IN RICORDO DI ANNA ROSSI DORIA

pubblicato su Leggere Donna n° 175

Chi, vi chiedo, può prendere, osare prendere su di sé i diritti,

i doveri, le responsabilità di un’altra anima umana?

Ecco una frase con la quale sembra opportuno ricordare Anna Rossi Doria, recentemente scomparsa: “la storica, studiosa e intellettuale, più stimata ed influente nell’universo politico femminile e femminista nazionale degli anni ’70-’90” come conferma la testimonianza postuma offerta nel testo letto durante i funerali alla Casa Internazionale delle Donne (16 febbraio 2017), nella sede della Società Italiana delle Storiche di cui è stata una delle socie fondatrici.

È un’interrogativa carica di tensione questa che, nel lontano 1848, Elisabeth Cady Stanton, considerata la leader del primo movimento femminista statunitense, aveva rivolto nella sua “Dichiarazione dei sentimenti” alla Convenzione sui Diritti delle Donne, passata alla storia come Convenzione di Seneca Falls. Una interrogativa retorica che, includendo una risposta di forte senso negativo, evidenziava come la mancanza di autonomia delle donne consistesse innanzitutto nella mancata proprietà di se stesse.

Anna ha voluto che fosse stampata sulla copertina di uno dei suoi libri più noti “Le donne nella modernità” (2007), come attestazione di quello che è stato il suo impegno costante: rendere sempre centrale l’importanza della costruzione della individualità femminile per la rivendicazione della parità dei diritti. Come attivista, vivendo il femminismo (incontrato a metà degli anni ’70) nei collettivi, nelle manifestazioni, negli incontri nazionali; tenendo corsi, conferenze, seminari in collaborazione con il centro culturale Virginia Woolf e con l’associazione Orlando di Bologna e, infine, come docente all’Università di Calabria e a Bologna con il primo corso ufficiale di Storia delle Donne.

È lei stessa a sottolineare le finalità e le modalità della sua ricerca di storica nel passaggio dal femminismo alla Storia delle donne. “Se il femminismo che avevo vissuto -afferma nell’introduzione al testo “Dare forma al silenzio”- aveva dato una certa forma al silenzio delle donne nella sfera politica, volevo indagare su altre, diverse e molteplici forme cercate nel passato, al fine non di costruire una genealogia femminile ma una storia con tutte le sue complessità e contraddizioni, inserita in un contesto più ampio. Una esperienza, continua l’autrice, vissuta con entusiasmo che certamente è stata il fondamento, la traccia sulla quale sono costruite le sue ipotesi teoriche. Alla storica, però, spetta il dovere di conservare intatta la cornice metodologica e lo stile intellettuale che è proprio della disciplina, di evitare soprattutto che l’inevitabile intreccio ragioni-sentimenti ostacoli la necessaria distanza critica dalla materia trattata.

Una storia delle donne che non sia ridotta ad una storia separata o a un settore della storia sociale: queste le necessarie premesse alla base di numerosi saggi che, nell’arco di più di un ventennio, spaziano dalla trattazione degli ostacoli frapposti all’affermazione di una individualità delle donne, ancora oggi minacciati e calpestati in nome della difesa della famiglia e delle tradizioni etniche e religiose, a quella relativa al rapporto tra le idee di uguaglianza e differenza, dalle dinamiche del voto femminile in Italia al suffragismo anglosassone.

Significative le pagine che guidano a individuare le varie matrici culturali che caratterizzano la battaglia suffragista per il diritto di voto in Inghilterra: da quella laica, a quella religiosa, a quella evoluzionista.

Allo stesso modo offrono spunti di grande interesse le riflessioni relative a una “Ipotesi per una storia del neofemminismo italiano” che evidenziano quelle che, a suo avviso sono state le due principali peculiarità del femminismo italiano: l’essere stato un fenomeno sociale e culturale, ma anche politico; l’aver posto l’accento sull’idea di differenza più che su quella di uguaglianza.

