Enrichetta Caracciolo

dalla monacazione forzata all’impegno politico di libera cittadina

 

Enrichetta Caracciolo; per definirla basterebbe una formula ternaria che compendia tutta la sua vita: monaca, garibaldina, cittadina impegnata.

La storia di Enrichetta, della nobile casata dei Caracciolo di Napoli; è la storia di una monacazione forzata, di una incredibile prevaricazione ma anche di una ribellione ostinata e tenace e di un meritato riscatto.

La storia di una donna destinata a vivere in un’epoca in cui un articolo del Codice Civile consentiva ai genitori, se non di costringere le proprie figlie a prendere i voti, di rinchiuderle in istituti religiosi.

A rinchiudere la figlia, quando aveva solo 19 anni (era nata nel 1821), nel convento delle benedettine di San Gregorio Armeno, era stata la madre, Teresa Cutuli che, rimasta vedova in disagiate condizioni economiche, scelse per la figlia la vita monastica.

Furono venti gli anni della monacazione forzata. Anni vissuti nei tentativi di sottrarsi agli obblighi della clausura con una serie di istanze, per ottenere lo scioglimento dei voti, sempre negate dall’arcivescovo di Napoli, Riario Sforza, inesorabile nel suo rifiuto. Solo qualche periodo di tregua: la fuga a Capua, presso l’Annunziata, il ritorno a Napoli sotto la protezione del missionario Spaccapietra, un breve soggiorno presso una sorella.

È in questo periodo che inizia a svolgere il suo ruolo di “staffetta”, un periodo di breve durata che termina con il suo arresto, nel 1831, e la successiva segregazione a Mondragone. Saranno tre anni e quattro mesi di dura prigionia, ricordati come i più disumani: sequestro di libri, un anno intero di isolamento, divieto assoluto di lasciare il convento, nemmeno per visitare la madre morente.

Poi, eccola a Castellammare dove ottiene il permesso di curare le sue crisi nervose con i bagni. È la restituzione alla vita. Da Castellammare a Napoli dove pone la sua libertà al servizio dei circoli patriottici napoletani, sfidando la vigilanza dell’occhiuta polizia borbonica. Tutto è preferibile alla clausura, anche cambiare 18 volte abitazione e 32 volte donne di servizio.

È la stessa Enrichetta a raccontare in prima persona queste incredibili vicende in un libro appassionato “Misteri del chiostro napoletano” in una prosa che appartiene al suo tempo ma che pur scorre vivace e accattivante.

Sono quasi trecento le pagine in cui si alternano informazioni storiche e riflessioni politiche ai ricordi della vita in convento. Un mondo chiuso in cui si alimentano gelosie e pettegolezzi, si determinano comportamenti ambigui; luogo in cui impera il dispotismo clericale, in cui si prega per lo “sterminio dei malvagi”, vale a dire dei liberali, e si leggono solo leggende e miracoli.

Ben diverse le letture di Enrichetta: Machiavelli, Guacciardini, Colletta. Sarà considerata la rivoluzionaria, la settaria, l’eretica.

Sui libri -scrive Maria Rosa Cutrofelli- nasce l’ideale della fede patriottica che la sostiene, che agisce per lei, che non è stata in convento per vocazione, come tonificante perché maturato da un personalissimo rancore e identificato con la sua stessa aspirazione alla libertà ed alla dignità individuale”.

La narrazione diventa, così, un controcanto, ora sommesso, ora a gola spiegata, alle vicende risorgimentali che consente al lettore di assumere notizie su eventi storici di grande rilievo: la elezione a pontefice di Pio IX, la concessione della Costituzione da parte di Ferdinando II e la successiva repressione borbonica, gli anni delle cospirazioni, la discesa di Garibaldi nel Sud.

Il 7 settembre 1860 è per Enrichetta il giorno dell’addio definitivo allo stato monastico. Nel Duomo di Napoli, mentre Garibaldi assiste al Te Deum di ringraziamento per la fuga di Francesco II, Enrichetta depone sull’altare il velo nero di monaca per diventare “cittadina”.

Ecco la grande svolta è compiuta. La storia si chiude qui. Solo un breve cenno al matrimonio con Giovanni Greuther, un matrimonio felice che durerà ventiquattro anni sino alla morte di lui.

A 39 anni, dunque, Enrichetta inizia una vita intensa dedicata all’attività letteraria e politica. Pubblica, nel 1864, per i tipi dell’editore Barbera, la sua autobiografia “Misteri del chiostro napoletano”, stampato in otto edizioni; un libro apprezzato da Manzoni e Settembrini, tradotto in molte lingue; le varrà una grande notorietà ma anche la scomunica da parte della chiesa.

Anche se è entrata tardi nella scena politica, Enrichetta riesce a recuperare il tempo perduto. Si fa promotrice, nel 1866, in occasione della terza guerra d’Indipendenza, di un “Proclama alla donna italiana” per rivolgere loro un monito chiaro ed invitarle a sostenere Garibaldi e la causa nazionale. Svolge, contemporaneamente, un’intensa attività di scrittrice e giornalista e collabora con giornali importanti di Napoli e Palermo. Membro attivo del “Comitato femminile napoletano per l’emancipazione della donna italiana”, in collegamento con una rete di comitati di donne che attraversa l’Italia da Nord a Sud,è tra le prime che, in un’Italia fortemente arretrata in termini di diritti per le donne, portano alla ribalta la “questione femminile” e si battono contro la presunta inferiorità intellettuale e morale del sesso femminile per promuovere l’istruzione e il lavoro della donna e sostenere il disegno di legge del deputato pugliese Salvatore Morelli. Un progetto che prevedeva la parità giuridica dell’uomo e della donna nel matrimonio, forte risposta al Codice Civile italiano del 1865 che sottometteva la donna al potere maritale e le precludeva il diritto al voto1.

Se è vero che il Risorgimento non è stato soltanto cospirazione e lotta armata ma anche un processo di consapevolezza, di mobilitazione delle coscienze, di assunzione di nuovi modelli, la storia di Enrichetta merita di essere ricordata.

Perché è stata una donna che ha vissuto la passione politica risorgimentale nella segregazione del convento come nella concretezza delle azioni; una donna che ha avuto soprattutto il coraggio di sollevare il velo sui misteri della vita in convento, di far conoscere l’altra faccia della cosiddetta “pace monastica”; che ha avuto soprattutto il coraggio di ribellarsi alle inique imposizioni della monacazione forzata e di rivendicare il diritto all’autodeterminazione, suo e chissà, forse, di quante altre donne, “tante giovanette d’ingegno sepolte -come lei- in carceri inaccessibili ad ogni lume sociale e ad ogni voce dell’umanità”.

Muore nel 1901. È sepolta a Napoli nel cimitero di Poggioreale.

 

Jolanda Leccese

 

 

 

Scritti di Enrichetta:

Misteri del chiostro napoletano: memorie, Firenze 1864.

Un delitto impunito: fatto storico del 1838, dramma in 5 atti, Napoli 1866.

Proclama alle donne d’Italia, Napoli 1866.

I miracoli, 1874.

La forza dell’onore (dramma), 1881.

Un episodio dei misteri del Chiostro Napolitano: dramma in 5 atti.

1Il 26 marzo 1867 sarà approvata la legge Morelli, la prima a favore delle italiane, una legge che dà il diritto alle donne di essere testimoni negli Atti previsti dal Codice Civile, primi fra tutti i testamenti; sarà un primo passo per il riconoscimento della capacità giuridica delle donne e, perciò, della possibilità di accedere al diritto di voto.