Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 4.300 volte nel 2015. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 4 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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Il rumore delle perle di legno

di Antonia Arslan

Rizzoli, 2015, pgg.177, € 17,00

pubblicato su Leggere Donna n° 169

“Samo, Lesbo, Chio divise dalla Turchia da un breve tratto di mare…

ma era acqua avvelenata, gonfia di odio e di rancore,

di sogni di vendetta e di forzate sottomissioni”

 

Antonia Arslan, scrittrice e saggista, è una signora bionda, dal sorriso gentile, dalla voce cordiale; vicepresidente di Italarmenia, si adopera instancabilmente per far conoscere e diffondere notizie e informazioni su il genocidio del popolo armeno.

L’ho incontrata a Torino, ala Fiera del Libro, in occasione della presentazione della sua ultima fatica letteraria Il rumore delle perle di legno con cui, come scrive l’autrice, continua l’avventura della Masseria delle allodole e della  Strada di Smirne.

Sedute nella saletta del Caffè Letterario, abbiamo avuto un breve colloquio prima della presentazione; abbiamo parlato dell’amicizia che la lega a Luciana e della recensione apparsa su Leggere Donna  (n° 157)  riguardante il libro di Mush.

Questo ultimo libro è in realtà un libro che presenta la storia di una donna che ama definirsi senza infingimenti “a volte affettuosa, a volte sgradevolmente autoritaria, impermeabile agli altri o improvvisamente piena di fuoco, decisa (e divertita) nel non ascoltare nessuno”. Una donna che cerca di affrontare un viaggio a ritroso nella propria esistenza attraverso i lampi e le onde della memoria.

Giungono i ricordi dai profumi, dai rumori dell’infanzia, come quello prodotto dalle perle di legno che abbellivano a tenda d’ingresso del bar-tabaccheria sotto la sua abitazione, si appoggiano a dettagli che riguardano oggetti, filastrocche, canzoni; si allargano a comprendere immagini “e fu così che il grande sole divenne un’immagine gelosa, da conservare solo per sé nei lunghi inverni padovani”, digressioni sul potere prodigioso dei libri “porta sempre aperta verso gli altri, verso l’altrove…del quotidiano, della vita degli altri e di tutti…”, sconfinamenti nel continente esclusivo delle proprie fantasie che introducono a un “piccolo mondo caldo di vita dove il Male non entra…popolato di nomi e creature…perché la vita è troppo breve per accontentarsi di un solo nome”.

Non è un mausoleo nostalgico del passato quello che ci viene offerto ma una storia personale e familiare, popolata da figure molteplici, genitori, fratelli, zii, nonni; arricchita da vicende molteplici. Formano una storia pronta a farsi collage di altre storie in cui “c’erano orrore e coraggio, amore e morte e desolazione”. Storie del popolo armeno perseguitato e decimato che il nonno Yerwant raccontava alla nipote e che “le fecero dono della Patria Perduta al di là del mare: l’Armenia, la terra dei meloni giganteschi, dei grandi grappoli”.

Dall’infanzia all’adolescenza, alla giovinezza matura, la narrazione si compie in un arco di tempo che va dal 1945 al 1968. E’ una narrazione che si avvale di diverse strategie passando, con movimenti a volte appena percettibili, dalla prima persona, quella della bambina-protagonista, alla terza, quella della bambina-invecchiata che “pensa”, “riflette”, “si finge”, “ricorda”, e che, nel momento del rimpianto per un amore svanito, si concede la confidenza del “tu” verso un interlocutore assente: il ragazzo dai riccioli neri, l’amante fuggito verso “altri insufficienti approdi”.

In un continuo intrecciarsi di avvicinamenti ora parziali ora prolungati, fra soste e partenze, dal microcosmo delle case, luoghi degli affetti, ai soggiorni a Susin dove “tutte le storie del nonno si incastonavano per le strade”, all’altrove di viaggi in terra di Grecia nelle isole mitiche di Samo, Lesbo, Chio, l’autrice compie quella che definisce in una intervista, recentemente rilasciata a Venezia, “l’avventura di vedere se stessi come veramente siamo nella realtà dei piccoli dettagli”.

Un’avventura che non si conclude entro i confini di un solo IO, ma diventa un incontro con gli altri. Crea nel lettore quel calore che nasce, in molti casi, dalla condivisione sorprendente di esperienze, che rimangono pur sempre altrui, ma anche la consapevolezza dell’esistenza di una storia dolorosa che forse, ancora oggi, molti ignorano. La storia del popolo armeno che l’odio irrazionale pretese di cancellare dalla terra e dalla memoria.

 

 

                                                                                                     Jolanda Leccese

Serra con ciclamini – Il processo di Norimberga e la rinascita economica della Germania

di Rebecca West                                                                                                                               traduzione di Masolino d’Amico

Skira, 2015, pgg.165 € 16,00

pubblicato su Leggere Donna n° 169

Norimberga: una città della Baviera dal valore altamente simbolico per lo stato nazista. Qui furono promulgate nel 1935 le leggi che da essa presero il nome e che rappresentarono un momento chiave nella storia della persecuzione degli ebrei tedeschi e nell’applicazione dell’ideologia razziale.