Nella sua attività di ricerca degli anni più recenti, Anna ha affrontato anche il difficile tema della storia delle donne nella deportazione, dimostrando, ancora una volta, come il rapporto storia-memoria, spesso terreno di pesanti forzature politiche, offra il suo lato migliore quando viene misurato su un oggetto e su un contesto sociale. Il saggio pubblicato nel 2011 “Appunti su emancipazione ebraica e diritto alla differenza” sarà oggetto di una successiva trattazione sulla rivista.

È un patrimonio di ricerche ed esperienze, quello che Anna ci consegna. Un patrimonio da difendere nei tempi inquieti in cui stiamo vivendo e da trasmettere specialmente alle più giovani che tendono a dimenticare, o forse non l’hanno mai saputo, quanto sono costate le conquiste di cui godono i frutti. Conquiste che molte sono disposte a cedere senza combattere in nome di una malintesa cultura della differenza che sta rinaturalizzando i comportamenti femminili e, di conseguenza, quelli dei maschi che non chiedono di meglio.

Jolanda Leccese

Annunci

MOSTRA DI RAGAZZE YAZIDE

MAXXI, Roma, 24-29 gennaio 2016

pubblicato su Leggere Donna n° 175

Yazidi, o meglio Ezidi: una parola di cui pochi conoscono l’esistenza.

Sono i fedeli di una religione preislamica, la più antica del mondo, insieme con l’ebraismo, una combinazione di zoroastrismo, mitraismo, manicheismo, ebraismo, cristianesimo.

A praticarla sono gli appartenenti ad una minoranza di etnia curda, metà dei quali in Iraq (concentrati nelle zone a nord di Mosul e nella provincia curda di Dohuk), altri in Turchia, Siria, Iran, Armenia. Sono una popolazioni pacifica e tollerante, da sempre, e duramente, perseguitata perché accusata dall’ortodossia islamica di praticare culti eretici e di adorare il diavolo. Considerati kuffar, infedeli, dai fanatici islamici, sono stati oggetto da parte dei miliziani jiadisti, o meglio dai tagliagole del Daesh (secondo la giusta definizione del ministro francese Laurent Fabius), di un’aggressione sistematica e deliberata contro persone e su campi e villaggi.

A più riprese, dal maggio 2014 fino al novembre 2015, massacri e distruzioni della popolazione yazida si sono abbattuti, come “un’enorme pialla” sui villaggi del distretto di Shaikhān (un vero e proprio enclave di popolazioni minoritarie) a nord di Mosul, fino a quelli situati al confine con la Siria presso le montagne del Sinjar.

Tremendo il bilancio di quella che è stata una vera e propria pulizia etnica soprattutto nella città di Sinjar, culla secolare della più antica comunità yazida e nei villaggi circostanti, in particolare quello di Kojo (Kocho). Questa che gli yazidi annoverano come la 73esima  persecuzione, si è compiuta con conversioni forzate, edifici sacri dati alle fiamme, esecuzioni sommarie, separazioni forzate delle famiglie, stupri e schiavizzazioni di donne e ragazze.

Oscillano le cifre relative al numero delle vittime delle violenze e delle sopraffazioni. Continuano a venire alla luce fosse comuni né è possibile conoscere con precisione il numero degli uccisi o di coloro che sono morti di fame e di sete dopo essersi rifugiati sulle montagne.

Tremila, secondo le stime rese note, recentemente, dalla parlamentare Vian Dakhil, le donne rapite, anche minorenni, di cui molte oggetto di una sistematica tratta delle schiave; oltre mille, forse, i ragazzi addestrati militarmente per diventare futuri kamikaze.

Chi ha avuto la fortuna di salvarsi, ha dovuto riparare in zone più sicure, nel Kurdistan settentrionale dove si è riversata una vera e propria onda umana. Innumerevoli i campi profughi sorti da Erbil a Zakho, a Dahuk (Dohuk). Solo a Dahuk, la provincia più piccola dell’Iraq, risiedono più di seicentomila sfollati per cui non bastano sedici campi di accoglienza, venti se si aggiungono quelli per i rifugiati siriani, forse un unicum al mondo per una sola provincia.

In questa provincia è riparata la maggior parte degli yazidi sfollati: nei campi di fortuna di Sharya, Qadia, Hhanke. Proprio da Hhanke, da questa che è un agglomerato di costruzioni improvvisate, di tende e di polvere, è giunta, rivolta ad una opinione pubblica poco informata, una testimonianza forte sulle condizioni del popolo yazida. E’ giunta al Maxxi di Roma presentata in una mostra sicuramente chiusa troppo presto (dal 24 al 29 gennaio 2016).

