“Apulia” di Ingeborg Bachmann

La Puglia come la vide

pubblicato su Leggere-Donna n° 162, 2014

Apulia è un nome meraviglioso-io non credo che qualcuno potrebbe risolversi a dire Le Puglie, la parola italiana non coglie nel segno, è geografica…”.

Così sottolineava il fascino del nome latino, di contro al termine italiano, privo di ogni aurea e puramente geografico, la scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann.

Nata a Klagenfurt, in Carinzia nel 1926, la sua fama è stata consacrata da una raccolta di poesie “Invocazione all’Orsa Maggiore”, del 1956, un volume che comprende appunto la poesia In Apulien (titolo italiano Apulia) e che deve gran parte della sua ispirazione all’Italia.

Aveva poco più di vent’anni, la Bachmann, quando dopo aver conseguito a Vienna la laurea in Filosofia, si era trasferita a Roma. Qui, tra il luglio del 1954 e il giugno del 1955, svolse l’attività di giornalista, inviando a radio Brema corrispondenze politiche dalla capitale1. Seppe svolgere con sensibile attenzione e professionalità il suo lavoro, dimostrando grande familiarità con la realtà italiana di quegli anni.

Innamorata dell’Italia, la scrittrice, negli stessi anni soggiorna a Napoli e a Ischia, dove vive accanto al compositore Hans Werner Henze, viaggia in Puglia e scopre le bellezze di Castel del Monte e Alberobello. A Ischia, lontana dall’asfittica atmosfera della Vienna post-bellica (risale agli anni ’50 la sua denuncia contro il maschilismo volgare e i ricatti sessuali negli ambienti letterari viennesi), Ingeborg vive in un’atmosfera di esilio intellettuale, in una sorta di bohéme cosmopolita.

L’Italia sarà la sua terra primigenia “Nella mia terra primigenia, il Sud, sono emigrata, e ho trovato/nudi e spogli e sommersi/fino alla cintola nel mare/città e castelli”. L’esperienza italiana contribuirà a diffondere, nelle sue poesie, una sensazione di luce, colore e sensualità “nulla di più bello sotto il sole/che stare nel sole”.

Roma con il Tevere, i Colli, il Testaccio, Napoli con il paesaggio dei Camaldoli, di vai Toledo, Venezia, città “anfibia”, città “doppia”, che si rispecchia nell’acqua; e ancora il paesaggio mediterraneo “Terra stordita e assordante con piante solanacee e correnti di profumo, terra tramontata nel mare e sorta nel cielo”, sono i luoghi metaforici della sua accensione poetica, in cui, ovviamente, il materiale biografico viene funzionalizzato a una più complessa strategia di scrittura.

E poi c’è la Puglia, cui la scrittrice dedica la poesia In Apulien, pubblicata per la prima volta sulla rivista Merkur nel ’55. Poche pennellate per abbozzare un’immagine della regione, stilizzata, attraverso l’espediente retorico della sineddoche, in tratti essenziali: gli alberi di ulivo, il papavero, i campi, le città-grotta, l’asino, gli otri d’acqua. Ne emerge un’immagine della Puglia che è quella di una terra contadina, un’immagine costruita sulla dialettica luce-buio, dove la luce dei campi stride con le condizioni di vita degli abitanti, con il colore nero delle labbra, con la cruda visione dei bimbi aggrediti dalle mosche. Ma alla durezza della condizione esistenziale si oppone una visione utopica di riscatto in cui la proverbiale siccità pugliese sembra sconfitta da una alacrità che coinvolge animali e uomini. Così le stesse “madonne” si trasformano da entità religiose astratte in “balie”, mentre i prodotti rituali della terra, l’olio che scorre, le olive che vengono frante, diventano regali che “bastano”. E in questo rovesciamento utopico, l’immagine della “tarantola che travolge il papavero ebbro”, posta a chiusura della poesia, assume un’importanza centrale e si lega alla danza rituale della tarantella riprodotta attraverso il ritmo martellante del trocaico. Collegata al tarantismo, a quell’aspetto magico pugliese che sin dal ‘700 aveva attirato i visitatori di lingua tedesca, è un’immagine che evoca la liberazione dell’oppresso -umili contadini, braccianti, molto spesso donne-, dalla fatica e dallo sfruttamento attraverso la danza e la musica.

