato, dopo una vana caccia, Hemingway chiuderà i conti con la sua inquietudine. È lì che mette a fuoco l’unica certezza possibile, quella di “sapere di appartenere a una specie che di stagione in stagione assiste ad un’ecatombe e si consola guardando la traccia che ha lasciato”, quella di “essere l’anello di una catena infinita di sconfitte e di conquiste”.

Una consolazione che gli giunge da lontano, dalle storie contenute nei rotoli di pergamena che padre Serafino gli aveva regalato: “lo conducevano in un tempo senza tempo, in una specie di età perduta”.

Alla forza di una memoria propagata e dilatata all’infinito, una memoria che sostituisce Dio ma anche gli somiglia, Nigro affida il suo messaggio, se non di speranza, di resistenza al buio della nekuya, all’orrore del silenzio e del vuoto.

Jolanda Leccese

per gli “Amici del Quinto Ennio”

 

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