Isabella Morra

pubblicato su Leggere Donna n° 168

                                                                                                luglio-settembre 2015

 

Nella zona sud orientale della Basilicata, al confine con la Calabria, sorge, come sospesa tra mare e monti, la piccola cittadina di Valsinni. Qui, nella prima metà del ‘500, quando Valsinni si chiamava ancora Favale, quando l’Italia era percorsa in lungo e in largo dai francesi di Francesco I e dagli spagnoli di Carlo V, qui abitò Isabella Morra (o di Morra), figlia del barone Giovan Michele e di Luisa Brancaccio, terzogenita di otto fratelli, nata tra il 1516-18; una poetessa educata al culto dei classici e della poesia del Petrarca, autrice di uno struggente Canzoniere.

Qui la sua vita fu stroncata molto presto (tra il 1545-46) per mano dei fratelli a causa di una presunta relazione con un barone napoletano di origine spagnola, don Diego Sandoval di Castro.

Tragica e commovente la sua storia che sembra racchiudere tutti gli elementi di una trama romanzesca: dalla forzata reclusione nel castello di famiglia da parte dei fratelli, alla tristezza per l’assenza degli affetti più cari, nella desolazione più assoluta di luoghi e di uomini (suo padre era esule in Francia, alla corte di Francesco I)[1].

Una storia che si conclude con una morte violenta e misteriosa (è possibile ravvisarvi, oltre alla vendetta per motivi d’onore, quella per motivi politici) per mano dei fratelli che la uccisero dopo aver ucciso il suo precettore e, successivamente, il suo presunto amante.

Si chiamava Diego Sandoval di Castro, bel guerriero che aveva militato nell’esercito di Carlo V, un petrarchista, amante anch’egli della poesia che, pur bandito e contumace per alcuni non chiari trascorsi con la legge, andava a visitare la moglie, Antonia Caracciolo, nel feudo di Bollita (oggi Nova Siri). Con lui Isabella aveva avviato segretamente una corrispondenza epistolare[2], tramite l’intermediazione del suo precettore, forse uno scambio di pareri sulle poesie, o forse, in seguito, uno scambio di notizie per programmare la fuga in Francia. Non si potrà mai sapere con certezza se questa relazione sia stata un’amicizia innocente e platonica o qualcosa di più intimo.

L’unica certezza resta la morte violenta di Isabella nel fiore degli anni.

Ma se Isabella muore, non scompaiono i suoi componimenti. Rinvenuti in seguito alle indagini e alle perquisizioni effettuate durante il processo successivo al triplice omicidio[3], porteranno il nome di Isabella alla ribalta nazionale, appena sei anni dopo la sua morte, grazie ad una pubblicazione parziale di Ludovico Dolce nel 1552 per essere, poi, interamente raccolti in un’antologia tutta al femminile curata da Ludovico Domenichi nel 1559[4].

Poi, dopo un lungo silenzio durato ben quattro secoli, il nome di Isabella sarà riscoperto da Angelo De Gubernatis nel 1901 per passare all’attenzione di Benedetto Croce che se ne occupa approfonditamente in un lungo saggio, successivo ad un viaggio-pellegrinaggio fino a Valsinni nel 1928 (la sua monografia resta tuttora un documento importante per la ricchezza delle ricerche)[5].

Certamente la romantica vicenda e soprattutto la tragica fine di questa donna esaltano le emozioni di chi legge e, allo stesso tempo, i suoi versi sono stati e continuano ad essere oggetto di attenzione e di commento da parte di numerosi ed autorevoli critici.

Tutti concordi nell’affermare che la grande verità che emerge dai versi della poetessa è quella di un’anima tormentata che canta la propria solitudine; ma se i rappresentanti di una critica più datata (De Gubernatis, Toffanin, lo stesso Croce) liquidano tradizionalmente i versi di Isabella come un esercizio di stile minore rispetto al Canzoniere-modello pertrarchesco, la critica più recente ha proposto una radicale rilettura dei suoi componimenti, inquadrandola nell’ambito della poesia femminile del Rinascimento, evidenziando come essa erediti dal petrarchismo solo l’aspetto superficiale per presentarsi come un modello “altro”[6].

