ANNIE LEIBOVITZ

pubblicato su Leggere Donna n° 174 (2017)

 

Annie Leibovitz è una donna che preferisce mostrarsi al pubblico nella semplicità di un abbigliamento (scarpe basse, capelli lunghi grigi) che non le conferisce certo un’aria di superiorità e di arroganza. Considerata “regina internazionale del ritratto” può vantare un curriculum di tutto rispetto: corso alla Scuola d’Arte di San Francisco, una collaborazione durata 13 anni (1970-1983) per la rivista Rolling Stone e successivamente per Vanity Fair e Vogue.

Autrice di eccellenti campagne pubblicitarie (famosa quella per le borse targate Louis Vuitton), ha saputo essere fotografa glamour di personaggi famosi, attori e attrici di Hollywood, artiste e modelle, ma ha anche avuto il coraggio di entrare nella vita intima, sua e delle persone a lei care, non fermandosi solo al sorriso, alle feste, al ricordo felice da conservare.

Chi ha sfogliato le pagine della gigantesca monografia “A Photografer’s life” (Random, 2009), ha potuto immergersi come nelle pagine aperte di un diario personale, di una vita vissuta nell’intimità della famiglia, nella varietà dei viaggi ma anche nel dolore, nella malattia e nella morte.

Certamente, però, la raccolta che ha avuto risonanza notevole è Women, una serie di ritratti di grandi personalità femminili. Pubblicata nel 1999 e continuamente arricchita, è stata presentata recentemente (9 settembre-2 ottobre) a Milano negli spazi di Fabbrica Orobia 15. Sono trentasette le nuove opere –New Portraits è il termine aggiunto a Women– presentate al pubblico insieme ad altre che già hanno reso celebre l’artista.

E’ una mostra “piena di donne”, non tanto del profumo della loro bellezza, quanto della forza della loro intelligenza, del loro attivismo; donne non più oggetto da esibire o conquistare ma protagoniste del loro tempo      . Sono artiste, musiciste, filantrope, sportive, amministratrici di aziende, rappresentate grazie un obiettivo che cerca di rivelare il soggetto nel modo in cui, forse, avrebbe voluto essere rappresentato, sempre lontano da atteggiamenti assoluti di pose altezzose.

Aung San Suu Kyi è per tutti un viso che si anima nell’espressione degli occhi e in un sorriso appena accennato; allo stesso modo non c’è sorriso calcolato  in Malala, in abito rosso, presentata in piedi con le mani intrecciate, né esibizione di superiorità in Scheryl Sandberg, la top manager che ha contribuito ai successi miliardari di Google e Facebook, o in Gloria Steinem, la giornalista statunitense leader del femminismo degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso.

Qualcuno ha scritto che nelle foto di Annie manca la profonda emozione, l’ingrediente più importante per sorprendere lo spettatore. Ma ognuno può portar via le suggestioni che vuole: interessarsi, ad esempio, alle storie di queste donne. Come a quella di Mitsy Copeland, unica afroamericana ad avere ottenuto il ruolo di étoile nel Ballet Theatre di New York, o a quella di Jane Goodall, l’antropologa inglese di cui non tutti conoscono le ricerche sulla vita sociale e familiare degli scimpanzé, o a quella di Limandia Manong da anni impegnata, in Sudafrica, nella lotta contro l’AIDS.

In questo straordinario gineceo possono convivere armoniosamente cantanti e sportive, donne conosciute nel mondo della moda e donne impegnate in politica. Ci ricordano che la bellezza, è inutile negarlo, è certo importante ma che è purtroppo fragile. Ne esiste un’altra, invece, più profonda e meno epidermica che può vincere il tempo: la bellezza di una diversità indipendente dai modelli comuni, quella dell’indipendenza e dell’orgoglio per quello che si è.

Pensata come itinerante, nell’arco di 10 mesi con soste in 10 città, la mostra, già allestita a San Francisco, Singapore, Hong Kong, Londra, dopo la tappa milanese è passata a Francoforte per approdare poi a New York.

 

 

Jolanda Leccese

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