È singolare la coincidenza di interessi che accosta la scrittrice a Carlo Levi di “Cristo si è fermato a Eboli”, ancor più a Ernesto De Martino che in “Sud e magia” del 1959 dedicherà la sua attenzione al tarantismo come terapia musicale, una ricerca che è forse tra i più straordinari documenti etnologici dedicati al Sud.

Ma, se è vero che ogni poesia trascende l’esperienza vissuta e che i luoghi nell’opera d’arte sono realtà letterarie, “paesaggio spirituale”, più che realtà geografica, in Apulia la lettura etnologica della realtà meridionale si intreccia con i principi fondamentali della poetica di Ingeborg, con la sua idea della funzione utopica della poesia, del potere salvifico della parola poetica.

Così la “tarantola che travolge il papavero”, la pianta di Morfeo, figura metonimica dell’oblio, diventa il simbolo della poesia. Il suo morso, che provoca la malattia ma che suscita anche la danza rituale in cui il mondo si capovolge, diventa, come scrive Luigi Reitani, il “morso dell’arte”, il morso della poesia, che agisce come “stimolo e pungolo” rispetto al “sonno del mondo”: la poesia che crede nel valore e nella forza dell’utopia, come la “Boemia sul mare”2, paesaggio utopico per tutti gli uomini, il paese che non raggiungeranno mai ma nel quale non devono mai smettere di sperare.

Jolanda Leccese

Per saperne di più

Scrittrice versatile, autrice di poesie, di saggi, di racconti “Trentesimo anno, Tre sentieri per il lago, di radio-drammi, la Bachmann divenne vera e propria “autrice di culto” dopo la pubblicazione del romanzo Malina (Adelphi 1973), quando era ancora in vita. Romanzo precorritore per i temi trattati, per la denuncia, tra gli altri, della condizioni femminile, per le ardite tecniche di scrittura, Malina solo con il tempo ha trovato adeguati strumenti interpretativi, dal post strutturalismo al pensiero della differenza, attraverso Bachtin e Barthes.

A Ingeborg Bachmann, a quarant’anni dalla sua scomparsa, la SIL (Società Italiana delle Letterate) ha dedicato un convegno che si è svolto a Roma dal 27 al 29 settembre c.a. e che ha visto la presenza di numerose studiose coordinate da Rita Svandrlik, germanista e autrice di varie opere sulla scrittrice.

1 Quel che ho visto e udito a Roma, Quodlibet, Macerata 2013.

2 Boemia sul mare è l’ultima poesia scritta da Ingeborg nel 1968, ancora inedita in Italia; magistralmente tradotta da Luigi Reitani (Il Sole 24 Ore, 13 ottobre 2013)

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ARGENTO – FAÏENCE

Giosetta Fioroni alla G.N.A.M. di Roma (fino al 19 gennaio 2014)

pubblicato su Leggere-Donna n° 162, 2014

La Galleria Nazionale d’Arte Moderna dedica quest’anno, a Giosetta Fioroni, una mostra divisa in due parti: la prima intitolata Argento, l’altra presentata sotto il nome di Faïence.

Giosetta Fioroni (classe 1932), una delle più importanti artiste contemporanee, forse poco nota al grande pubblico, è stata la compagna di vita dello scrittore Goffredo Parise; iscritta all’Accademia di Belle Arti, ha avuto come professori G. Capogrossi e Toti Scialoia. Entrata con decisione nella gloriosa Scuola di Piazza del Popolo, il principale episodio italiano svoltosi in sinergia con la Pop statunitense, è stata al fianco di Schifano, Angeli, Festa, Ceroli, Pascali e, come loro, ha ricevuto l’etichetta di Italian Pop, pur situandosi in una relazione piuttosto indiretta con Andy Warhol e Roy Lichtenstein.