La storia di Isabella ha ispirato altresì artisti nel teatro come nel cinema; di largo successo la pièce teatrale curata da Dacia Maraini[7], molto discussa quella di André Pieyre de Mondiargues del 1973. Nel 2005 è stato presentato, alla 62esima edizione del Festival del Cinema di Venezia, il film di Marta Bifano: Sexum superando[8].

Il Canzoniere

Premesso che non esiste un’edizione delle liriche curata dalla poetessa e che quindi non si conosce l’ordine da lei dato alla raccolta, il Canzoniere comprende tredici componimenti. Suddiviso in due stagioni poetiche distinte, è contraddistinto dalla prima, segnata dalla sofferenza e dal rifiuto della propria condizione, dalla seconda costituita dalle ultime due canzoni religiose, che, nelle invocazioni a Cristo ed alla Vergine, si presenta come pacificata dal pentimento per un passato biografico e poetico avvertito come un “cieco error[9].

Quello di Isabella non è un canzoniere d’amore; l’amore appare solo sfiorato nel sonetto a Giunone pronuba (II)[10].

Isabella non dedica il proprio canto ad un oggetto d’amore maschile ma, attraverso una duplice denominazione “io tua figlia Isabella” (S. III) e “i fiumi di Isabella” (S. VIII) invita il lettore a considerare i suoi versi come espressione di una voce femminile; la voce di una donna che, pur considerandosi priva di “loda alcuna” non esita a dialogare con i rappresentati della cultura del tempo, a rivolgersi al poeta Alamanni con affettuosa deferenza “caro Luigi” (S. V); che rivendica l’orgoglio di distinguersi non solo dal linguaggio poetico maschile ma anche dalle altre voci liriche femminili in uno dei versi più potenti della raccolta “E donna son e contro le donne dico” (S. VI). Un verso che, secondo lo studioso Nunzio Rizzi, non costituisce una “convenzionale autodenigrazione misogina ma indica piuttosto una differenza anche nei confronti del petrarchismo rinascimentale al femminile”.

E’ una voce, quella di Isabella, che si propone sempre in prima persona. E’ un soggetto lirico femminile che si rivolge incessantemente ad un referente poetico femminile: Fortuna,  l’incontestata protagonista del Canzoniere. E’ la presenza dominante con la sua crudeltà nei versi a lei esplicitamente dedicati: nel S. I come argomento principale della sua poetica “i fieri assalti di crudel Fortuna/ scrivo piangendo”, nella canzone XI, interamente ad essa dedicata, in cui viene illustrata la persecuzione attuata “a disciolta briglia, cominciando dal latte e da la cuna” nei confronti di un cuore che vive afflitto e sconsolato.

Richiamata continuamente, anche quando non ricopre un ruolo centrale, Fortuna è “la mia adversa e dispietata stella”, la responsabile non solo del suo ma del destino del padre (S.III); è, nel sonetto VII, che si apre con una invocazione alla natura circostante, la causa della “doglia eterna” dell’io lirico.

Leggere i versi di Isabella è come leggere un’autentica biografia in versi. La studiosa Paola Malpezzi Price ha parlato della vita di Isabella come di un pre-testo della sua poesia[11]. In una continua osmosi fra tracce esistenziali e tensioni ideali, lo spazio lirico si allarga a comprendere le componenti storiche ed ambientali di cui si sostanzia il suo vissuto.

Ecco i riferimenti ripetuti ai costumi degli abitanti di Favale “fra questi aspri costumi di gente irrazional, priva di ingegno”, in cui si riverbera lo stato d’animo di una donna incompresa e reclusa (canzone XI); l’elogio a Francesco I “l’alto re” in cui affiorano, insieme alla speranza di sottrarsi al triste destino, la consapevolezza del proprio valore poetico e il desiderio di fama “degno il sepolcro se fu vil la cuna/vo procacciando con le Muse amate” (S. I).

