Patriote del Mezzogiorno d’Italia

Pubblicato su LeggereDonna, n° 154, gen.-feb.-marz. 2012

Nel vasto panorama della produzione editoriale dedicata alle donne del Risorgimento, un notevole merito hanno gli studi di Laura Guidi, docente di Storia Contemporanea e di Storia delle donne, e di Angela Russo, dottore di ricerca in Studi di genere.

Le studiose, entrambe attive presso l’Università di Napoli Federico II, hanno esplorato il Risorgimento femminile, nell’area geografica meridionale; in particolare, per quel che riguarda la città di Napoli, i ruoli ricoperti dalle donne del Sud nel processo risorgimentale.

Le loro ricerche hanno consentito di rendere visibile un “Risorgimento invisibile”[1], di “restituire alla storia le donne e la storia alle donne” portando alla luce figure femminili accomunate da un destino di damnatio memoriae. Figure di intellettuali, cospiratrici, infermiere da campo, propagandiste, poetesse, giornaliste che hanno operato nella Napoli dei circoli liberali e delle sette segrete. La Napoli di Settembrini, Basilio Puoti, Carlo Troya che, negli anni Trenta e Quaranta, costituiscono il nucleo intellettuale della città; la Napoli che conosce la concessione della Costituzione del 29 gennaio 1848, ma anche la città delle speranze deluse, delle barricate del ’48, del duro carcere borbonico, degli entusiasmi del 1860 alla discesa di Garibaldi. È stato, il loro, un lavoro che si è svolto presso gli archivi di Stato di Napoli e di Lecce, le Biblioteche Centrali di Firenze e di Napoli, che ha permesso di recuperare documenti preziosi, biografie, memorie, soprattutto lettere, molte delle quali inedite, in cui vicende individuali si mescolano spesso a tematiche patriottiche consentendo di individuare complesse reti di relazioni. Un lavoro, questo non sempre facile che richiedeva di aggirare numerosi ostacoli perché spesso i nomi femminili apparivano incapsulati nei fondi documentari intitolati a nomi maschili che oscuravano, quindi, la visibilità delle presenze femminili. Un lavoro purtroppo ancora poco noto, come sono poco noti i convegni, i seminari, la ricca produzione editoriale dedicata alle donne del Risorgimento, segno del silenzio-censura che ancora avvolge gli studi di genere[2].

“Parlare delle loro storiescrive Laura Guidi- è come entrare nelle gallerie lunghe e tortuose di una miniera di insospettate dimensioni, ricca di scoperte e di emozioni”.

Sono storie che ci parlano di una storia diversa da quella della retorica ufficiale, ci fanno rivivere le passioni, le speranze, i sacrifici di chi ha lottato per un’Italia diversa, libera, unita. Perché le nostre patriote, le patriote del profondo Sud, hanno contribuito in molti modi alla causa d’Italia, impegnate in una vasta gamma di interventi diversi: tessendo relazioni nei salotti, svolgendo un ruolo importante di contatto con circoli e gruppi intellettuali, organizzando comitati politici, mantenendo rapporti con i detenuti nelle carceri, rimanendo al fianco dei loro fratelli nei moti del ’48 e soprattutto durante l’impresa dei Mille. E, dopo la proclamazione del Regno d’Italia, combatteranno ancora battaglie per Roma capitale, per promuovere l’istruzione e il lavoro femminile, per sostenere le lotte per l’emancipazione della donna.

I salotti                                     Sono i salotti della “Napoli bene”: ambienti per lo più socialmente omogenei, ostili alla monarchia, politicamente liberali, che, pur conservando un aspetto mondano, funzionano come luoghi di organizzazione politica, di conversazione, di confronti di idee. Sono frequentati dai più importanti intellettuali dell’epoca, che ebbero tutti un forte peso nelle vicende del ’48 napoletano, da Imbriani a Dalbono, a Settembrini, Pepe, i Poerio, Spaventa, allo storico Carlo Troya. Nei salotti del Vomero, di via Toledo, di Capodimonte, le donne hanno la possibilità di incontrare le figure più interessanti dell’intellighentia del tempo, di partecipare attivamente ai diversi fermenti culturali, di forgiare le proprie ideologie liberali, entrando in contatto con una cultura alta. Molte di esse posseggono una notevole cultura: hanno viaggiato in Italia e all’estero, intrattenuto rapporti con esuli italiani e intellettuali d’oltralpe.

