Cervellini in fuga

Mondadori Electa (pagine 156, euro 16.90)

    pubblicato su Leggendaria n° 115 gennaio 2016

Ogni anno cresce il numero degli italiani che fanno le valige e si trasferiscono all’estero: è questo ormai un dato acquisito intorno al quale le cifre si susseguono e non sempre concordano. Ad emigrare sono in particolare persone tra i 20 ed i 45 anni, alla ricerca di adeguate opportunità che l’Italia purtroppo non riesce ad offrire.

Secondo i dati offerti da una delle indagini più recenti promossa dall’Istituto Toniolo (in collaborazione con l’Università Cattolica), quest’anno, per la prima volta, la maggioranza dei giovani italiani, oltre il 61%, è pronta ad emigrare all’estero per cercare lavoro. E non parliamo solo di laureati in fuga, come spesso appare nel quadro usualmente fornito nei mass-media; la propensione ad andarsene è sentita in tutte le categorie ed a tutti i livelli di istruzione.

Essere cervelli in fuga è un problema o può anche diventare un fattore positivo, un vantaggio?

E’ una domanda che sicuramente si sono posti tre giovani reporter, Martino Migli, Gabriele Sansini, Francesco Taranto, noti ad un pubblico di giovanissimi come conduttori di un programma radiofonico in onda su  R.T.L. 102.5.

“Cervellini in fuga”. E’ questo il titolo del programma che presenta “in diretta” testimonianze di giovani italiani emigrati all’estero per lavoro, provenienti da quasi tutte le regioni d’Italia, pronti a rispondere alle domande degli intervistatori.

Il successo arriso alla trasmissione ha invogliato gli organizzatori a fare di più. Hanno voluto affidare alla pagina scritta i nomi degli intervistati, associare a ciascuno la propria storia; sicuramente limare, ridurre e condensare, “le più belle storie” in cui si sono imbattuti per conferire loro una ricchezza di senso che supera di gran lunga la comunicazione orale, l’immediatezza dei tempi radiofonici.

Ne è nato un lavoro a più mani, confluito in un libro che porta il titolo dell’omonimo format da essi condotto.

Viaggi e destini si sfiorano in questo libro seguendo le tracce non casuali di una bussola: quella posseduta dagli autori, figure fuori dagli schemi tradizionali, voci narranti di queste storie ma anche viaggiatori lungo rotte prestabilite che li portano ad incrociare le strade dei loro intervistati.

Nulla a che vedere, dunque, con le fiammate improvvise. Si tratta di appuntamenti fissati ma resta intatta quella che è l’essenza più bella del viaggiare: “conoscersi per poi incontrarsi, forse, di nuovo…”.

Se dunque il viaggio è l’elemento portante del testo, sono le storie dei singoli ad occupare la scena, sostenute da una prosa leggera e colloquiale, senza scomodare politologi o psicologi ma provando semplicemente ad ascoltare “i cervellini” secondo modalità di approccio che variano da persona a persona.

A Parigi come a Creta, a Saigon e poi ancora a Melbourne, Porlamar, Kabul, i nostri autori non si confrontano con le aride cifre delle statistiche ma con uomini e donne in “carne ed ossa”: Alessandro “ha la stazza di uno che sa arrangiarsi in situazioni estreme…la sua stretta di mano è quella di uno che non ama perdersi in convenevoli”; Samantha “un concentrato di energia e battute pronte, accompagnate da un capello riccio e rosso”; Gianluca “alto, folti capelli scuri…con il sorriso sempre stampato”.

Aprono una finestra sul mondo le loro storie: un mondo in cui l’ordinario si alterna all’eccezionale secondo numerose angolazioni.

Con Elena, Francesca, Rossana, Alessia, Samantha, Paola non si parla certo di “fiori d’arancio” né di interventi di chirurgia estetica per migliore il proprio corpo quanto piuttosto di curricula affollati da elenchi di vari lavori, di difficoltà incontrate nell’uso della lingua, nel rapporto con gli “altri”. “Si parte sempre con l’idea di essere a casa propria, invece non è così e bisogna imparare a comportarsi in modo da essere accettati”, afferma Francesca che gestisce a Creta un ben avviato B&B. Le fa eco Samantha che è stata venditrice di perle, pizzaiola, crespellara, prima di conseguire un dottorato di ricerca alla Columbia University e lavorare per la Mount Sinai School of Medicine nel settore della statistica. E se Alessia, ricercatrice nell’ambito della bioenergetica mitocondriale presso l’Università di Philadelphia, è orgogliosa di affermare che la sua è stata una libera scelta e non accetta l’etichetta di “italiana scappata”, Rossana da Bari, vulcanologa presso l’Università di Città del Messico, potrebbe essere definita come appartenente alla categoria “no change” per aver trovato difficoltà ad entrare come ricercatrice presso l’Università di Napoli.

Se mi dicono che non posso fare una cosa, faccio vedere subito che invece posso” afferma con orgoglio Francesca, ora controllore di volo nell’aeroporto di Miami (3000 voli al giorno), dopo aver prestato servizio nella Marina Militare Americana.

Orgoglio, insieme ad ottimismo e simpatia contagiosa, sono le qualità precipue di Paola da Messina che si occupa di traduzione e redazione di articoli per una casa editrice a Parigi (c’è anche un’altra Paola a Parigi, ormai affermata nella sua attività di  “facilitatrice di vita”).

Confesso di aver fatto una lettura partigiana del libro. Ho letto subito le testimonianze delle “cervelline” ed in tutte ho trovato non solo il coraggio di cambiare, la voglia di lavorare, ma anche una grande capacità di contenere le emozioni, soprattutto quando parlano dell’Italia lontana, di non abbandonarsi a quella emotività debordante cui tanta Tv vuole abituarci. Belle e interessanti le loro storie ma non sono da meno quelle di Alessandro, video-giornalista, grande estimatore di Herzog, che ha vissuto per tre anni a Kabul come corrispondente di guerra per conto della NATO; o quelle di Andrea che dirige, a Saigon, uno studio fotografico cui ha affiancato, recentemente, un’attività casearia; o quella di Mario, partito dalla Sardegna pensando alla vita monastica e finito a Mosca ad occuparsi di mercato immobiliare.

Sono diciotto le storie che riguardano questa “consistente percentuale minoritaria” per usare una bella definizione che appare nella postfazione di Gino e Michele.

Il lettore ha l’occasione di confrontarsi, sia pure per rapidi riferimenti, con altre culture, con altri sistemi di vita. Ma, alla fine, restano in primo piano le vicende dei protagonisti che ti si agganciano addosso. Tante quanti sono i luoghi, tante quanti gli umori, i ritratti dei protagonisti che restano nella mente e che spingono a continuare la lettura di altre storie ed ancora storie.

Jolanda Leccese