Il rumore delle perle di legno

di Antonia Arslan

Rizzoli, 2015, pgg.177, € 17,00

pubblicato su Leggere Donna n° 169

“Samo, Lesbo, Chio divise dalla Turchia da un breve tratto di mare…

ma era acqua avvelenata, gonfia di odio e di rancore,

di sogni di vendetta e di forzate sottomissioni”

 

Antonia Arslan, scrittrice e saggista, è una signora bionda, dal sorriso gentile, dalla voce cordiale; vicepresidente di Italarmenia, si adopera instancabilmente per far conoscere e diffondere notizie e informazioni su il genocidio del popolo armeno.

L’ho incontrata a Torino, ala Fiera del Libro, in occasione della presentazione della sua ultima fatica letteraria Il rumore delle perle di legno con cui, come scrive l’autrice, continua l’avventura della Masseria delle allodole e della  Strada di Smirne.

Sedute nella saletta del Caffè Letterario, abbiamo avuto un breve colloquio prima della presentazione; abbiamo parlato dell’amicizia che la lega a Luciana e della recensione apparsa su Leggere Donna  (n° 157)  riguardante il libro di Mush.

Questo ultimo libro è in realtà un libro che presenta la storia di una donna che ama definirsi senza infingimenti “a volte affettuosa, a volte sgradevolmente autoritaria, impermeabile agli altri o improvvisamente piena di fuoco, decisa (e divertita) nel non ascoltare nessuno”. Una donna che cerca di affrontare un viaggio a ritroso nella propria esistenza attraverso i lampi e le onde della memoria.

Giungono i ricordi dai profumi, dai rumori dell’infanzia, come quello prodotto dalle perle di legno che abbellivano a tenda d’ingresso del bar-tabaccheria sotto la sua abitazione, si appoggiano a dettagli che riguardano oggetti, filastrocche, canzoni; si allargano a comprendere immagini “e fu così che il grande sole divenne un’immagine gelosa, da conservare solo per sé nei lunghi inverni padovani”, digressioni sul potere prodigioso dei libri “porta sempre aperta verso gli altri, verso l’altrove…del quotidiano, della vita degli altri e di tutti…”, sconfinamenti nel continente esclusivo delle proprie fantasie che introducono a un “piccolo mondo caldo di vita dove il Male non entra…popolato di nomi e creature…perché la vita è troppo breve per accontentarsi di un solo nome”.

Non è un mausoleo nostalgico del passato quello che ci viene offerto ma una storia personale e familiare, popolata da figure molteplici, genitori, fratelli, zii, nonni; arricchita da vicende molteplici. Formano una storia pronta a farsi collage di altre storie in cui “c’erano orrore e coraggio, amore e morte e desolazione”. Storie del popolo armeno perseguitato e decimato che il nonno Yerwant raccontava alla nipote e che “le fecero dono della Patria Perduta al di là del mare: l’Armenia, la terra dei meloni giganteschi, dei grandi grappoli”.

Dall’infanzia all’adolescenza, alla giovinezza matura, la narrazione si compie in un arco di tempo che va dal 1945 al 1968. E’ una narrazione che si avvale di diverse strategie passando, con movimenti a volte appena percettibili, dalla prima persona, quella della bambina-protagonista, alla terza, quella della bambina-invecchiata che “pensa”, “riflette”, “si finge”, “ricorda”, e che, nel momento del rimpianto per un amore svanito, si concede la confidenza del “tu” verso un interlocutore assente: il ragazzo dai riccioli neri, l’amante fuggito verso “altri insufficienti approdi”.

In un continuo intrecciarsi di avvicinamenti ora parziali ora prolungati, fra soste e partenze, dal microcosmo delle case, luoghi degli affetti, ai soggiorni a Susin dove “tutte le storie del nonno si incastonavano per le strade”, all’altrove di viaggi in terra di Grecia nelle isole mitiche di Samo, Lesbo, Chio, l’autrice compie quella che definisce in una intervista, recentemente rilasciata a Venezia, “l’avventura di vedere se stessi come veramente siamo nella realtà dei piccoli dettagli”.

Un’avventura che non si conclude entro i confini di un solo IO, ma diventa un incontro con gli altri. Crea nel lettore quel calore che nasce, in molti casi, dalla condivisione sorprendente di esperienze, che rimangono pur sempre altrui, ma anche la consapevolezza dell’esistenza di una storia dolorosa che forse, ancora oggi, molti ignorano. La storia del popolo armeno che l’odio irrazionale pretese di cancellare dalla terra e dalla memoria.

 

 

                                                                                                     Jolanda Leccese

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...