Sii bella e stai zitta

Perché l’Italia di oggi offende le donne

pgg. 156 – € 17,00 (Mondadori)

Pubblicato su Leggere-Donna, n°149, novembre-dicembre 2010

Michela Marzano: l’ho incontrata, questa estate, a Taranto in occasione della presentazione del suo libro “Sii bella e stai zitta, sottotitolo: Perché l’Italia di oggi offende le donne”. Michela, infatti, ha accettato di partecipare al Progetto “spiagge d’autore”, un’iniziativa della Regione Puglia che ha portato sulle spiagge di questa regione, dalla costa Jonica al Gargano, passando per il Salento, scrittori e scrittrici pugliesi e non solo.

Sandali rasoterra, abbigliamento causal, leggero trucco agli occhi. Hai davanti un fascio di energia quando parli con Michela Marzano. La sua forza è tutta negli occhi che ti scrutano senza darlo a vedere, nella voce squillante che domina la platea, nella passione dell’eloquio che ti trascina.

Classe 1970, Michela è professore associato di filosofia all’università di Parigi (Université Paris Descartes) nonché autrice di numerosi saggi di filosofia morale e politica, alcuni dei quali tradotti in diverse lingue.

Parliamo, ovviamente, del suo libro.

 

Quali sono i temi che affronta?

È un libro che affronta non solo temi classici del femminismo ma anche quelli della vita quotidiana. Un libro che parla di aborto e di maternità, di pornografia e prostituzione, di chirurgia estetica e vecchiaia, del malessere nell’adolescenza passando per le tematiche relative all’uso del burqa a quelle del rapporto di coppia ma, soprattutto, dello smantellamento, continuo e costante, attraverso campagne mediatiche martellanti, dei diritti faticosamente conquistati dalle donne in ambito sociale e politico.

Compito, questo, certamente non facile se ci sono milioni di donne che si trovano benissimo davanti ad una invasione maschile che respinge ai margini le donne in ogni occasione decisionale, davanti agli insulti e agli scherni. In questo che Natalia Aspesi definisce “crepuscolo della dignità femminile” che minaccia di diventare il “crepuscolo della democrazia”. E questo lo sa bene Michela che ha ricevuto lettere d’insulto, nella sua e-mail, qualche giorno dopo aver lanciato su Repubblica un appello per la dignità delle donne (oltre 100.000 le firme raccolte). Una tra le meno volgari “mi faccia un piacere: smetta di scrivere. Nessuno, qui, in Italia, condivide le sue idee”.

Come è nata l’idea di questo libro?

È un libro che è nato dall’indignazione morale. Ci sono momenti, nella vita di ognuno di noi in cui è necessario avere il coraggio di assumersi la responsabilità della propria vita, di essere consapevoli delle ingiustizie del mondo e di diventare soggetti, e non più solo oggetti, della storia. Il coraggio di utilizzare la scrittura per mostrare l’importanza della parola e dell’argomentazione per aiutare le donne a lottare contro le volgarità, gli insulti e le battute che le emarginano e impediscono loro di diventare le protagoniste principali della propria vita.

Sì; perché le parole sono azioni, resistenza.

Come ha organizzato la materia del libro?

Gli argomenti sono stati divisi in capitoli. Interessante, a questo proposito, il capitolo XI, nel quale individuo come nel linguaggio della politica si rifletta una visione molto precisa che assegna alla donna un ruolo assolutamente subordinato. Le battute che ricorrono a metafore sessuali, famosa quella di Bossi che durante un comizio esclama: “Silvio te l’avevo detto che ce l’abbiamo duro ed è per questo che qui oggi è pieno di donne”; le frasi che si appiattiscono sui luoghi comuni, ma soprattutto i cosiddetti discorsi dell’odio “hate speech”, i discorsi che usano l’arma subdola dell’insulto diventano così, nella mia trattazione, “grimaldelli ermeneutici” utili per individuare strategie linguistiche ben rodate, ora per perpetuare forme ataviche di maschilismo, ora per mettere a tacere chi ha il coraggio di portare avanti le sue idee, chi osa rivendicare i propri diritti.

Dalle esibizioni comunicative del linguaggio politico, il quadro si allarga a comprendere il fenomeno del “velinismo”, la valorizzazione dell’unico modello femminile imperante in Italia: quello della giovane donna focalizzata sull’immagine del suo corpo e al servizio della seduzione maschile.

Sembra, dalla lettura, che il corpo femminile sia il nodo problematico più importante della sua trattazione…

Certamente. Quel corpo che, nello statuto delle immagini pornografiche, è un semplice oggetto che può essere consumato a piacimento, “un pezzo di carne su cui i maschi si accaniscono” come afferma John Root. Il corpo cui è vietato dimostrare il limite, la malattia, l’invecchiamento perché, con tutti i suoi difetti, non permette di corrispondere alle immagini ideali veicolate dai mass-media. Il corpo minacciato nel nome di Dio o della legge maschile, dalle autorevoli voci dei “guardiani della morale” che pretendono di decidere cosa sia giusto o sbagliato, di metterlo sotto tutela, quasi fosse un luogo pubblico su cui tutti, salvo le donne stesse, hanno diritto di intervenire.

Michela Marzano non è, certo, la sola in questo lavoro di investigazione e di denuncia.

C’è Caterina Soffici che nel suo “Ma le donne no”, si domanda che fine abbiano fatto gli ideali di indipendenza degli anni ’70.

C’è Lorella Zanardo che in un suo documentario, diventato molto popolare grazie al tam-tam su internet, ha portato la sua macchina da presa sulla donna come mero oggetto di soddisfazione sessuale così come viene rappresentato dalla televisione.

Ma quello che colpisce di più nel libro di Michela è l’ampiezza dei temi trattati, la capacità di travasare l’attrezzatura del suo mestiere di filosofa nel modo di argomentare, lucido e conseguenziale, nelle frequenti incursioni nel pensiero di filosofi, letterati, sociologi, senza mai rinchiudersi in una dimensione specialistica.

Sono pagine animate da convinzioni forti che non pretendono di insegnare a vivere ricorrendo a consigli su afrodisiaci o adulteri (alla maniera di Victoria Marr, per intenderci) ma che affrontano questioni di fondo chiamando chi vorrà leggerlo ad un’assunzione di responsabilità storica.

 

Jolanda Leccese

Jolanda Leccese (sinistra) con l'autrice (destra)
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