La forma della seduzione

Il corpo femminile nell’arte del ‘900

Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, 5 giugno-5 ottobre 2014

Se è vero che, come affermava Jean Baudrillard (De la séduction, 1979), seduzione e femminilità si confondono, si sono sempre confuse, il fascino e il mistero della seduzione, proprio perché ruotano intorno alla costellazione femminile, lasciano spazio alle più diverse chiavi di lettura sul piano letterario come su quello delle arti visive.

Partendo da questi presupposti, Barbara Tomassi ha pensato di organizzare una mostra, della quale è curatrice, dal titolo molto intrigante La forma della seduzione, Il corpo femminile nell’arte del ‘900; una mostra che ha per tema l’ambiguità del fascino esercitato dall’immagine del corpo della donna.

Sono circa 130 le opere. Olii, collages, bronzi, disegni, litografie, fotografie si susseguono in un percorso diviso in 5 sezioni che dà spazio ad interpretazioni molto diverse da parte di artisti diversi per sensibilità e linguaggio.

Dalle pose languide e sinuose di corpi con forme arrotondate, della prima sezione, pose che si condensano negli sguardi in tralice, nella testa un po’ girata rispetto al corpo, nel capo piegato verso il basso, quasi segno di una supplica rassegnata, che Tonino Griffaro definisce “forme di seduzione erotico-geniale”, si passa al linguaggio inquieto delle avanguardie, nel segno della trasgressione e della provocazione.

Protagonisti della seconda e terza sezione sono gli artisti di quella avanguardia che prese il nome di Surrealismo che non solo ha esplicitamente abbracciato l’estetica dell’erotismo ma ha anche sottoposto il corpo ad un lento e irreversibile processo di destrutturazione (il primo manifesto del Surrealismo apparve nel 1924).

In questa ottica trova ampio spazio quella tecnica che, con termine ormai divenuto comune nell’estetica, è definita “spaesamento” che consiste nel decontestualizzare l’oggetto attribuendogli nuove valenze. Il corpo femminile, attraverso un processo metonimico, viene ridotto al dettaglio anatomico di organi a forte valenza erotica: alle mani, agli occhi, alle labbra.

Ecco, per esempio, la scatola con gli occhi di André Breton, la donna-scarpa di Salvador Dalì, la bambola mutila di Hans Bellmer sono la denuncia di una malintesa concezione dell’eros che ha ridotto il corpo femminile a oggetto di consumo e merce o, al contrario l’esaltazione di una seduzione che diventi ideologia della sollecitazione?

Non va certo nella direzione della grossolana esaltazione della pornografia l’opera della praghese Marie Cerminova (preferì lo pseudonimo di Toyen, diminutivo di citoyen, termine dalla forte valenza politica). Il suo collage (Tiedeur de la nuit) giocato sulle tinte del rosso su fondo nero, attraverso l’accostamento di rossetti fallici a grandi labbra conturbanti, potrebbe far vibrare il tasto della seduzione, ad una prima lettura, ma potrebbe anche apparire come critica ad una mentalità che assume la donna come fonte del piacere maschile.

C’è sempre un gap tra l’intenzione dell’artista e la comprensione del pubblico.

Artista di grande talento e intensità espressiva, Marie è presente nella mostra insieme ad altre esponenti del Surrealismo, in numero certamente inferiore rispetto alle figure maschili ampiamente rappresentate. Artiste che, benché non protagoniste, hanno attinto al movimento, come precisa Paola Decina Lombardi, in una sorta di iniziazione.

Poco numerose, ma ugualmente interessanti come Bona De Pisis, nipote del pittore, definita “pittrice dell’impossibile” per la sua ricerca metafisica, o come Aube Elléouët, figlia di André Breton e di Jaqueline Lamba, o come Mimi Parent, Dora Maar, Dorothea Tanning (dispiace che quest’ultima, insieme a Grace Pailthorpe, pur presenti in mostra, siano assenti in catalogo). Le loro opere provengono tutte dalla donazione di Arturo Schwarz alla GNAM di Roma e presentano un ventaglio di rappresentazioni che non si limita certo a quella visione del Surrealismo della blessed damosel o della belle dame sans merci, ereditata, secondo certa critica femminista dalla temperie tardo-romantica.

Se non mancano le rappresentazioni della donna come emblema di sovvertimento dell’ordine, vista in rapporto con le forme istintive della natura (imprescindibili gli animali portatori di simboli, il leone, lo scorpione), l’immaginario delle artiste sa orientarsi in altre direzioni.

La donna è natura, è principio vitale per Bona De Pisis che la presenta in una sorta di geologizzazione del corpo, in una totale interscambiabilità tra dimensione umana e dimensione naturale; è la farfalla di Aube Elléouët (Fragrante délices), accostata ironicamente al frutto proibito della mela aperta che allude ad una sessualità che vuole essere libera da qualsiasi remora sociale.

Ma è soprattutto nella dimensione del sogno che si inoltra la ricerca di molte artiste, di Aline Gagnaire, di Dorothea Tanning, Mimi Parent che, trasponendo sul piano artistico la lezione freudiana della psicanalisi, si addentrano nelle zone segrete della vita interiore, dell’inconscio libero dal controllo della ragione, danno luogo ad immagini oniriche stranianti, nelle quali sopravvive la riconoscibilità del corpo in un contesto però stravolto, dentro il quale esso definisce il suo senso.

Le opere presenti in mostra sono solo una parte della collezione del critico e collezionista Arturo Schwarz; l’altra parte di essa, insieme ad un migliaio di libri, è stata donata a Gerusalemme, al Museo di Israele che oggi è il centro più importante al mondo per lo studio del Dadaismo e del Surrealismo.

                                                                                                  Jolanda Leccese

            Fragrante délices, Aube Elléouët, 1987 ca
Fragrante délices, Aube Elléouët, 1987 ca
Tiédeur de la nuit, Marie Cerminova Toyen, 1968
Tiédeur de la nuit, Marie Cerminova Toyen, 1968
Statue de femme, Dora Maar, 1935
Statue de femme, Dora Maar, 1935
le rȇve, 1939, Aline Gagnaire
le rȇve, 1939, Aline Gagnaire
A découper selon, 1966, Mimi Parent
A découper selon, 1966, Mimi Parent