Il contrabbando della vita

Passioni e politica nell’Italia del Risorgimento

Emilia Sarogni, Ed. Daniela Piazza, Torino 2010, pgg. 295, € 18,00

 

pubblicato su Leggere-Donna n° 155, 2012

 

In occasione del Centocinquantenario commemorativo numerosi sono stati i contributi che hanno raccontato, trasfigurato e persino vilipeso, il movimento Risorgimentale.

Tra quelli che evidenziano quale sia stata l’eredità del nostro Risorgimento, a tutto ciò che entrato a far parte delle idee di nazione, non esclusi lo spirito di sacrificio e l’eroismo vissuto silenziosamente come dovere, va segnalato il libro della scrittrice e saggista Emilia Sarogni.

Il contrabbando della vita, un libro che ha il merito di valorizzare la vita e l’opera di Salvatore Morelli, un personaggio ingiustamente trascurato, un patriota che ha operato nella Napoli dei circoli liberali e delle sette segrete e che ha pagato, dopo il ’48, uno scotto durissimo per i suoi ideali nelle prigioni borboniche.

Pugliese di nascita (Carovigno 1824), di formazione culturale napoletana, Morelli è stato uno spirito indipendente che ha saputo coniugare la passione per la cultura con l’impegno civile affiancando alla lotta politica quella contro l’ignoranza, a favore dell’istruzione e dell’emancipazione della donna.

Antiborbonico e repubblicano, è stato anche un intellettuale di rilievo che ha offerto un contributo importante alla cultura risorgimentale del Sud sulla questione femminile. Vicino alle correnti di pensiero più innovative provenienti d’Oltralpe, è l’autore del primo libro sistematico sui diritti delle donne La donna e la scienza o la soluzione del problema sociale pubblicato nel 1861, dieci anni prima de La servitù delle donne di Stuart Mill.

Un libro che evidenzia la modernità di un pensiero che ritiene “l’egoismo del patriarca la prima e più nascosta tra le disuguaglianze sociali” nella convinzione che la rigenerazione della società debba passare attraverso il riscatto dei diritti e della dignità della donna.

Deputato del Regno, dopo l’Unità,  sarà il primo politico italiano a richiedere la parità dei sessi, a proporre la riforma dell’Istituto di Famiglia, la possibilità del divorzio, la soppressione delle discriminazioni fra figli illegittimi e naturali. Troppo in anticipo per i suoi tempi, sarà apprezzato da politici e intellettuali europei, sostenuto dai comitati femminili per l’emancipazione delle donne, ma non troverà consenso nella maggior parte della classe politica italiana.

Complessa e straordinaria è stata la vita di Morelli. L’autrice la presenta calandola nella grande storia del nostro Risorgimento e si fa carico di renderla affabulatoria, ora travestendola da racconto, ora sceneggiandola nei monologhi e nei dialoghi.

Nessuna propensione ai colpi di scena, a situazioni mirabolanti. È il suo un procedere  che fa scorrere in modo graduale le fasi della vita del personaggio inserite in un quadro di riferimento assai variegato di eventi come di posizioni politiche: dalla giovinezza ardente e sognatrice, vissuta tra amori, cospirazioni, arresti, una prigionia decennale, alla maturità operosa impegnata, dopo la proclamazione del Regno, nella duplice attività di giornalista e di parlamentare.

La denuncia ai ritardi e agli errori del nuovo governo, condotta su Il Dittatore e Il Pensiero, giornali da lui fondati, le impegnative campagne parlamentari a favore della reintegrazione giuridica della donna, il tramonto silenzioso ed oscuro nell’incomprensione dei contemporanei, tutto questo è presentato dall’autrice con competenza e completezza d’informazione.

Salvatore Morelli muore, in miseria, nel 1880. Dalla sua morte “le donne italiane hanno impiegato oltre un secolo, per ottenere nelle leggi del Paese la parità dei diritti con l’uomo”.

 

Jolanda Leccese

Annunci

L’odore della luce

Il mondo femminile nella pittura dell’800 e del primo ‘900

Palazzo Della Marra, Barletta 5 maggio-19 agosto 2012

Pubblicato su Leggere-Donna n° 156, 2012

                                                                                                                     

Può avere odore la luce? Solo la fervida intelligenza creatrice di un poeta, di un artista, può creare questa associazione visivo-olfattiva, questo scambio audace tra il senso più alto che possediamo, la vista, ed uno basso quale l’odorato.