La sezione Argento, organizzata in collaborazione con il Drawing Center, a cura di Claire Gilman, è dedicata alla cosiddetta stagione dei “quadri d’argento”. Racconta il percorso dell’artista dagli esordi degli anni ’60 ai primi del ’70, attraverso più di ottanta opere: disegni, illustrazioni, riprodotti su tele o su carte, quadri realizzati con smalti colorati e argento. E’ l’argento, infatti, una caratteristica che identifica l’opera di questa artista e che si diversifica dal tutto nero di Burri o dal bianco totale di Twombly.

Prevalgono i ritratti ripresi da fotografie, giornali, riviste. I volti tra i soggetti preferiti: Ragazza TV (’64), Ragazza con gli occhiali (’65), appaiono come vaghe tracce di un ‘immagine che non si sa bene se stia per comparire o svanire.

Non mancano i paesaggi che risalgono agli anni ’70; come residui di ambienti ridotti a nebbie ed arie, presentano differenze tecniche ed esecutive nel colore come nel disegno.

Ma poi ecco la virata. L’artista, verso la fine degli anni ’60, ben comprende che è giunto il momento di rimpolpare la propria arte, di sostituire altro al vuoto rarefatto della stagione Pop.

Ecco allora che la seconda sezione della mostra introduce il visitatore in un altro mondo; un mondo in cui è la ceramica che diventa il metodo di elaborazione della realtà. Compaiono alla ribalta “teatrini della memoria”, costruiti in ceramica policroma. Formano un “tutto pieno” come forzieri gremiti di cari ricordi. Ricreano scene ricordate e viste di templi romani, l’emozione di un cuore fiammeggiante, si ispirano ai primi romanzi di Goffredo Parise, al grandissimo Arturo Martini (un teatrino del 1994 che ho conservato per me, afferma l’artista).

E, per concludere, ecco la serie dedicata ai Vestiti (2003-2013) lavorati nella bottega Gatti di Faenza. Campeggiano su una pedana, posta al centro della sala, “mossi nella creta e iperpittorici”. Li indossano figure femminili acefale e monche “ridotte all’evocazione più elementare del corpo femminile, la clessidra”. Sembrano perfettamente a proprio agio, sono ritte, in piedi, come bambole fermate sulla soglia di una sala da ballo o di un palcoscenico. Rappresentano eroine di storie e romanzi, dalla Ottilia di Gothe, alla Agathe di Musil, alla Lulù di Alben Berg, insieme a un metafisico Cappuccetto rosso, unico personaggio di una terribile fiaba.

Scivolano i colori su candidi tessuti perlacei, trine e bianchi falbalas contrastano con lucidi rossi di giubbetti e mantelline. Spiccano sul blu mantiglie d’argento; su un vestito colore del cielo romano si estende l’ombra di un collo di pelliccia nero. Ogni scultura contiene, grazie alla magia del colore, una storia brevissima e completa, racconta destini, stati d’animo ora tumultuosi ora malinconici.

Creando un nodo sottile tra materia e spirito, l’autrice sembra suggerire al visitatore di non fermarsi alla superficie, di andare al di là della concretezza dei corpi, di penetrare la materia per cogliere quelle che lei definisce “le varianti sentimentali, i “paesaggi interni” dell’anima.

Da Piazza del Popolo, scivolando attraverso quadri, collages, disegni, teatrini, sculture, ceramiche, fino ad oggi, superata la soglia degli ottanta anni, Giosetta resta un’artista autenticamente sperimentale che ha saputo tenere insieme l’arte e la vita con grande disinvoltura e leggerezza, con la sua squisita sensibilità di donna, “in piena competizione -è Renato Barilli ad affermarlo- con le durezze e le angolosità del mondo maschile”.

Jolanda Leccese

Il Gatto di Penelope – Arazzi di Berthe Beretta

Ascona, Museo comunale di Arte Moderna (fino al 15 dicembre 2014)

pubblicato su Leggere-Donna n° 162, 2014

L’arazzo (il nome deriva dalla città francese di Arras) è un manufatto che evoca tempi remoti, luoghi di produzione famosi (Enghien, Beauvois), arredamenti sontuosi.

