Punti di vista

Kerstin Schomburg e Jacob Philipp Hackert:

una ricerca fotografica

Casa di Goethe

Via del Corso 18 – Roma

22 marzo – 24 settembre 2017

pubblicato su Leggere Donna n° 176 (2017)

L’osservazione: è un esercizio irrinunciabile dello sguardo che richiede attenzione, “un tempo dedicato”, ogni volta che ci poniamo davanti ad una immagine se vogliamo interrogarla ed interpretarla.

È la stessa attenzione che richiede la mostra in corso a Roma, dal 22/3 al 24/9/2017, negli spazi della Casa di Goethe. Curata in redazione da Dorothee Hoch, instancabile animatrice di eventi, presenta una scelta di lavori della fotografa Kerstin Schomburg, realizzati grazie ad un progetto, a dir poco singolare, che l’ha portata, come borsista presso la Casa di Goethe nel 2015, sulle tracce del pittore di paesaggio Jacob Hackert (1737-1807) e delle sue famose vedute, da lei poi riproposte in fotografia.

È l’autrice in persona a darci conto di questa sua impegnativa ricerca e della sua decisione di confrontarsi con uno dei più noti paesaggisti del ‘700 ben conosciuto dagli storici dell’arte e dagli amanti di questo genere, già famoso a suo tempo per le sue vedute, le scene di caccia, le raffigurazioni di porti, di paesaggi costieri e fluviali. “Un giorno vidi che i dipinti di Hackert assomigliavano alle mie fotografie, ne rimasi stupita. Era lo stesso modo di ritrarre il cielo, lo stesso modo di osservare il paesaggio, di sentirlo, con la stessa temperatura cromatica”.

Si è trattato, dunque, di un coinvolgimento emotivo ed intellettuale che l’ha portata alla decisione di lasciare temporaneamente Amburgo, dove vive e lavora, e di recarsi in molti dei luoghi raffigurati nei dipinti di Hackert: da Roma e dintorni, da Villa Medici a Tivoli, fino a Pozzuoli, Napoli, Sorrento, per tornare poi in Toscana.

Punti di vista”, si intitola questa mostra così suggestiva che, affiancando alle foto di Kerstin i lavori di Hackert (dipinti tra il 1770 e il 1800), offre la possibilità non solo di ritrovare, o conoscere per la prima volta, immagini del nostro paese, luoghi, bellezze quali si presentavano ad un viaggiatore dell’epoca, ma anche di cogliere l’originalità del lavoro di una fotografa dei nostri tempi che sa innestare, sull’impianto della grande tradizione pittorica della “veduta”, la verità insieme fattuale e soggettiva della sua fotografia.

Seguendo gli schemi tradizionali delle vedute, la viaggiatrice-fotografa si muove con perizia nella varietà delle inquadrature ora rese nella loro austera semplicità (Paesaggio con pastore), ora presentate da due angolazioni diverse (Veduta della campagna romana e della Torre di Mezza Via, I-II), ora arricchite da espedienti scenici: dagli alberi che fungono da quinte (Veduta di Roma dal Parco Mellini sul Gianicolo[1]), dal verde dilagante della vegetazione in primo piano.

Inevitabili i cambiamenti delle tipologie umane come le trasformazioni subite dai paesaggi che, con il chiaro riferimento allo spazio-tempo, comportano nostalgia, senso del trascorrere delle cose come nella Veduta della Piramide e delle Mura Aureliane dal Monte Testaccio, riportata anche sulla copertina del catalogo; o come ne La grande cascata a Tivoli con il Tempio della Sibilla, uno dei luoghi più amati dai pittori di paesaggio; o nella Veduta di Roma presa vicino via Appia, con il rudere di una tomba ridotta ad una rovina che appartiene “ormai agli uccelli della notte”, per usare una bella espressione della studiosa Anna Ottani Gavina.

Ma è la soggettività del sentire, la disposizione a cogliere le atmosfere che stupisce ed affascina con i giochi di luce sui pendii erbosi del lago di Nemi, sulla silente bellezza del golfo di Pozzuoli al tramonto, le trasparenze luminose dei cieli di Baia o di Vietri.

La mostra si chiude con Veduta di Pisa presa al di fuori della Porta di Ponte a Mare, con un cielo al tramonto che proietta la sua ombra sulle acque placide. Ma la storia del “Viaggio in Italia” continua.

Uscendo da questa mostra si ha l’impressione di aver letto un nuovo capitolo di questa lunga storia. E’ una mostra che offre ai visitatori molte occasioni di riflessioni sul rapporto tra il linguaggio pittorico e quello fotografico, sui cambiamenti, spesso radicali subiti dai luoghi, sull’esistenza dei monumenti ignorati o trascurati; l’occasione soprattutto di conoscere Kerstin, un’artista che ha scelto di misurarsi con un grande della pittura di paesaggio, una fotografa che, armata della sua digitale, ha saputo andare oltre l’hic et nunc dello scatto fotografico, raccontare, attraverso la sensibilità anche del suo personale obiettivo, una realtà che ancora ci appartiene.

Jolanda Leccese

[1]     Il parco prende il nome da Villa Mellini. Qui Hackert, come si legge nella biografia a lui dedicata scritta da Goethe, chiese ospitalità, per circa un mese (1781), alla proprietaria, Donna Giulia Falconieri Mellini, per dipingere questa veduta.

