La Ragazza con il violino

di Giulia Mafai

“Il libro -così afferma Giulia Mafai autrice di La ragazza con il violino- non doveva essere inizialmente un libro, ma una lettera indirizzata alle mie figlie alle quali raccontavo dei loro nonni, della loro storia. A poco a poco mi ha preso la mano e ho cominciato a scrivere moltissimo. è stato come se non stessi scrivendo io, è stato come un torrente”.

La ragazza con il violino è, innanzitutto un quadro. È l’autoritratto della madre di Giulia, di Antonietta Raphaël, la protagonista del libro che si presenta con lo sguardo dagli occhi allungati, tra le mani, in primo piano, il violino, lo strumento che è quasi un attributo dei musicisti ebraici. Pittrice e scultrice, oltre che valente musicista, Antonietta è stata una donna intelligente e anticonformista, una vera artista che all’arte ha votato l’intera vita vivendola quasi come una predestinazione religiosa. Ma Antonietta, per Giulia è, prima di tutto, “Mia madre”. Sin dalle prime frasi, che si protraggono per un’intera pagina, è lei che occupa la scena. è lei “la strega misteriosa e affascinante, dura e inflessibile, affettuosa e al tempo stesso lontana e distante”. Una madre da amare, “sapeva quanto amore nascondessi in quell’appellativo”. Senza, però, per questo indulgere ad intenerimenti né compiacimenti.

Lituana di nascita, italiana di adozione (Kowno 1895, Roma 1975), Antonietta appartiene a quella schiera di artisti slavi che nei primi anni del Novecento prendono la strada dell’emigrazione verso l’Occidente. La figlia ne ricostruisce le tappe, a partire da lontano, dai suoi genitori. Una storia che è insieme ricostruzione affascinante di ambienti e rituali della cultura ebraica ma anche un omaggio silenzioso ad una eredità di affetti da essi trasmessi alla figlia. Un’eredità mai smarrita da Antonietta che, giovanissima, è costretta a rifugiarsi in Inghilterra in seguito alle persecuzioni razziali. Poi a Parigi fino all’approdo a Roma e all’incontro con il pittore Mario Mafai. Il loro sarà un rapporto fatto di complicità ma anche di contrasti che vedrà Antonietta volgersi per affrancamento alla scultura. Ci saranno lunghe separazioni e brevi ricongiungimenti fino alla rottura definitiva che si manifesterà sul finire della guerra. A sigillare questo intreccio di destini verrà la morte di Mario nel 1965, anticipata di dieci anni rispetto a quella di Antonietta.

Organizzato secondo molteplici prospettive, il libro non è solo la storia dell’attività artistica di Antonietta; si allarga ad accogliere il racconto di un amore coniugale intenso e difficile, le cronache di vita quotidiana di una famiglia “diversa” per scelte di vita. Ma, non dimentichiamo che l’autrice è una raffinata critica d’arte che sa indagare con lucidità e competenza una stagione dell’arte italiana di cui Antonietta e Mario furono protagonisti: la reazione al novecentismo, le sotterranee tensioni nell’atmosfera del fascismo, le attese di un effervescente dopoguerra.

Sullo sfondo gli avvenimenti dell’epoca (il fascismo, le persecuzioni razziali, la militanza nel partito comunista, gli anni del dopoguerra) visti nella dimensione del quotidiano, dalla parte di chi li ha vissuti, senza nessuna pretesa di superiorità interpretativa. Non mancano pagine in cui ci vengono restituite emozioni di grande intensità quando l’autrice descrive luoghi, paesaggi, le atmosfere intense dei cieli infiammati di Roma con i colori che sembrano usciti dalla tavolozza di Raphaël; o quando, con raffinato trasporto, rilegge un quadro di Mafai o una scultura di Antonietta.

È un libro che sarà certamente gradito a coloro che possono collocarlo sullo sfondo di un più complesso quadro di conoscenze da essi già posseduto. Potrà anche creare curiosità, spingere a saperne di più su una figura sorprendente e incontenibile quale è stata Antonietta che, con la sua vitalità e la sua cultura ha contribuito in misura significativa a determinare le vicende dell’arte italiana, e in particolare romana, fra le due guerre. Il suo nome è legato indissolubilmente a quella che, con il termine creato dal critico Roberto Longhi, fu chiamata la “Scuola di via Cavour”.

 

                                                                               Jolanda Leccese

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