“L’odore della luce” è questo il titolo della mostra, aperta fino al 19 agosto presso il Palazzo Della Marra di Barletta. Facendo eco ad un verso di P. Neruda “aspiro l’onda di luce”, Emanuela Angiuli, che ne è la curatrice, non ha esitato a servirsi di questa splendida sinestesia per questa Rassegna d’arte dedicata al mondo femminile nella pittura dell’800 e del primo ‘900.

Protagoniste indiscusse della mostra: la donna e la natura. Sono donne che non appaiono relegate negli ambienti interni delle abitazioni. La maggior parte di esse ha varcato il limite della soglia ed è “entrata nella natura”. Inserita in un’esistenza immessa nel paesaggio, o almeno ad esso contigua, è diventata protagonista di diversi momenti della vita quotidiana, pur sempre nel rispetto, avverte la curatrice, di un codice di comportamento attardato nel perimetro familiare dei luoghi all’aperto. Ecco la figura indagata in un contesto paesaggistico. Un binomio perfetto che consente all’artista di rappresentare i fatti della vita contemporanea senza rinunciare allo studio delle variazioni cromatiche e luminose presenti in natura.

La particolarità della Rassegna sta nella ricca stagione della cultura figurativa italiana tra ‘800 e ‘900, capace di dialogare con molte correnti pittoriche: dalla scuola di Posillipo ai macchiaioli toscani, con tecniche diverse fino ai linguaggi del divisionismo e del simbolismo.

Circa 85 sono le opere provenienti soprattutto dalla Galleria d’Arte moderna di Firenze; appartengono ad autori famosi, da Fattori a Palizzi a Lega, fino a De Nittis e Previati, ma anche a meno noti se pur di grande valore: Rossi, Chiesa, Irolli.

Quattro le sezioni presentate (Sentimenti, I lavori del giorno, Prati e giardini, Confidenze). Formano un grande palinsesto figurativo in cui, tra poetiche del vero e inquietudini novecentesche, scorrono scene di vita: dai momenti dell’infanzia e della giovinezza, a quelli dell’innamoramento, della maternità, della solitudine, della malattia. Scene fatte di quotidiana straordinarietà, consumate sul palcoscenico evocativo ed emozionale del mondo contadino come della borghesia di provincia.

Ecco le ridenti pastorelle di N. Cannicci, raccolte in momenti di serena distrazione, quelle di Michetti, impegnate nel pascolo e nella coltivazione della terra. Ecco, in un dipinto monumentale, le maestose donne di A. Tommasi, intente a dissodare il terreno con lo sforzo delle braccia e dei piedi, le vigorose e ridanciane contadine di Ferroni, ma anche la donna ritratta senza alcuna concessione al bello estetico, abbrutita sotto i colpi del duro lavoro in “Le bestie da soma” di T. Patini, una sorta di manifesto di denuncia sociale delle terribili condizioni di vita dei lavoratori rurali abruzzesi.

Di segno totalmente opposto le opere degli anni ’80 e, ancor più, del decennio successivo. Qui il palcoscenico della pittura che si apre agli occhi de visitatore è popolato di signore e signorine in giardino -Irolli, Boldini, De Nittis- di pittrici davanti al cavalletto, di madri con i propri figli, di creature sognanti o assorte nella lettura nella luce odorosa delle giornate all’aperto.

Cambiano le tecniche di lavoro. Le immagini si sciolgono in una pittura fluida e vibrante che avvolge le figure di G. Previati (Mammina, Lucilla), rappresentate attraverso le ardite sperimentazioni della tecnica divisionista.

In una trasposizione simbolica che concede ampio spazio al sogno ed alla declinazione sentimentale diventano le donne “fiori di luce”, assimilate alle rose, ne Il mattino delle rose di G.Giani, ai candidi boccioli di bianche ninfee in Fiori di loto di A. Bocchi,

Una rassegna che, tra gli altri suoi pregi, ha quello di muoversi sul doppio registro dell’arte e della letteratura, di cogliere, nelle opere esposte, echi della narrativa e della poesia di scrittori coevi: da Fucini a Verga, da D’Annunzio a Gozzano a Pascoli a Campana.

Un discorso interdisciplinare nato verso la fine dell’800 negli anni dell’idealismo, in un clima favorevole al sincretismo delle arti. Un discorso di cui non può sfuggire la valenza didattica e che, nelle scuole, dovrebbe assumere l’importanza che merita.

 

 

Jolanda Leccese