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Annette Messager

Messaggera

pubblicato su Leggere Donna n° 176 (2017)

Villa Medici- Accademia di Francia  9 febbraio- 23 aprile 2017

Annette Messager è arrivata in Italia, nell’aprile di quest’anno, per al sua prima mostra personale negli spazi di Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia a Roma.

Nata a Berck sur Mer, nel 1943, Leon d’oro alla Biennale di Venezia 2005, vincitrice nel 2016 del Praemium Imperiale International Arts Award per la scultura, è un’artista di fama internazionale che, in questa mostra, continua a dimostrare l’originalità del suo talento che si dispiega in una operatività aperta ad una molteplicità di forme espressive: dalla pittura, alla scultura, alla fotografia, al ricamo, al disegno, alla scrittura.

“Artista, collezionista, bugiarda, bricoleuse, donna pratica” così, in Mot pour Mot, l’artista si presentava con una varietà di sostantivi ed aggettivi per definire se stessa e le sue relazioni labirintiche con il proprio lavoro. “Le mie opere -sottolineava- sono grandi patchwork, proprio come la nostra cultura intesa come un tutto non è che un insieme di passatempi assemblati goffamente, un miscuglio di cose disparate, un accumulo di elementi diversissimi…”.

Trovano conferma queste affermazioni nella molteplicità di esiti e di contenuti, di metodi e materiali diversi, che la mostra offre: nello stile che unisce le modalità dell’arte concettuale e del surrealismo, con qualche incursione nell’Art Brut; nell’uso di oggetti banali, di materiali poveri (corda, tessuti, lana) appartenenti, il più delle volte, al mondo delle attività femminili.

Messaggera, è il titolo della mostra romana cui l’artista ha prestato, in modo ironico, il suo cognome come ad aggiungerlo idealmente all’elenco delle sue molte identità.

Una “messaggera” che, come sottolinea Chiara Parisi, la curatrice, non possiede certezze definitive. La sua unica missione può essere quella di cercare di interpretare il mondo in cui viviamo, smascherarne le apparenze, segnalarne le contraddizioni.

Messaggera come l’Hermes del mito, messaggero degli dei. Non può certo sfuggire l’identificazione dell’artista con l’Hermes del Gianbologna, la statua che grandeggia nel giardino della Villa, reggendo nella mano una chioma ondeggiante al vento. Simile a questa divinità slittante, incurante dell’alto e basso, capziosa di ogni forma di commercio, la nostra “messaggera” vuole presentarsi come nomade dalle molte identità e dalle molte risorse, a sottolineare la sua femminilità libera e spregiudicata.

Ci conduce in un mondo in cui non è possibile una lettura univoca e tranquillizzante di una realtà in cui non esistono confini tra ciò che ci è famigliare e ciò che ci inquieta e ci turba.

Ci ricorda che nel mondo gioioso dell’infanzia possono albergare ombre sotterranee, nell’amore la terribile maledizione della gelosia, nella tranquillità della vita quotidiana minacce di ogni genere. Così accade che il giocattolo, accostato ad animali veri impagliati, a loro volta manipolati con pezzi di animali finti, si configuri come traccia lontana di un’azione ludica che non ha trovato compimento, lasciata in sospeso come nei sogni abitati da incubi.

È il nero, il colore prevalente che agisce da enfatizzatore nella sfera delle interpretazioni, per smascherare ulteriormente l’interezza del reale. Ricorre insistentemente nei guanti giganti, dalle cui dita spuntano matite come spilli; nelle reti che incorniciano un cuore (Coeur au repos), un sesso maschile (Sexe au repos) abbandonati in un angolo (solitudine, insoddisfazione, delusione?); in un tutù mosso da un vento perenne che “non s’arresta mai”.

Feticcio che non riposa in pace, forma, con gli altri, un surreale paesaggio in cui l’artista procede mescolando con sapienza, leggerezza e serietà per farne riflessione sulla complessità della vita ma, soprattutto, sulla relatività delle nostre certezze.

Riflessione che non esclude la politica di un’artista che, sin dal suo esordio, non teme di definirsi femminista e che dello stare al mondo in un corpo di donna ha fatto uno dei suoi principali moventi artistici per restituirci uno sguardo dissacrante ed acuto sugli umori della nostra società.

Ecco allora che al nero si sostituisce il rosso. Il rosso di uteri variopinti, che sembrano fiori e che animano l’intera parete di una stanza che fu lo studio di Balthus.

Sono un inno alla vita, alla donna portatrice di vita ma riscattata dalla biologia come destino (No God in my uterus).

Alle donne colpevoli perché attraenti

colpevoli perché fiere e insolenti

colpevoli perché donne.

Alle donne che hanno avuto il coraggio di portare avanti quel pensiero femminista che ha fornito il contesto per le scelte artistiche di Annette.

Jolanda Leccese

Per saperne di più

La mostra su Annette Messager fa parte del ciclo Une.

Seguiranno le mostre di Yoko Ono e Claire Tabouret in primavera;

in autunno sarà presentato il dialogo tra Camille Claudel ed Elizabeth Peyton;

nel 2018 la personale di Tatiana Trouvé