Le grotte dei santi: opere di Anna Amendolito – affreschi e architetture rupestri

Galleria l’Impronta, fino al 18 gennaio 2014 ( cat Scorpione )

E’ un piacere parlare di Anna Amendolito come donna e come pittrice. Anna è una signora che, sin dal primo incontro, appare una persona dalla gentilezza disarmante, una persona dire sommessa, mai pretenziosa, che sembra scivolare leggera quando cammina, quando parla, ma che sa riversare l’anima nei suoi dipinti.

Sì, perché quella di Anna è una pittura in cui si coglie una straordinaria peculiarità nel modo di vedere le cose, che appare come filtrata attraverso una grande sensibilità nello sguardo e nella rappresentazione delle emozioni. L’occasione di parlare di Anna giunge in concomitanza della presentazione di un calendario pensato in termini di una piccola mostra monografica che rimarrà aperta fino al 18 gennaio 2014. Intendiamoci subito! Non si tratta del calendario ultrabasic che ci regala il panificio sotto casa né di quello un po’ kitsch distribuito dal parrucchiere fashion ma di un calendario in cui arte e cultura si incontrano. Dodici mesi, dunque, nel segno dell’arte, dodici mesi per presentare, attraverso suggestioni di colori e fedeli interpretazioni, le immagini affrescate di una vera e propria pinacoteca sotterranea. Sono le testimonianze di un patrimonio prezioso, custodito nelle rocce delle gravine del nostro Sud; costituisce un sistema storico-antropico-naturale unico in Italia e nel mondo che interessa l’intero arco jonico dagli aggregati tufacei di Matera come di Grottaglie, Ginosa, Crispiano, Laterza fino ad alcune aree della Calabria. Testimonianze di quella che, secondo una definizione affermatasi negli Sessanta, è stata denominata Civiltà Rupestre e che, nel momento di maggiore fioritura (dal IX al XIV secolo) ha offerto, nelle cappelle e nelle chiese, una produzione imponente di documenti iconografici, come ha ben evidenziato il prof. Piero Massafra nella sua presentazione.

E’ l’inchiostro di china il medium di cui Anna si serve per raccontare i momenti salienti del suo straordinario iter artistico che, muovendo dalla chiesa rupestre di Cristo alle Grotte di Mottola, si allarga a comprendere la Cripta della Candelora di Massafra, gli affreschi sopravvissuti della Madonna delle Grazie di S. Marzano (fig. 1), fino alla chiesa di San Giorgio di Laterza e ad alcune cripte di Matera. E se le figure dei Santi, del Cristo, delle Madonne, forti e dolci insieme, materne ma non possessive, sono il fulcro emozionale della visione, il contorno delle nicchie, degli archi, delle colonne, costruito per fasce cromatiche dai forti contrasti chiaroscurali, o caricato di ombre molto accentuate, crea tagli scenografici di impronta monumentale di grande suggestione.

Non ci sono candele accese in queste chiese che offrono però la possibilità di incontri indimenticabili; l’occasione di scoprire il volto senza tempo della Vergine della Cripta del Redentore a Taranto, dipinta attraverso l’armonia cromatica di un blu intenso appena variato dai toni dell’ocra e del rosa; la materna naturalezza della Madonna del Latte (Matera, Chiesa di Santa Lucia alle Malve, fig. 2), così calda nei colori del rosso della veste o quella della Madonna che porta per mano il bambino (Massafra, Cripta della Candelora, fig. 3) così lontana dall’irraggiungibile ieraticità delle Madri bizantine.

Sono immagini gradite a coloro che possono collocarle sullo sfondo di un più complesso quadro di conoscenze riguardanti la Civiltà Rupestre, da essi già posseduto; offrono, certamente, un’ulteriore occasione per divulgare, in maniera diversa, il fascino del patrimonio rupestre del nostro Sud.

Jolanda Leccese

Ipogeo rupestre della Madonna delle Grazie (XIII sec. )
Ipogeo rupestre della Madonna delle Grazie (XIII sec. )
Chiesa rupestre di Santa Lucia alle Malve (XIII sec.)
Chiesa rupestre di Santa Lucia alle Malve (XIII sec.)
Cripta della Candelora (XIII sec.)
Cripta della Candelora (XIII sec.)
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Suzanne Valadon

Una donna tra i grandi artisti maledetti della collezione Netter a Roma

Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti” fino al 6 aprile 2014

pubblicato su Leggere Donna n. 163 2014

Suzanne Valadon: il nome di questa pittrice (in realtà si chiamava Marie-Clémentine), nata a Bessines-sur-Gartempe nel 1865, è venuto alla ribalta, in Italia, in occasione della mostra aperta fino al 6 aprile 2014, presso il Museo Fondazione Roma Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti, giunta nella capitale dopo la sosta a Milano a Palazzo Reale.

Chi l’ha già incontrata a Torino, nel 2003, in occasione della mostra Coppie di artisti in Europa e, ancora, nel lontano 1996, a Martigny, Modigliani e la scuola di Parigi, presso la Fondazione Gianadda, ha avuto la possibilità di conoscere e provare interesse per questa artista per diversi motivi.

