Il Gatto di Penelope – Arazzi di Berthe Beretta

Ascona, Museo comunale di Arte Moderna (fino al 15 dicembre 2014)

pubblicato su Leggere-Donna n° 162, 2014

L’arazzo (il nome deriva dalla città francese di Arras) è un manufatto che evoca tempi remoti, luoghi di produzione famosi (Enghien, Beauvois), arredamenti sontuosi.

Ma ci sono anche arazzi che evocano le sensazioni prodotte da un arcobaleno dopo la pioggia. Sono gli arazzi di Alighiero Boetti, intarsi di piacevole policromia, affidati all’abile mediazione di sapienti tecniche artigianali di ricamatrici afgane che inventavano con lui la geopolitica mondiale in una serie di mappe gigantesche. Richiede, l’arazzo, tempi lunghi per la sua attuazione: deve essere prima pensato, progettato, in verticale, disegnato in tutti i particolari poi, finalmente, tessuto per venire ammirato in orizzontale. Telai verticali (altoliccio) o orizzontali tessono i fili dell’ordito e della trama nei laboratori di creatività degli artisti. Il filo si sostituisce al pennello e racconta una storia diversa rispetto alla gerarchia canonica dei generi artistici. Una storia che rientra nel dominio del lavoro femminile di solito bandito dall’ambito aulico e nobile delle arti maggiori.

Questa è una premessa che ci sembra opportuna per presentare gli arazzi di Berthe Beretta, l’artista svizzero-danese (Copenaghen 1937) cui il Museo di Arte Moderna di Ascona (dove l’artista risiede) dedica una mostra.

All’arte tessile Berthe si è accostata studiando presso la Scuola delle Arti Decorative di Ginevra, e si è, successivamente perfezionata, lavorando nel laboratorio di un’artigiana rinomata “Si lavorava in quattro su un enorme telaio che occupava tutto il sottotetto della casa, con dei rulli di 60 cm di diametro”.

Inventrice di rigorose e insieme magiche costruzioni, Berthe ci presenta una serie di arazzi che, pur rispettando l’attento calcolo strutturale che l’arte della tapisserie richiede, rinnovano dall’interno i contenuti evocando affetti, passioni, memorie.

A dare il benvenuto al visitatore ecco l’arazzo di Via delle Querce, un’opera monumentale (lungo 385, alto 153 cm) che ha richiesto ben venti anni di lavoro.

Moderna Penelope, l’artista tesse la sua tela ma l’iconografia del mito cambia; la sua tela non è più sinonimo di attesa, non deve disfarla, può esporla. Tessere la propria tela significa dire di sé e Berthe ci parla del mondo in cui vive nella scrittura lenta e meditata del ricamo che somiglia al percorso lento e labirintico del “pensare”. Ci parla di una casa evocata da immagini metonimiche, il pomello del letto, la scala, la tastiera del pianoforte, immagini che suggeriscono la sicurezza protettiva del rifugio. Un rifugio che, però, non è una gabbia ma un’entità che si anima a contatto con il “fuori”, con le creature della natura, con una galassia variopinta di foglie, fiori, animali.

E’ la realtà del suo giardino quella che Berthe ci presenta; i suoi animali, distribuiti in una sintassi casuale e perfetta (tartarughe, topini, pipistrelli, soprattutto gatti, Romeo, Filomena, Anisette) non nascono dalla fantasia, come nei bestiari medievali, fanno parte integrante della sua vita, sono i suoi compagni di viaggio guardati con tenerezza. Allo stesso modo le foglie, i fiori, gli alberi non posseggono l’apollinea immobilità delle nature morte, fanno parte di una realtà concreta, di una natura che vive e si rinnova nell’avvicendarsi delle stagioni.

Eppure, se è vero che la forza di chi inventa consiste nella capacità di trasformare una percezione diffusa in una figura, un concetto in cui tanti altri trovino corrispondenza, le foglie che appassiscono, il nero dei tronchi che si protendono, in un venoso e ramificato reticolo, verso la luce degli interni, ci raccontano un’altra storia. Una storia che rimanda alle ferite cui va incontro la nostra vita quotidiana, che ci ricorda la finitezza della nostra esistenza, l’inesorabile trascorrere del tempo.

La storia personale dell’artista diventa, così, parte della storia di tutti, raccontata con sottigliezza, senza violenze, senza furori, con la dolcezza, forse, di un sorriso attraversato dall’ombra come quello del sole che illumina il suo giardino.

La mostra, curata da Mara Folini, è arricchita da una serie di arazzi minori, da fotografie che seguono l’evolversi del lavoro nel tempo e anche da un film documentario, sulla vita dell’artista, prodotto dal regista Werner Weick.

La data di chiusura della mostra, prevista per il 15 dicembre p.v., è stata prorogata sino al 30 dicembre, visto il grande successo del pubblico.

Jolanda Leccese

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