Ma ci sono anche arazzi che evocano le sensazioni prodotte da un arcobaleno dopo la pioggia. Sono gli arazzi di Alighiero Boetti, intarsi di piacevole policromia, affidati all’abile mediazione di sapienti tecniche artigianali di ricamatrici afgane che inventavano con lui la geopolitica mondiale in una serie di mappe gigantesche. Richiede, l’arazzo, tempi lunghi per la sua attuazione: deve essere prima pensato, progettato, in verticale, disegnato in tutti i particolari poi, finalmente, tessuto per venire ammirato in orizzontale. Telai verticali (altoliccio) o orizzontali tessono i fili dell’ordito e della trama nei laboratori di creatività degli artisti. Il filo si sostituisce al pennello e racconta una storia diversa rispetto alla gerarchia canonica dei generi artistici. Una storia che rientra nel dominio del lavoro femminile di solito bandito dall’ambito aulico e nobile delle arti maggiori.

Questa è una premessa che ci sembra opportuna per presentare gli arazzi di Berthe Beretta, l’artista svizzero-danese (Copenaghen 1937) cui il Museo di Arte Moderna di Ascona (dove l’artista risiede) dedica una mostra.

All’arte tessile Berthe si è accostata studiando presso la Scuola delle Arti Decorative di Ginevra, e si è, successivamente perfezionata, lavorando nel laboratorio di un’artigiana rinomata “Si lavorava in quattro su un enorme telaio che occupava tutto il sottotetto della casa, con dei rulli di 60 cm di diametro”.

Inventrice di rigorose e insieme magiche costruzioni, Berthe ci presenta una serie di arazzi che, pur rispettando l’attento calcolo strutturale che l’arte della tapisserie richiede, rinnovano dall’interno i contenuti evocando affetti, passioni, memorie.

A dare il benvenuto al visitatore ecco l’arazzo di Via delle Querce, un’opera monumentale (lungo 385, alto 153 cm) che ha richiesto ben venti anni di lavoro.

Moderna Penelope, l’artista tesse la sua tela ma l’iconografia del mito cambia; la sua tela non è più sinonimo di attesa, non deve disfarla, può esporla. Tessere la propria tela significa dire di sé e Berthe ci parla del mondo in cui vive nella scrittura lenta e meditata del ricamo che somiglia al percorso lento e labirintico del “pensare”. Ci parla di una casa evocata da immagini metonimiche, il pomello del letto, la scala, la tastiera del pianoforte, immagini che suggeriscono la sicurezza protettiva del rifugio. Un rifugio che, però, non è una gabbia ma un’entità che si anima a contatto con il “fuori”, con le creature della natura, con una galassia variopinta di foglie, fiori, animali.

E’ la realtà del suo giardino quella che Berthe ci presenta; i suoi animali, distribuiti in una sintassi casuale e perfetta (tartarughe, topini, pipistrelli, soprattutto gatti, Romeo, Filomena, Anisette) non nascono dalla fantasia, come nei bestiari medievali, fanno parte integrante della sua vita, sono i suoi compagni di viaggio guardati con tenerezza. Allo stesso modo le foglie, i fiori, gli alberi non posseggono l’apollinea immobilità delle nature morte, fanno parte di una realtà concreta, di una natura che vive e si rinnova nell’avvicendarsi delle stagioni.

Eppure, se è vero che la forza di chi inventa consiste nella capacità di trasformare una percezione diffusa in una figura, un concetto in cui tanti altri trovino corrispondenza, le foglie che appassiscono, il nero dei tronchi che si protendono, in un venoso e ramificato reticolo, verso la luce degli interni, ci raccontano un’altra storia. Una storia che rimanda alle ferite cui va incontro la nostra vita quotidiana, che ci ricorda la finitezza della nostra esistenza, l’inesorabile trascorrere del tempo.

La storia personale dell’artista diventa, così, parte della storia di tutti, raccontata con sottigliezza, senza violenze, senza furori, con la dolcezza, forse, di un sorriso attraversato dall’ombra come quello del sole che illumina il suo giardino.

La mostra, curata da Mara Folini, è arricchita da una serie di arazzi minori, da fotografie che seguono l’evolversi del lavoro nel tempo e anche da un film documentario, sulla vita dell’artista, prodotto dal regista Werner Weick.