Innanzitutto per le tecniche di composizione: la singolarità del taglio compositivo,la predilezione per i colori accesi, il segno potente della linea di contorno, che giunge all’artista dal Gauguin del periodo nabi, il modo di rappresentare il soggetto evidenziando torsioni del corpo, espressioni del volto, secondo la lezione ricevuta da Degas. E ancora il forte rilievo dato alla raffigurazione degli effetti domestici attraverso una netta presa di distanza dalle tematiche iconografiche care agli impressionisti. Non ultima la singolarità della sua storia che si svolge a Parigi, nel quartiere povero di Montmartre (ai suoi tempi ancora terra di confine tra la campagna e la città). Non certo la Parigi delle passeggiate al Bois de Boulogne, delle serate all’Opera, ma una Parigi povera, disperata in cui donne in miseria partoriscono figli senza padre, come accade anche a lei che mette al mondo un figlio, solo in seguito riconosciuto dal padre; diventerà il famoso pittore Maurice Utrillo.

Ma non sarà sempre così. Grazie alla sua bellezza (ovale perfetto, occhi blu porcellana), troverà la possibilità di accedere alla professione di modella e poserà per numerosi pittori: da Puvis de Chevannes a Renoir, a Toulouse-Lautrec e poi Zandomeneghi e De Nittis. Di alcuni diventa anche l’amante.

Determinata a diventare pittrice, sicuramente per voglia di riscatto, si conquisterà un’educazione artistica sul campo. Sarà la sola donna a partecipare al Salon di Champ-de-Mars e i suoi disegni, nel 1894, saranno accettati dalla Société des Beaux-Arts.

Valadon siete dei nostri” aveva esclamato, esaminando i suoi disegni, Degas che la incoraggiò sempre con la sua stima e un’amicizia disinteressata: “Amo vedere i vostri tratti grossi e morbidi” le scrive. E ancora “Bisognerà che…mi portiate alcuni disegni cattivi e morbidi”.

La storia della sua arte scorre parallelamente alla sua vita privata. Se per quindici anni l’attrae la tranquillità di una vita borghese grazie al matrimonio nel 1896 con Paul Mousis (è questo il periodo di ritratti intimisti e di nature morte), a scompigliare le carte, quando già ha quarantacinque anni, interviene l’amore per André Utter, un giovane pittore amico del figlio, sposato nel 1914.

E’ questo il periodo delle grandi tele, dei nudi femminili rappresentati in diverse pose, del poderoso nudo maschile, Lancio della rete da pesca, che rappresenta l’amato bene in tutta la sua possenza fisica. E’ un inno al corpo maschile che, una donna “pittrice”, non più modella esegue su un modello nudo invertendo i ruoli consueti nella storia della pittura. “Il nudo -scrive Melania Mazzucco- è, per Valadon, la pittura stessa. La maggior parte dei suoi dipinti raffigurano nudi: bambine scontrose, prostitute grevi, cameriere sfasciate, mulatte disinibite”.

I dipinti degli anni Venti e Trenta saranno, in gran parte, influenzati dal radioso e solare stile di Matisse (La chambre bleue, 1923). In questi anni torna il tema prediletto della raffigurazione degli affetti familiari (Portrait de Maurice Utrillo, 1921); ad esso si affianca quello della sua decadenza fisica. Coraggiosa, fino alla fine, Suzanne, più che sessantenne, sa guardarsi senza finzioni ritraendo il proprio corpo invecchiato e sformato.

Morirà nel 1938 all’età di 73 anni. Al suo funerale parteciparono Picasso, Braque e Derain; non sarà presente il figlio che pur dovette amare molto questa sua eccezionale madre se, per tutta la vita artistica, continuò a renderle omaggio firmando le proprie opere con una V puntata.

Un intera sala dedicata all’artista, nella mostra romana, consente di cogliere le tematiche, le soluzioni di forma e di stile preferite anche se si riferiscono ad una minima parte della sua produzione. Ai paesaggi caratterizzati da visioni armoniche e serene, al piccolo paese perso tra i monti della Corsica, Veduta di Corte, si aggiungono le nature morte, i nudi femminili rappresentati ora in un interno, ora en plein air (Tre nudi).

Spicca, su tutte, la tela del Nudo che si pettina. Presenta una plastica figura di donna che emerge da un fondale di colore rosso e che, senza falsi pudori, mostra, a chi guarda, la sua morbida carne.

Non c’è eleganza ricercata nel sobrio e semplice abbigliamento di Maria Lani (Ritratto di Maria Lani); nessuna concessione ai cappelli e alle velette così cari a tanta pittura impressionista.

Rappresentata a figura intera, in un interno modesto, la donna siede congiungendo le mani sulle ginocchia accavallate; non si prepara certo per andare all’Opera, ci sorride con lo sguardo forse perduto in un impossibile sogno, forse in attesa di una sua possibile realizzazione.

Una mostra che resta nella testa e nel cuore per la ricchezza di informazioni e di suggestioni offerte in relazione alle opere ed alla vita di artisti già consacrati dalla fama; utile, soprattutto, per conoscere artisti, come nel caso di Suzanne, poco noti al grande pubblico se non addirittura sconosciuti.

nudo che si pettina
nudo che si pettina

Jolanda Leccese

Tre nudi
Tre nudi
Ritratto di Maria Lani
Ritratto di Maria Lani
Veduta di Corte
Veduta di Corte