Aperto agli intellettuali più brillanti dell’epoca, il salotto di Lucia De Thomasis (1794-1858) offre anche la possibilità di informazione a largo raggio grazie alle relazioni che la padrona di casa riesce ad intessere, oltre il confine partenopeo, con Tommaseo, con il gabinetto fiorentino di Vieusseux, attraverso reti epistolari e scambi di libri ed articoli.

Ugualmente Irene Ricciardi Capecelatro (1802-1870), che ha conosciuto a Parigi De Musset, Victor Hugo, La Martine, che è stata corrispondente del periodico napoletano Lucifero, svolge un ruolo fondamentale nel far circolare le opere del fratello Giuseppe Ricciardi, un repubblicano, mazziniano convinto, costretto ad un lungo esilio[3].

Giuseppina Guacci Nobile (1807-1848), protagonista indiscussa del suo salotto a Capodimonte, è una figura che non può essere ridotta ad una sola immagine-simbolo ma che riveste, contemporaneamente, ruoli diversi: membro dell’Accademia Pontaniana, l’unica donna ad essere ammessa alla scuola di Basilio Puoti, autrice di articoli e saggi di argomento politico[4], di argomenti per l’infanzia[5]. Giuseppina è stata una donna di pensiero ma anche d’azione. Pronta ad impegnarsi in azioni concrete: a dedicarsi all’alfabetizzazione e all’educazione dei fanciulli dai 9 ai 12 anni, ma anche a promuovere un Comitato “pro-crociati napoletani” per sostenere l’iniziativa della Belgioioso, giunta a Napoli, nel 1848, per raccogliere volontari da inviare in Lombardia.

Ancora nei salotti entrano in scena le poetesse.

Fanno parte del Circolo delle poetesse Sebezie[6]. Sono ancora le napoletane Giuseppina Guacci, Laura Beatrice Mancini Oliva, Irene Ricciardi Capecelatro (per citarne solo alcune). Nei salotti prendono la parola che diventa efficace veicolo di comunicazione politica; si fanno co-autrici del progetto nazionale attraverso la dimensione letteraria, proponendo temi civili e patriottici con il linguaggio coinvolgente della poesia. Cantano il tema della patria oggetto di desiderio contrapposto ad un altrove nemico ed ostile; inneggiano alla libertà contro gli empi tiranni[7]; tentano i toni forti della retorica guerresca esaltando battaglie ed eroi; si rivolgono soprattutto ai giovani, alle donne e contribuiscono a creare e a diffondere un immaginario risorgimentale ad alta intensità emotiva in cui il ruolo delle donne non è soltanto quello della madre amorosa che educa i figli (che pur saranno i difensori della patria), ma anche quello della donna guerriera che combatte per la patria, per spronarle ad una maggiore partecipazione alla vita politica.

Contribuiscono, soprattutto, alla costruzione di un nuovo tipo “italiana, lontana dalla immoralità gaudente delle dame come dall’abbrutimento della donna-oggetto”[8].

Laura Beatrice Oliva, che sarà definita la “poetessa delle sventure e della libertà d’Italia”, giunge a rivestire un ruolo di poetessa nazionale, chiamata a partecipare alle celebrazioni patriottiche ufficiali, al teatro San Carlo di Napoli, al Carignano di Torino. Certo, i suoi versi, come quelli delle altre, possono apparire datati, lontani dai nostri gusti di oggi. Ma all’epoca apparivano trasgressivi, in aperto contrasto con il potere; riuscivano a coinvolgere il pubblico in un circuito di grandi emozioni perché “richiamavano quel gusto melodrammatico che fu proprio della cultura risorgimentale[9]”.