È la testimonianza di sei ragazze che, sopravvissute agli orrori della guerra, raccontano, attraverso l’obiettivo della macchina fotografica, la vita dei profughi della  comunità yazida di Hhanke. Si chiamano Khawla, Klood, Bushra, Samia, Manal, Zina, selezionate dopo aver frequentato un corso di fotogiornalismo organizzato dall’Unicef con fondi del Ministero della Difesa italiana.

Non rovine di edifici né crateri generati dalle bombe nelle loro immagini, ma la quotidianità dei bisogni e dei problemi di persone che cercano di adattarsi alla vita in un ambiente difficile.

Giocano le ragazze con gli stessi giochi praticati nei giorni felici, eseguono, le donne, lavori consueti: lavano i panni, cuociono il pane, badano ai piccoli. Ma le pozzanghere, gli scarichi a cielo aperto, la miseria di poveri oggetti in abitazioni prive di conforti, ben rappresentano l’altro volto della guerra: quello di chi è stato costretto ad abbandonare le proprie case, ad affrontare lo sradicamento, la paura del futuro. Nessuna concessione, nelle immagini, al sensazionale né al compiacimento formale. Vesti, sguardi, volti, spesso in primo piano, raccontano bene una povertà non ereditata in sorte ma causata dalla crudeltà dell’uomo.

Eppure non si può non pensare alla capacità di reagire di queste sei ragazze che vogliono rappresentare un’intera comunità, far conoscere al mondo la loro tragedia.

Come Nadia e Lamiya, le due attiviste yazide insignite del premio Sacharov (giugno 2016) che, sopravvissute alla schiavitù sessuale da parte dei loro rapitori, si sono fatte portavoce di tutte le donne che, come loro, hanno subito soprusi. Hanno avuto il coraggio di sensibilizzare l’opinione mondiale sulla tragica condizione della comunità, di parlare in difesa dei diritti umani per restituire al proprio popolo il diritto alla vita nel rispetto del suo credo religioso e della sua identità; per proteggerlo, soprattutto, da un destino di estinzione cui sembra inesorabilmente avviato.

“Eravamo 17 milioni, ora siamo 700 mila”, così recita, oggi, un detto yazida.

 

Jolanda Leccese

 

 

Per saperne di più

 

Notizie dall’associazione di volontariato per la solidarietà internazionale: “UN PONTE PER…”

Recentemente è stato dato alle stampe, con la prefazione di Martina Pignatti Morano, Presidente dell’Associazione (in lingua inglese ma presto disponibile anche in italiano) il volume “Êzidîs in Iraq” di Sa’ad Salloun, grazie al sostegno della CEI e della Flora Family Foundation.

 

Chi è VIAN DAKHIL SAEED

Unica componente della comunità yazida, eletta al Parlamento Iracheno, dedica la sua vita alla liberazione delle donne ridotte in schiavitù. Onorata nel 2014 dal premio Anna Politkovskaya, sa che la lotta è ancora lunga; per le donne liberate tutto rimane da costruire.

Recentemente in Italia, è intervenuta all’incontro organizzato, nel maggio 2016, dalla Camera dei Deputati dedicato alla comunità degli yazidi.

 

COMMISSIONE ONU: Yazidi è genocidio

Quello che è stato fatto agli yazidi è stato ufficialmente riconosciuto come genocidio dalla Commissione di Indagine istituita dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU che, richiamandosi all’art. 2 della Convenzione per la Prevenzione e Repressione del Crimine Genocidio del 1948, ha evidenziato come la brutale, precisa volontà di sterminio degli yazidi, in quanto gruppo etnico, sia da considerarsi la condizione necessaria per la “sussunzione della fattispecie genocidaria”.

 

YAZDA: un’associazione contro il genocidio yazidi.

Negli ultimi anni gli yazidi sono stati molto attivi attraverso YAZDA, una organizzazione fondata in America, per diffondere la consapevolezza sul genocidio subito. Il volto di questa loro battaglia è diventato