ILYA & EMILIA KABAKOV

(Lugano, 18/09/2016 – 08/01/2017)

 

20161129_111921

Quando si visita una mostra non è solo la presenza dei singoli capolavori ad attrarre ed affascinare ma anche, soprattutto, il filo sottile che lega le opere, l’unione coerente tra loro. Ci riferiamo alla mostra a Lugano (fino al 08/01/2017) che presenta opere della coppia di artisti Ilya ed Emilia Kabakov in dialogo con opere delle avanguardie storiche europee del primo novecento.

Provengono, queste ultime, dalla collezione prestigiosa di Giancarlo e Danna Olgiati, amici ed estimatori degli artisti da loro invitati a dar vita a questa mostra singolare nello Spazio-1 del Masi Lac, sede della loro raccolta.

Un valore aggiunto, dunque, che consente l’identificazione di un gusto che diventa quasi un racconto di vite, quelle dei collezionisti e degli artisti, che si sono incontrate.

Si tratta di una mostra che richiede uno sguardo non solo frontale ma lungo e differenziato per cogliere le molteplicità delle chiavi di lettura che essa offre.

Innanzitutto la possibilità di confrontarsi con le opere di artisti che sono stati protagonisti di movimenti vitali, dal Futurismo al Cubo Futurismo passando per alcuni momenti dell’Astrattismo europeo, per approdare alle varie correnti dell’Avanguardia russa. Artisti che sono stati portatori di esperienze culturali ed estetiche che ancora oggi seducono cultori ed appassionati, da Marinetti a Boccioni, Leger, Kandisky, Malevich, alle artiste, ancora oggi poco note, definite le Amazzoni, che seppero creare opere di grande forza ed intensità.

Alexandra Exter, amica di Braque, Picasso, Apollinaire, con Centrifuga (un lavoro luminoso compositivamente imperniato sulla vibrazione centrale di colori); Goncharowa con la Spagnola cubista (un corpo smaterializzato risolto nelle figure di triangoli e fiori colorati). A seguire una composizione rigorosamente astratto-suprematista di Varvara Stepanova, compagna di vita di Rodcenko, autrice di poesia visiva ante-litteram; l’Architettonica pittorica di Liuba Popova, con le superfici di colore sovrapposte secondo un ritmo compositivo tettonico; le forme astratte di Olga Rozanova in una catena associativa di idee vicina all’alogismo caro a Malevich, suo maestro.

Organizzate secondo un’articolazione che prescinde dai contesti ma non certo dalla qualità (26 tra disegni e dipinti), ricompongono il mosaico di una cultura figurativa che, se da una parte è stata ricchissima di frutti, dall’altra ha conosciuto, in Russia, dopo la rivoluzione del 1917, il bavaglio della censura che imbrigliò pennelli, pensieri, sogni ed inchiostri giudicati pericolosi come segreti di stato. Sono opere, queste, volutamente messe a confronto, in un dialogo che può apparire inconsueto con quelle di Ilya Kabakov, realizzate a quattro mani con la moglie Emilia.

Kabakov, artista russo concettuale (classe 1933), ha ben conosciuto le contraddizioni che hanno attraversato la società sovietica dopo la morte di Stalin, i decenni di censura che non gli hanno permesso di lasciare il paese prima del 1987.

Dialogare con gli artisti delle avanguardie significa, certamente, voler rendere omaggio ai geniali innovatori di quella che è stata una stagione fantastica e, nello stesso tempo, esprimere, in rapporto alle tumultuose esperienze dell’Avanguardia russa, la nostalgia delle utopie infrante, la consapevolezza di doversi cimentare in uno scenario in cui cambiarono di segno le categorie, le motivazioni e perfino il senso delle parole.

All’artista che opera in una realtà radicalmente trasformata, edificata sulla trascendenza oppressiva del partito e dello stato, non resta che affidarsi a eteronimi.

Ecco opere in cui lo spazio puro suprematista si contamina con immagini desunte dalla quotidianità, rappresentate nelle forme di un realismo idealogico e propagandistico (Addio); o si riduce a mera cornice di una banale Partita di pallavolo, “spazio sublime in soffocanti formati convenzionali” svuotato delle ragioni e delle promesse di ideologie che sognavano il “rinnovamento della vita”.

“Noi oggi sappiamo bene in che misura l’utopia sia una fantasia irraggiungibile nel momento in cui la si ricerca esattamente così come dovrebbe essere ma, nello stesso tempo, abbiamo necessità di crederle, desideriamo ardentemente possedere i sogni che questa ci fa generare”. Emerge, forte, da queste parole, rilasciate più volte nelle interviste da Ilya ed Emilia, il messaggio che il bisogno di utopia è inestinguibile per l’uomo, un bisogno che sia vissuto, però, con spirito critico, che ne impedisca la trasformazione in pietrificate ideologie come è avvenuto con le utopie totalitarie del ‘900.

Visivamente affidato alla Partita a scacchi, all’immagine luminosa di due uomini pronti a sfidare le proprie capacità di pensiero ma dolorosamente accerchiati da una massa densa ed oscura, è questo il messaggio che il visitatore attento può cogliere pur nella molteplicità delle tematiche che la mostra presenta.

                                                                                                              Jolanda Leccese