Maestre d’Italia

di Bruna Bertolo

 

                                                                                                                      Neos 2017,  € 23,00

pubblicato su Leggere Donna n° 178

 

Bruna Bertolo: rivolese di nascita, tesi di laurea in Storia della filosofia, giornalista pubblicista dal 1988. Si è fatta notare nel mondo letterario per aver dedicato i suoi studi al mondo delle donne: Donne del Risorgimento (Ananke 2011), Donne nella Resistenza (Susalibri 2014), Donne nella Prima Guerra Mondiale (Susalibri 2015). Maestre d’Italia è la sua ultima fatica, un libro che, in dieci capitoli, presenta il cambiamento che si verifica nel mondo della scuola a partire dal Regno d’Italia, dalla promulgazione della legge Casati (1859), per giungere fino ai nostri giorni. Un cambiamento, questo, che viene presentato seguendo il “percorso delle maestre”, donne capaci di portare avanti lotte e rivendicazioni sociali ma anche discorsi nuovi in campo didattico, in grado di modificare sistemi e metodi nel rapporto insegnante-alunno.

Quante sono le allieve delle scuole, non dico primarie, ma secondarie, o quante sono le loro mamme che sanno che ci sono stati tempi in cui le maestre furono costrette a esibire un attestato di moralità per insegnare in sedi disagiate e spesso lontane dalle famiglie d’origine, che il loro stipendio era i due terzi di quello di un collega maschio, che, sottoposte all’eccessivo arbitrio dei Comuni nelle nomine e nei licenziamenti (fino al 1911, anno della legge Credaro), non potevano contare su prospettive di carriera? Eppure è importante sapere che attraverso la rivendicazione dei diritti negati alle donne, di cui anche molte maestre si fanno promotrici, è passata una parte dell’emancipazione femminile che ha consentito alle donne di svolgere ruoli di responsabilità socialmente riconosciuti.

In tempi, come i nostri, in cui molte conquiste, parole, battaglie del femminismo, sono pericolosamente travisate stravolgendone spesso l’eredità, è più che mai importante dare il giusto valore e peso alle attività di quelle maestre che hanno scritto tante pagine della libertà e dignità di cui oggi godiamo.

Sono tante, in questo libro, le storie di donne-maestre, spesso giovanissime, di diverse provenienze geografiche. Formano una galleria di ritratti composta da profili in alcuni casi noti, in molti altri sottratti all’oscurità. Sono donne tenaci, libere o alla ricerca della libertà attraverso il proprio lavoro. Le più attive trovano non solo nell’insegnamento, che pur resta un obiettivo primario, ma anche nel giornalismo, nella partecipazione alla politica, un mezzo per dare vita e concretezza alle proprie idee: alla lotta per la parità di stipendio, per la conquista del voto amministrativo, per il raggiungimento di un livello di preparazione, culturale e tecnico, uguale a quello degli uomini. “Sono diventata socialista perché maestra” scriveva Giuseppina Martinuzzi.

E non sono solo le socialiste come Linda Malnati, Emilia Mariani, a considerare, già nella seconda metà dell’Ottocento, il suffragio femminile il mezzo più rapido per far conseguire alle donne le altre conquiste economiche e sociali; avranno accanto le insegnanti cattoliche come Adelaide Coari che, pur diversamente orientata nei rapporti con la Chiesa, è stata autrice di un Programma minimo femminista, molto avanzato per l’epoca.

Donne coraggiose se si pensa che sono vissute in tempi in cui, come scrisse nel 1917 la giornalista Flavia Steno, “parlare di suffragio femminile in Italia era come dissertare sulla costituzione politica da elargire agli abitanti di Marte”.

Coraggiose come le dieci maestre di Senigallia che furono le prime donne ad avere diritto di voto (esercitato solo per un po’), come le numerose maestre perseguitate dal fascismo che, licenziate “senza giusta causa” per le loro idee politiche, come Abigaille Zanetta, Rita Maierotti, la “maestra rossa”, pagarono con l’arresto, la prigione, la loro volontà di non accettare una scuola resa di fatto strumento docile della propaganda fascista.

Scrive l’autrice queste pagine, che sono un bell’esempio di storia narrativa, con l’intento di stabilire un rapporto diretto con chi legge, ponendo domande, agganciando alla narrazione giudizi e riflessioni personali. Non formano i documenti un materiale grezzo inserito nella note ma diventano parte integrante del discorso.

Sono articoli di stampa, verbali istituzionali, e ancora diari, lettere personali, testimonianze di grande forza evocativa, scelte anche tra quelle che evidenziano il tessuto della quotidianità femminile, la rete dei rapporti famigliari e di amicizia.

Le autobiografie, i racconti e i romanzi dichiaratamente autobiografici delle maestre-scrittrici,  riportano “in diretta” le loro voci. Chi ha insegnato o  ancora insegna nella scuola, non con “il cuore freddo e l’anima sonnacchiosa” per usare una bella espressione di Matilde Serao, non può non apprezzare il talento didattico di Ida Baccini, autrice di libri per l’infanzia (Le memorie di un pulcino, il più famoso), l’istinto pedagogico di Maria Giacobbe che sa comprendere gli allievi “difficili” nella terra “difficile” di Orgosolo, il desiderio, il piacere di insegnare di Ada Negri, la passione e l’entusiasmo di Maria Maltoni. Maestra eccezionale la Maltoni,  protagonista, intorno agli anni ‘50 della grande rivoluzione didattica ispirata alle teorie di Freinet (I quaderni di S. Gersolé), ma anche combattente, pronta all’impegno politico, pronta ad aderire al movimento partigiano clandestino del suo piccolo paese.

Una lotta coraggiosa, scrive l’autrice, affrontata in tanti modi diversi nelle parti d’Italia, che vide impegnate anche numerose maestre-resistenti. Ne ritroviamo le storie nel capitolo IX del libro. Storie di torture e di morte, come quella di Graziella Giuffrida o di Rita Rosani; di deportazione come quella di Cecilia Deganutti, morta nel campo di concentramento noto come Risiera di S. Sabba. Ma anche storie che diventano testimonianze per non dimenticare, come quelle di Lidia Beccaria, che, sopravvissuta alla deportazione nel campo di Ravensbrück, conosciuto come L’enfer des femmes, l’unico concentramento esclusivamente femminile, ha voluto lasciare il ricordo delle sue esperienze (Le donne di Ravensbrück), convinta che “compito dei sopravvissuti sia testimoniare il lager e insieme farsi portavoce di tutti gli oppressi, in primo luogo dei meno ascoltati”.

Diverse e articolate sono le chiavi di lettura che questo libro offre. Sicuramente, a molte che leggeranno, potrà accadere di chiedersi “ma come ho fatto a non conoscere la maggior parte di queste storie?”. Forse, un commento tra i più graditi all’autrice potrebbe presentarsi sotto forma di questa domanda che anche io mi sono posta.

Jolanda Leccese

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