Suzanne Lacy

pubblicato su Leggere Donna n° 167/2015

                                                              

Suzanne Lacy è una bella signora, classe 1945, nata a Wasco in California e attualmente residente a Oakland. E’ un’artista concettuale di grande rilievo, una tra le prime docenti al Wolman’s Building di Los Angeles, dove insegnava Performance Art, autrice essa stessa di performance su grande scala, legate alla società urbana soprattutto alla condizione femminile.

La sua attività è nata e si è sviluppata in stretto contatto con i movimenti femministi degli anni ’70 che videro come protagonista importante artiste come Judy Chicago che è stata sua insegnante.

Fu proprio quando divenne membro del suo primo Feminist Studio Workshop all’Università di Fresno che Suzanne decise di mollare psichiatria per avviarsi alla carriera artistica.

Gli anni ’70 sono gli anni in cui pittura e scultura, ovvero le arti nobili per eccellenza, sono messe fortemente in discussione in favore di forme di espressione meno convenzionali come fotografie, installazioni, film, video, arte elettronica e, soprattutto, Performance Art che, nei decenni successivi sarà chiamata anche Happening Action. In particolare la performance diventerà pratica importante in California; qui molti artisti, a San Francisco come a Los Angeles, propongono nuove modalità per impiegare il corpo come soggetto artistico. “Noi usavamo il corpo -afferma l’artista- per attivare reazioni in chi ascoltava o guardava. Attirare l’attenzione, rendere visibile una condizione femminile, dagli abusi domestici alle violenze sul lavoro, significava fare controinformazione nei riguardi dei media che spesso più che neutrali sono stati complici, istigando pregiudizi e rianimando antichi fantasmi”.

Lo sfruttamento sessuale e la violenza, l’invecchiamento e la considerazione che i media hanno della donna anziana, le questioni sociali dal razzismo alle condizioni di lavoro e di classe, questi i temi portanti dell’attività di Suzanne che hanno trovato ampio spazio nella mostra “Suzanne Lacy-Gender Agendas”, la prima retrospettiva europea. E’ stata organizzata presso il museo Pecci di Milano per offrire la possibilità di conoscere ed apprezzare, insieme a documenti di archivio, giornali d’epoca, lettere, alcune tra le azioni corali più suggestive dell’artista come In Mourning and in Rage.

Un lavoro, del 1977, che vuole essere al tempo stesso un monito ed un pubblico appello per denunciare il brutale strangolamento di dieci donne perpetrato da un serial killer. Sono donne al centro del lavoro. Abiti neri che evocano il lutto, stole rosse che richiamano il dolore e la rabbia creano un senso artificiale e d’altezza che le trasformano in presenze svettanti ed appariscenti di grande impatto visivo.

Nello stesso anno l’artista, in collaborazione con la polizia di Los Angeles, presenta su una grande mappa affissa vicino al Municipio della città, i luoghi in cui la polizia riportava uno stupro, marcandoli con un timbro rosso “Rape”. Era il 1977 ma potrebbe essere il 2015. Anche se viviamo in un momento in cui la consapevolezza del problema è diventata mondiale, la violenza sessuale continua a mietere le sue vittime e, quel che è peggio, non mancano reazioni negative verso le femministe condotte soprattutto da giovani donne.

Sono sempre le donne al centro delle opere di Suzanne. Ecco i grandi blocchi di marmo grezzo con etichette dorate su cui è inciso il nome di cittadine di Chicago, non necessariamente famose, ma solo e semplicemente donne, dotate di buon senso, che hanno saputo parlare di amore, speranza, amicizia.

Ecco le maschere bianche che riempiono una platea silenziosa e indistinta. The Tattooed Skeleton (2010); una performance organizzata per il museo Reina Sofia di Madrid che si concentra sugli omicidi che avvengono in Spagna nelle mura domestiche.

Ma certamente l’opera più celebre è The Cristal Quilt, quella con cui la Tate Modern ha deciso di aprire il nuovo spazio dedicato all’arte performativa (The Tanks).

Presentata in mostra con un time-lapse di pochi minuti, riporta il pensiero di donne sull’esperienza dell’invecchiamento e sul mancato utilizzo delle potenzialità che questa età offre.

Per meglio conoscere questa artista sembra opportuno richiamare all’attenzione alcune sue dichiarazioni che riguardano la sua attività e la sua fede nella missione dell’arte.

L’arte, secondo lei, apporta particolari caratteristiche alla situazione politica, le fornisce come una piattaforma per riunire le persone in modo nuovo e deve possedere la capacità espressiva di commuoverle o sostenere nuove intuizioni ridefinendo l’esperienza. “Faccio arte perché la mia mente sembra operare più felicemente nell’apertura e nelle possibilità non ancora formate, perché fare arte, nonostante tutto lo stress e lo sforzo, mi dà un piacere immenso”.

Jolanda Leccese

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