I “ruinati sassi, le orride ruine, le selve incolte e solitarie grotte”, parte integrante dell’aspro e selvaggio paesaggio lucano, diventano luoghi dell’anima inquieta che trascina con sé schegge di un dolore perenne “la mia doglia eterna” (S. VII).

Allo stesso modo c’è, nell’invito al “torbido Siri” a riportare il “suo duolo al padre caro”, il nodo irrisolto di un bisogno inappagato di affetto da parte del padre, l’intensità del dolore per la sua lontananza (S.VIII).

“Non un dramma d’amore, neppure della gelosia, ma della libertà” così Dacia Maraini, la scrittrice che ha sempre cercato nel suo teatro “se non di cambiare il mondo, di aiutare lo spettatore a pensare come dovrebbe essere”, ha definito la storia di Isabella.

A distanza di cinque secoli, ancora oggi, la poesia di Isabella affascina. Poesia di un animo tormentato che canta temi universali: l’abbandono, la speranza di sottrarsi ad un triste destino, l’incomprensione delle persone insensibili, il desiderio di gloria. Ma ugualmente inquietano ed invitano a riflettere sulle vicende della sua vita, in tempi come i nostri in cui la ribellione alla mentalità autoritaria, anche famigliare, è considerato un delitto, un’offesa punibile con la morte.

Per non dimenticare

Il comune di Valsinni, ormai da molti anni, è sede del Parco Letterario “Isabella Morra”.

E’ un luogo aperto tutto l’anno in cui, d’estate (dal 13 luglio al 31 agosto), si celebra il ricordo di Isabella con spettacoli teatrali, musiche, mostre, visite guidate, convegni.

Importante è stato il Convegno del 1999 “Isabella Morra e il Rinascimento europeo” che ha riunito personalità di spicco della cultura non solo italiana ma europea.

Nei vicoli dell’antico borgo di Favale, tra le case di pietra annerite dal tempo, rivive la storia di Isabella e torna a vivere il suo spirito inquieto attraverso le atmosfere e le suggestioni che ispirarono la sua poesia.

Jolanda Leccese

[1]           Imputato di alto tradimento per essersi schierato dalla parte dei francesi contro gli spagnoli, non tornerà più in Italia anche se, concluso il processo, gli sarà restituito il titolo e concessa la facoltà di rientrare.

[2]                 Diego Sandoval di Castro e Isabella di Morra “Rime”, a cura di T. R. Toscano, Salerno editrice , Roma, 2007.

[3]           Intentato dalle autorità spagnole, si concluderà con un nulla di fatto per l’assenza dei fratelli colpevoli. Decio e Cesare ripararono in Francia grazie alla protezione del padre (ancora vivo come afferma B. Croce in base alle sue ricerche d’archivio) e del fratello Scipione.

[4]                 L. Domenichi “Rime diverse d’alcune nobilissime, et virtuosissime donne”, Lucca, V. Busdraghi, 1559.

[5]                 B. Croce, “ Storia di Isabella di Morra e Diego Sandoval de Castro”, Sellerio, Palermo, 1983.

Pubblicato per la prima volta in La Critica, vol. 27, 1929.

[6]                 “Isabella Morra e la poesia del Rinascimento europeo” a cura di Neria De Giovanni, Nemapress, Alghero, 2001.

Nunzio Rizzi “E donna son e contra donne dico: il Canzoniere di Isabella Morra” «Carte italiane», 1, Department of Italian, UCLA , UC Los Angeles, 2001.

  1. Stefanelli “Il petrarchismo di Isabella Morra”, in Isabella Morra e la Basilicata, Atti del Convegno, Valsinni, 11-12 maggio 1975, Liantonio, 1981.

[7]                 D. Maraini “Fare teatro (1966-2000)”, cof. 2 voll., Rizzoli, Milano, 2000.