Dalla luce dei salotti all’ombra delle cospirazioni.

Ecco ancora le donne impegnate in prima linea, nel lungo periodo di repressione che seguì alla breve apertura costituzionale del ’48. Una repressione che colpì tanto i repubblicani quanto i fautori della monarchia costituzionale: dai liberali ai più avanzati democratici. La minaccia al potere, ormai divenuto assoluto, era ovunque: erano considerati tutti amici di Mazzini. E tra le maglie di questa repressione, le donne seppero inserirsi impedendo l’isolamento dei detenuti e costruendo per loro una formidabile rete di relazioni che comprendeva patrioti ed esuli, autorità ecclesiastiche e diplomatici stranieri. Sono Luigia Faucitano Settembrini, Alina Perret Agresti, Antonietta Poerio (zia di Carlo ed Alessandro). Le coordina una donna straordinaria.

È Antonietta De Pace (1818-1893), protagonista di una lotta condotta su più fronti che attraversa buona parte dell’800. Pugliese di Gallipoli ma trapiantata a Napoli, Antonietta non è una salottiera ma una rivoluzionaria per vocazione e temperamento, abituata ad agire con audacia e creatività, a fare scelte di vita personali fuori dalle regole[10]. Mazziniana convinta, membro attivo del Comitato napoletano della Giovane Italia, a Napoli, che fa capo al tarantino Nicola Mignogna, diventa una pedina importante nella scacchiera segreta della carboneria meridionale, anello di congiunzione con i patrioti di Calabria, di Lucania e di Genova. Ma l’attività di Antonietta non si esaurisce qui. Fonda un Circolo femminile divenuto, in seguito, Comitato politico femminile il cui obiettivo consiste nel mantenere i contatti con i detenuti politici imprigionati dopo il ’48, facendo pervenire loro notizie dal resto dell’Italia, viveri e biancheria. Grazie alla collaborazione di Luigia Faucitano Settembrini e di Alina Perret Agresti, Antonietta manterrà i rapporti, non solo con i detenuti di Montesarchio, Montefusco, Santo Stefano, ma si recherà personalmente nel carcere di Procida fingendo un fidanzamento con il detenuto Aniello Ventre. Arrestata nel 1855, su delazione di Antonio Pierro, sarà rinchiusa per diciotto mesi nel carcere di S. Maria ad Agnone. Accusata di cospirazione repubblicana, perché “portava posta cospirativa all’interno delle carceri, subirà ben quarantasei udienze nel processo a Castelcapuano, un processo che coinvolse trenta imputati e che ebbe una vasta risonanza internazionale, seguito dai corrispondenti dei giornali più importanti dell’epoca: il Times ed il Journal des debats[11]. Sarà assolta grazie alla testimonianza della badessa Gaetana Cavaselice e alla difesa degli avvocati Castriota e Lauria, che riusciranno a dimostrare che non era stata a conoscenza del contenuto delle lettere e che aveva agito per “gioco amoroso” nei riguardi del fidanzato[12]. Sarà questa una terribile esperienza che comunque non l’abbatte. Continuerà nella sua attività soprattutto per favorire l’impresa dei Mille, attraverso sottoscrizioni per l’acquisto di armi, restando in contatto con il Comitato insurrezionale repubblicano di Nicola Mignogna.

La discesa di Garibaldi nel Sud, successiva alla delusione dell’armistizio di Villafranca, segna, infatti, una ripresa del partito d’azione rispetto a quello moderato.

Preparata dai proclami incendiari di Garibaldi diffusi nell’Italia centro-settentrionale e sostenuta dai patrioti repubblicani del Sud, sarà per il nostro Meridione, e soprattutto per Antonietta, un periodo di esaltazione vissuto ad altissima tensione.

Antonietta è a Napoli il 7 settembre 1860, pronta ad accoglier Garibaldi, vestita con i colori della bandiera italiana, e ad offrire, ancora una volta, il suo aiuto ai combattenti feriti come coordinatrice del servizio sanitario dell’ospedale del Gesù[13].