La data di chiusura della mostra, prevista per il 15 dicembre p.v., è stata prorogata sino al 30 dicembre, visto il grande successo del pubblico.

Jolanda Leccese

ELISA MONTESSORI IN MOSTRA

Sarabanda”, Sala della Crociera del Collegio Romano (fino al 14 novembre 2013)

pubblicato su Leggere-Donna n° 162, 2014

Il Haiku è una poesia della tradizione classica giapponese, una composizione poetica intensa (tre versi, 5-7-5 sillabe) in cui i sentimenti appaiono in intima connessione con gli eventi della natura.

Facile alla comprensione è, tuttavia, l’esito di un lungo allenamento alla semplificazione, alla ricerca dell’essenziale, secondo il più autentico spirito Zen.

Parlare di Haiku non è una novità per la pittrice Elisa Montessori che conosce approfonditamente il mondo e l’arte orientale (l’ingegnere cinese Tchou è stato il suo primo marito).

Non a caso nella sua ultima mostra ha voluto dedicare la prima delle sue composizioni a Matsuo Basho, un poeta giapponese del 17° secolo, autore di celebri Haiku. La prima pioggia invernale/ora mi chiamerò/“viandante”. E’ una poesia Haiku di questo poeta la chiave che apre al visitatore il codice delle opere che la pittrice espone a Roma nella grande sala di lettura della Crociera del Collegio Romano (fino al 14 novembre 2013). Una sede prestigiosa in cui, attualmente sono collocati fondi di pregio della biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte.

Disposte su lunghi tavoli, nella sala di lettura di questo grande spazio seicentesco, le opere si possono sfogliare, leggere, come libri, come tavole di un’antologia pittorica. Ciascuna di esse forma un’unità di pensiero e di immagini che trova il suo supporto naturale sulla carta: carte diverse e di diversi periodi (dalla carta di pacchi a quella da spolvero, dalla carta catramata alla preziosa carta di riso, a quella nobile di Fabriano).

Elisa -scrive Elisabetta Rasy in una preziosa introduzione- le affronta munita di armi variabili, acquerelli, matite, inchiostri, gessetti colorati, olii, tempere, sanguigne; sa impreziosire una povera carta velina con grafismi aurei e complessi o strappare alla sua quiete, con colori esplosivi, il blu della carta da zucchero”.

Nascono sulla carta tracce leggere, segmenti di linee, ora continue ora frantumate, svaporamenti di inchiostro, macchie di colore che diventano farfalle, pietre, fiori, foglie. Si addensano le ombre in Erba-Luna (1996), in Notturno (1998), appena rischiarate dal cerchio dorato della luna, creano un’atmosfera enigmatica e fiabesca, sembrano possedere la carica evocativa dei versi di Andrea Zanzotto “Bosco di te sola/Luna fiorito/Nera orda d’oro”.

Seguono Paesaggi realizzati nell’eclisse dei luoghi, ridotti al loro elemento primo, il colore; i Disegni della memoria, rapidi flashback che sembrano cogliere, nella loro rarefatta consistenza, l’attimo fuggente di un tempo interiore.

Allo stesso modo, nella serie delle Farfalle come dei Fiori (Fiori rossi, 2002), traspare evidente la capacità emotiva dell’artista di cogliere l’incanto momentaneo della natura, della sua splendente provvisorietà: “L’inezia che tramonta -per dirla ancora con Zanzotto- inezia unico capolavoro”.

Realizzati attraverso forme scarne ed essenziali, nell’immediatezza visiva del colore rosso, la loro perfezione appare direttamente proporzionale all’arte del levare; è l’esito di un lungo allenamento alla semplificazione, della volontà di eliminare il superfluo certamente in controtendenza con questi nostri tempi che si distinguono per eccessi, esuberanze, abusi di immagini e di parole.

L’incontro con l’arte di Elisa può diventare un’esperienza che ci restituisce la leggerezza dell’animo, che risveglia emozioni forse messe da parte da tempo. Le sue immagini sono frammenti di bellezza che si offrono come un segreto da scoprire. Come nella migliore poesia hanno il potere di regalarci suggestioni profonde.

Jolanda Leccese