[8]                 Il film prende il titolo da un’espressione di Marco Antonio Morra, figlio di Camillo, il più piccolo dei fratelli di Isabella che, nei primi del ‘600, riferendosi al successo della zia negli ambiti letterari, riassumeva felicemente in queste due sole parole le difficoltà e i pregiudizi connessi alla sua condizione di donna.

  1. A. de Morra “Familiae nobilissimae de Morra historia”, Ed. Roncalioli, Napoli, 1629.

[9]                 Nella citazione dei testi si fa riferimento allo studio di Gaetana Rossi “Stella avversa. Il Canzoniere di Isabella di Morra” recentemente dato alle stampe, deComporre, Gaeta, 2014.

[10]               E’ opportuno considerare un’eventuale distruzione di componimenti dal tono più erotico da parte dei fratelli.

[11]               Paola Malpezzi Price “A Sixteenth-century Woman Poet’s Pursuit of Fame: The Poetry of Isabella Morra” in The Fligths of Ulysses, edited by Augustus A. Mastri, Chapel Hill, NC: University of North Carolina Press, 1997.

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LE DONNE CHE LEGGONO SONO PERICOLOSE

Una performance tra pittura e fotografia

Liceo Artistico Giacomo e Pio Manzù, Bergamo

 

“Il testo artistico non ha un’unica soluzione

L’opera d’arte può essere usata un infinito numero di volte”

  1. Lotman, La cultura e l’esplosione

pubblicato su Leggere Donna n° 167/2015

 

Donne che leggono su una sedia di legno o morbidamente adagiate su un letto o su un divano, vestite di tutto punto, in piedi davanti ad una finestra o sullo sfondo di una parete o con la mano portata sul cuore.

A raccogliere l’immagine della “lettrice”, così come i pittori l’hanno proposta nel corso dei secoli, hanno provveduto S. Bollmann dell’Università di Monaco ed E. Heidenreich, collaboratrice, tra l’altro, della rivista, Brigitte, presentando alle stampe nel 2007 un volume edito da Rizzoli.

“Le donne che leggono sono pericolose”: un titolo forse volutamente provocatorio che, attraverso dipinti, disegni e fotografie, mette in scena una galleria di figure affascinate dalla lettura e affascinanti. Pericolose le donne che leggono? Possono diventare una minaccia se, attraverso la lettura, si appropriano di conoscenze ed esperienze che consentono loro di andare oltre gli angusti confini dell’oikos, loro assegnato per tradizione secolare, di spaziare nei territori del pensiero, del sapere, dell’immaginazione.

L’attenzione su un argomento così intrigante ci viene riproposto da A.B. Bonaschi e F. Mirabile, allieve del Liceo Artistico di Bergamo, che, coordinate dal prof. Enrico De Pascale, con la collaborazione degli studenti e dei docenti di tutto l’Istituto, hanno voluto interpretare in chiave moderna, i dipinti del testo di Bollmann ed Heidenreich, affiancandoli, ciascuno, ad una foto.

Interpretare in chiave moderna dipinti che vanno dal ‘400 fino alla prima metà del ‘900, non è impresa facile. Si tratta di trovare il volto giusto cui conferire l’espressione più vicina all’originale, entrare nello spirito dell’opera, carpirne gli spazi, comprenderne le pose, rispettare le atmosfere lasciando, però, abiti, pettinature, dettagli attuali, calibrando gusto e brio, semplicità e ricercatezza, mantenendo soprattutto attenzione vivissima al dettaglio.

Si tratta, soprattutto, di studiare e meditare un iter che permetta di raggiungere la combinazione ottimale tra due componenti: il dipinto e la fotografia. Un’operazione che vede in primo piano il corpo delle allieve, costretto nel fermo-immagine che non resta, però, semplice strumento, alla pari di un drappo o di un oggetto, ma che sa rappresentare la donna che legge come “soggetto a sé” e comunicarlo con gli atteggiamenti tipici della lettura, ora concentrata, ora rivolta altrove o allo spettatore e, qualche volta, distolto dalla lettura.

Sono venti le opere scelte (tra quelle più numerose proposte nel libro, evitati, ovviamente, i nudi).

