Le ore del silenzio

di Gaëlle Josse

Skira, 2012, pgg.91, € 13,00

Una donna è seduta davanti ad una spinetta. Filtra nella stanza la luce del mattino, si riflette nella cornice dello specchio veneziano, illuminando le geometrizzanti partiture del pavimento.

Così la presenta il pittore De Witte in un suo “Interno con donna alla spinetta”. Così appare riprodotta nella copertina di un libro recentemente dato alle stampe. Una scelta efficace che ben richiama il titolo dell’opera “Le ore del silenzio” di Gaëlle Josse, una scrittrice qui al suo esordio narrativo. Assorta nel suo isolamento, la donna senza volto attrae con il suo mistero: evoca un mondo fatto di tempo e di memoria. A questa donna l’autrice si fa carico di dare un nome e un’identità ben precisa; ne spezza il silenzio, le conferisce la parola. “Mi chiamo Magdalena van Beyeren, moglie di Pieter van Beyeren, amministratore della Compagnia olandese delle Indie orientali a Delft, e figlia di Cornelis van Leeuwenbroek”.

È il 12 dicembre 1667. Magdalena si accinge a scrivere la sua storia, ad affidare alle carte “l’esigenza di mettere in ordine il suo cuore, ridare un po’ di pace alla sua anima”. Il lettore è avvertito. Non si troverà di fronte alla Storia con la S maiuscola, ma davanti al vissuto individuale di una donna. Un vissuto che porta con sé l’emergenza di pensieri, aspettative, sogni, intimi desideri, ma che è pur rivolto verso l’esterno sulla scena paradigmatica della famiglia e della società del suo tempo.

La data di inizio del diario coincide con l’anno in cui l’Olanda, conclusa la pace di Breda con l’Inghilterra, vive, nonostante i pericoli che provengono dalle mire espansionistiche degli inglesi e dei francesi, nel benessere e nella ricchezza. Committenti danarosi di artisti come Vermeer, De Witte, Johan de Voogd sono gli agiati mercanti borghesi che amano affidare a scene di vita quotidiana in interni o all’aria aperte, ai propri ritratti, i simboli della loro agiatezza.

Ma più che gli avvenimenti storici è l’attività della Compagnia delle Indie a far da cornice alle vicende del personaggio. Siamo a Delft, la ricca città dell’Olanda, sede della Compagnia delle Indie orientali che ha per teatro d’azione i mari dell’India, della Cina, del Giappone, dell’Africa. Qui, nel porto, sulle rive dell’Oude, si caricano le provviste per gli equipaggi dei battelli che partono per raggiungere paesi lontani e riportare in patria vasellame e sete preziose, spezie di ogni genere. Qui nello scenario vivace e turbolento del porto, Magdalena si sente a proprio agio “le navi, la gente che vi lavora, i moli ingombri, le botti che rotolano, le casse stivate, tutto mi eccitava”. Ispezionare i vascelli, controllare i giornali di bordo, è questo il lavoro che le piace. Lavoro normale per un uomo ma straordinario per una donna del tempo che pur trova l’apprezzamento e l’incoraggiamento del padre. “Lontana da casa, dalla tristezza devota di mia madre, dai fazzoletti da orlare, le lenzuola da ricucire, la biancheria da rammendare, ero appagata. Vivevo! O quanto vivevo!”.

Quando scrive il suo diario, Magdalena ha 36 anni. Sposata a 19 anni con il capitano Pieter, che ha ottenuto l’incarico di guidare la società del padre, è, all’apparenza, una tranquilla signora borghese, madre di ben nove figli (tre già morti in tenera età). È il suo un diario che, pur nella brevità di un tempo limitato a pochi mesi, presenta una storia articolata e complessa, grazie ad una scrittura che sa giocare d’anticipo e di rimessa e che diventa spesso meditativa, a tratti sentenziosa.

Emergono così le tappe fondamentali della vita di una donna pragmatica e insieme sognatrice che incarna un modello molto concreto di umanità in dialettica con le strutture sociali del tempo, che vive sentimenti profondi, costretta a temperare all’insegna di consuetudini e pudori.

Interessante la ricostruzione degli avvenimenti che ruotano intorno all’attività della Compagnia, ulteriormente arricchiti da aneddoti e leggende. Ci restituiscono la memoria di un’epoca che affonda le sue radici in un passato reso sempre più remoto dalla velocità dei tempi.

Regge altrettanto bene il versante della storia famigliare che si snoda in diverse direzioni: dal rapporto intenso con il padre, figura chiave della sua formazione giovanile, a quello tenero e sofferto con i figli, a quello difficile con il marito, un uomo ruvido, di poche parole “è un enigma per me e il tempo non mi aiuta a risolvere il mistero”.

Centro dolente del rapporto coniugale la ferma decisione del marito di non avere più con la moglie “scambio carnale”, decisione successiva alla morte di Johanna, portata via tra i singhiozzi poche ore dopo la sua nascita.

All’annientamento di un corpo non più desiderato, Magdalena risponderà con la scelta dignitosa di non possedere più un volto nel dipinto commissionato a De Witte, ma saprà trovare nel silenzio della scrittura la salvezza per non deragliare, il luogo dove riversare le proprie sofferenze, combattere le paure e le frustrazioni, porsi domande sulla fatica del vivere, ma soprattutto ritrovare le gioie passate che “rimangono fonte di felicità che nessuno potrà sottrarci”. Senza abbandonarsi a scomposte reazioni né sordide vendette, continuerà a vivere la propria soggettività nell’accettazione piena e disillusa del qui ed ora, di quel transeunte dono che è, a conti fatti, la vita.

 

Jolanda Leccese