Molte saranno le patriote che offriranno il loro contributo alla causa come infermiere, direttrici di ambulanze, coordinatrici di servizi sanitari, in Sicilia e seguendo Garibaldi lungo lo stivale, a Capua, a Caserta, a Maddaloni, nelle retrovie della battaglia del Garigliano e del Volturno (una delle più sanguinose in cui si contarono 300 morti garibaldini e 1300 feriti).

Fra queste c’è una ventiquattrenne, la repubblicana e garibaldina Giulia Caracciolo Cigala (1835-1881), figlia di un cadetto dei principi di Forino di Napoli, che, al seguito di Garibaldi, nella battaglia del Garigliano, si occupa della formazione delle ambulanze chirurgiche e dell’assistenza ai feriti. Come Antonietta De Pace, Giulia è una figura emblematica del Risorgimento napoletano per la tenacia con cui si è battuta per i propri ideali non solo in campo politico ma anche in quello sociale.

Dopo la proclamazione del Regno d’Italia, entrambe continueranno a battersi per Roma capitale, ad essere attive, ancora vicine a Garibaldi, nell’organizzazione della campagna per l’Agro romano. Siamo nel 1867. Se Antonietta non esiterà a recarsi a Firenze per presentare al governo italiano una relazione sulle possibilità di organizzare una spedizione militare di volontari per penetrare nell’agro romano di Ceprano, Giulia non si ferma alle proposte ma passa direttamente all’azione. Arma ed equipaggia, a sue spese un drappello di 360 volontari fatti partire da Napoli e da Pico (Caserta) in aiuto di Garibaldi per quella sfortunata campagna che si concluderà con la sconfitta di Mentana[14].

Completata l’Unità d’Italia, entrambe dedicheranno le proprie energie a problemi sociali. Antonietta, nominata da Paolo Emilio Imbriani ispettrice delle scuole della sezione Avvocata, lavorerà instancabilmente occupandosi dell’istruzione delle classi più disagiate, in particolare riguardo all’istruzione delle donne.

Giulia Caracciolo va oltre. Non solo si impegna a promuovere l’istruzione e il lavoro femminile ma contribuisce a scrivere uno dei primi capitoli della storia per la lotta dell’emancipazione femminile che durerà a lungo nella nostra Italia e si svolgerà per un arco di tempo di quasi cent’anni. Gran maestra delle “logge d’adozione partenopee”[15], legata fortemente ad un ideale laico e razionalista della donna e del suo impegno nella società, forma a Napoli un Comitato per l’Emancipazione della Donna che è in contatto con le prime femministe dell’epoca, Gualberta Beccari a Venezia, Annamaria Mozzoni a Milano. Dà prova del suo impegno a favore dell’istruzione e del lavoro delle donne fondando un Opificio femminile partenopeo o sia educandato del popolo che accoglie donne bisognose dagli 8 ai 18 anni, con la duplice finalità di sottrarre le donne dalla strada, impedendone la possibile prostituzione, ed assicurare loro istruzione e indipendenza economica. Vicina all’area radicale, alle posizioni politiche di Giuseppe Ricciardi e di Salvatore Morelli, il deputato che ha fatto della questione femminile un nodo centrale della sua attività parlamentare, ne sostiene il  progetto di legge per la “reintegrazione giuridica della donna”. Un progetto che prevedeva la parità giuridica dell’uomo e della donna nel matrimonio, forte risposta al codice civile italiano del 1865 che sottometteva la donna al potere maritale facendone una minorenne a vita e precludendole il diritto al voto[16].

Nel processo di riscrittura storica che, nell’Italia post-unitaria, ha ridimensionato, o offuscato la figura femminile, il nome di questa donna “dalla vita così intensa e trasgressiva” è stato cancellato dalla memoria. Eppure la sua storia come quella di altre donne che hanno partecipato alla realizzazione del processo risorgimentale, merita di essere ricordata perché è una storia che ci appartiene, che rappresenta uno di quei momenti radianti della storia delle donne a cui dobbiamo l’inizio di un faticoso processo di emancipazione grazie al quale possiamo scrivere, oggi, la nostra storia.