Rappresentano donne di diversa età: giovanissime come Katie Lewis (aveva compiuto otto anni quando il suo autore, Sir E. Burne-Jones, terminò il quadro) o come Le sorelle dell’artista di C. C. Hansen; adolescenti come Fanciulla che legge di F. Eybl che, rapita dalla lettura, preme contro il petto la mano destra giocando con la sottile collana; o come Fanciulla che legge di G. A. Hanning, isolata sullo sfondo monocromo quasi ad annullare ogni contatto esterno con il suo ritirarsi nella lettura del libro.

E questa esperienza di pluralità e di sconfinamenti continua nel confronto con l’Arlesiana (Madame Ginoux) di V. van Gogh che stacca lo sguardo dalle righe del libro per trovare, nei pensieri, la continuazione di ciò che ha letto; con le annoiate e altezzose Tre sorelle di Matisse, la malinconica Signora Vighi (Cagnaccio di S. Pietro); con la protagonista di Sogni (Corcos) che alza il capo in un gesto energico di sfida: sognatrice o divenuta maggiormente consapevole grazie alla lettura dei tre libri che le sono accanto?

Nelle immagini scelte dalle allieve, come in quelle del libro, non ci sono uomini. Ci sono solo donne che leggono. Gli spazi scelti sono quelli chiusi degli ambienti domestici; spazi di solitudine, di incontri con la propria fantasia e quella dell’autore. Donne le cui immagini, è bene non dimenticarlo, ci vengono tramandate attraverso lo sguardo dell’altro sesso, attraverso la percezione che l’artista uomo ha della figura femminile. Ma ecco una piacevole eccezione. Ecco La convalescente (1923) di Gwen John, una delle grandi pittrici del XX secolo; un dipinto che sembra suggerire che la lettura può ridonare energia mentale e forza di volontà a chi ha bisogno di una spinta che venga dall’esterno e contemporaneamente in se stesso.

Il Lavoro delle allieve è confluito in una mostra che è rimasta aperta al pubblico, nei locali della scuola, fino al 24 gennaio 2015. E’ un lavoro che non presenta un racconto banalmente iconografico ma che offre la possibilità di molte letture trasversali: dai mutamenti stilistici delle tecniche pittoriche, agli orientamenti della moda, alle rappresentazioni delle tipologie di donne e di bellezza. Un lavoro che invita a considerare come nella cultura contemporanea sia possibile la continua ricodificazione e circolazione della memoria culturale grazie all’uso delle moderne tecnologie.

Jolanda Leccese

Sir. Edward Burne-Jones (1833-1898) Katie Lewis, 1886
Sir. Edward Burne-Jones (1833-1898)
Katie Lewis, 1886
Carl Christian Constantin Hansen (1804-1880) Le sorelle dell'artista, 1826
Carl Christian Constantin Hansen (1804-1880)
Le sorelle dell’artista, 1826
Franz Eybl (1806-1880) Fanciulla che legge, 1850
Franz Eybl (1806-1880)
Fanciulla che legge, 1850
Gustav Adolph Hennig (1797-1869) Fanciulla che legge, 1828
Gustav Adolph Hennig (1797-1869)
Fanciulla che legge, 1828
Vincent van Gogh (1853-1890) L'Arlésienne (Madame Ginoux), 1888
Vincent van Gogh (1853-1890)
L’Arlésienne (Madame Ginoux), 1888
Henry Matisse (1869-1954) Lettura (le tre sorelle), 1916
Henry Matisse (1869-1954)
Lettura (le tre sorelle), 1916
Vittorio Matteo Corcos (1859-1933) Sogni, 1896
Vittorio Matteo Corcos (1859-1933)
Sogni, 1896
Gwen John (1876-1939) La convalescente, 1823-24
Gwen John (1876-1939)
La convalescente, 1823-24
Cagnaccio di San Pietro (1897-1946) Ritratto della signora Vighi, 1930-1936
Cagnaccio di San Pietro (1897-1946)
Ritratto della signora Vighi, 1930-1936