Qui, dopo la vittoria delle forze alleate contro la Germania nella Seconda Guerra Mondiale, si tenne il più importante processo contro i criminali di guerra nazisti. Un processo estenuante che durò ben 218 giorni; undici furono le condanne a morte, sette a pene detentive emanate dalla Corte in cui sedevano i rappresentanti delle nazioni vincitrici, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, URSS, presieduta dal Giudice britannico lord Geoffrey Lawrence.

La narrazione del processo di Norimberga è rimasta affidata ai libri di storia nei licei e nelle università ed è stata presentata sul grande schermo attraverso documentari e fictions più o meno fedeli: il documentario di Felix Podmanieczky del ’58, il film Vincitori e Vinti di Stanley Kramer e il film-documentario Norimberga: lezioni per il presente. Oggi, a distanza di 70 anni, forse resta un evento poco noto alle nuove generazioni.

A riproporlo è un reportage della giornalista britannica Cecily Isabel Fairfield, meglio conosciuta come Rebecca West (pseudonimo scelto in onore dell’eroina di un dramma di Ibsen) che seguì il processo come corrispondente del New-Yorker.

Tradotto con molto ritardo in Italia, il resoconto viene pubblicato, da Skira, arricchito da altri due testi per altre testate (Evening Standard e Daily Telegraph) che presentano quello che accadde in Germania tra il ’46 ed il ’54 fino alla rinascita economica del paese.

Il processo, nonostante i molti aspetti negativi che l’autrice non manca di sottolineare, fu, a suo giudizio, uno di quegli eventi che “non diventano esperienza”. Ebbe, però, il merito di “costringere un grosso e caotico evento storico a diventare comprensibile”, e soprattutto quello di allegare all’accusa migliaia di documenti di archivi nazisti, scongiurando, così, il pericolo dell’esibizione di prove distorte a beneficio di qualche scrittore o politico di pochi scrupoli.

“A Norimberga, nel 1946, il nemico del mondo veniva processato per i suoi peccati”.

E’ questo l’incipit del testo che possiede la lapidaria asciuttezza di un verdetto senza appello. Non espresso con piglio moralistico, quanto con la certezza di chi non discute la legittimità di un processo intentato dai vincitori ai vinti e dà per scontato che le atrocità commesse dai nazisti andavano punite.

Ponendosi in questa ottica, l’autrice non si sofferma nell’evidenziare le persecuzioni contro gli ebrei, i dissidenti religiosi, gli omosessuali, gli zingari; preferisce presentare l’ambiente, l’atmosfera in cui il processo si svolse, i cavilli legislativi che costrinsero la macchina processuale a ritardare la conclusione, le reazioni del pubblico, il dramma dei giudici, “uomini che sanno di aver ragione e sentono il dovere di un giudizio preciso ma che si trovano davanti alla difficoltà di documentare crimini tanto grandi”.

Una situazione che non le impedisce di meditare su ciò che accade se un processo per omicidio dura troppo “allora viene fuori qualcosa di più dell’omicidio. Nell’assassino viene fuori l’uomo; pensare di distruggerlo diventa orribile”.

In primo piano gli imputati. Impietose le descrizioni dell’aspetto che risentono di suggestioni espressioniste: da Göring che “a volte, particolarmente quando era di buon umore, faceva pensare alla maitrêsse di un bordello, ad Albert Speer “nero come una scimmia”, a von Schirach che “stupiva perché sembrava una linda e scialba governante”; ma obiettive sono le considerazioni delle loro reazioni davanti alla morte “va detto che tra loro non ci fu un solo codardo”.

Sullo sfondo Norimberga, le poche luci e le molte ombre della vita di tutti i giorni condotta tra mille difficoltà. Un argomento ulteriormente sviluppato nel secondo testo. Qui la Weiss riesce a presentare sotto nuova luce argomenti noti ma anche ad evidenziarne altri poco frequentati nei manuali di storia: dalle condizioni di vita dei profughi, degli espulsi, dei rifugiati, a quelle dei berlinesi, alla difficile convivenza tra le forze occupanti, alle pesanti costrizioni imposte nel settore orientale di Berlino.

Sempre presente in prima persona, ci offre una testimonianza alimentata dall’ammirazione verso gli abitanti di Berlino, contraria ad ogni forma di totalitarismo dopo l’esperienza della guerra. In particolare la sua ammirazione si rivolge verso le donne “stanche, povere, spaventate ma anche coraggiose”, pronte ad affrontare lavori tradizionalmente maschili, ad entrare nei sindacati per difendere i diritti dei lavoratori, a battersi contro le quotidiane violazioni dei diritti civili nel settore russo.

La Serra con Ciclamini, luogo di vita, in cui un anziano giardiniere, con una gamba sola, si ostina a coltivare e vendere fiori, ossimoricamente accostato, nel sottotitolo a Norimberga, luogo di morte, sembra racchiudere in figura di cerchio il succo di tutta la storia.

La storia di un popolo prostrato dalle distruzioni ma anche capace di rialzarsi e soprattutto di riscattarsi dagli orrori e dai crimini commessi.

31 luglio 2015

Jolanda Leccese