Quando archivieremo la ricorrenza del 150° anniversario e ammaineremo le bandiere dalle finestre delle nostre case, adesso che abbiamo riscoperto un passato di cui possiamo essere orgogliose, non ricollochiamo tutto nelle stanze dell’oblio.

                                                                                                     Jolanda Leccese


[1]          L. Guidi, A. Russo, M. Varriale, “Il Risorgimento Invisibile, Patriote del Mezzogiorno d’Italia”, edizioni Comune di Napoli, 2011, S.I.P.

[2]          Citiamo, per fare solo qualche esempio, il convegno del Novembre del 1998 dedicato ad Antonietta De Pace, a cura di R. De Lorenzo, in “Archivio storico per le provincie napoletane”, vol. CXVII, 1999, pp.521,526; o quelli dedicati a Cristina Trivulzio Belgioioso, tenuti a Milano, nel 2008, e a Ferrara, nel 2010, organizzato, quest’ultimo, dall’Associazione Leggere-Donna (ed. Luciana Tufani).

[3]   Per la ricostruzione del profilo biografico di G. Ricciardi, patriota risorgimentale ancora poco studiato, cfr. Angela Russo “Nel desiderio delle tue care nuove”, Franco Angeli, 2012.

[4]   “Storia del colera a Napoli e di alcuni costumi Napoletani” 1837.

L’articolo “Dell’ufficio che si conviene alle donne”, pubblicato nel 1844 sul giornale di Napoli Il Nazionale, incitava le donne ad assumere un atteggiamento attivo rispetto alle vicende politiche.

[5]   Si vedano gli scritti “Alfabeto” 1841 e “Prime letture” 1842.

[6]   Un nome che prende spunto da Virgilio che, nel VII libro dell’Eneide, parla di Sebetide, figlia del fiume Sebeto e della sirena Partenope.

[7]   Laura Beatrice Oliva compone un inno per Agesilao Milano che nel 1857 aveva cercato di uccidere Ferdinando II, pagando ovviamente con la vita il suo gesto.

[8]   M. T. Mori, “Figlie d’Italia”, Carocci, 2011, p. 12.

[9]   M. T. Mori, op. cit., p. 31.

[10] Un matrimonio civile con un ex prete, all’età di 58 anni.

[11] Il processo ad Antonietta De Pace è stato presentato al San Carlo di Napoli il 9 maggio c.a., dal regista Francesco Saponaro (testo di Maurizio De Giovanni, ricostruito grazie alle ricerche sul personaggio a cura della storica Angela Russo).

[12] Cfr. Valerio Lisi “L’Unità e il Meridione. Nicola Mignogna (1808-1870)”, Lupo, 2011.

[13] Ad Antonietta fu assegnata una pensione mensile di 12 ducati per meriti politici. Così si legge negli Atti governativi per le Provincie napoletane (25/6-31/12/1860) “Considerando che in tempi di tenebrosa tirannide Antonietta Pace, Carmela Furitano,…sono state esempio inimitabile di coraggio civile e di costanza nel propugnare la causa della libertà”. La pensione fu, in seguito, tramutata, grazie all’intervento di Garibaldi, in una pensione vitalizia di 25 ducati mensili.

[14] Solo di recente Angela Russo ha trovato documenti archivistici che confermano questa notizia. Cfr. Angela Russo “Nel desiderio delle tue care nuove” cit., p.42.

[15] Le logge massoniche femminili operarono, a Napoli, tra il 1864 e il 1879.

[16] Dei numerosi progetti di legge, a favore della donna, proposti dal deputato, fu approvato, nel 1877, solo quello che dava alle donne il diritto di testimoniare negli atti pubblici.

Per un utile approfondimento cfr. Emilia Sarogni “L’Italia e la donna. La vita di Salvatore Morelli”, Piazza, 2007.

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