Maestre d’Italia

di Bruna Bertolo

 

                                                                                                                      Neos 2017,  € 23,00

pubblicato su Leggere Donna n° 178

 

Bruna Bertolo: rivolese di nascita, tesi di laurea in Storia della filosofia, giornalista pubblicista dal 1988. Si è fatta notare nel mondo letterario per aver dedicato i suoi studi al mondo delle donne: Donne del Risorgimento (Ananke 2011), Donne nella Resistenza (Susalibri 2014), Donne nella Prima Guerra Mondiale (Susalibri 2015). Maestre d’Italia è la sua ultima fatica, un libro che, in dieci capitoli, presenta il cambiamento che si verifica nel mondo della scuola a partire dal Regno d’Italia, dalla promulgazione della legge Casati (1859), per giungere fino ai nostri giorni. Un cambiamento, questo, che viene presentato seguendo il “percorso delle maestre”, donne capaci di portare avanti lotte e rivendicazioni sociali ma anche discorsi nuovi in campo didattico, in grado di modificare sistemi e metodi nel rapporto insegnante-alunno.

Quante sono le allieve delle scuole, non dico primarie, ma secondarie, o quante sono le loro mamme che sanno che ci sono stati tempi in cui le maestre furono costrette a esibire un attestato di moralità per insegnare in sedi disagiate e spesso lontane dalle famiglie d’origine, che il loro stipendio era i due terzi di quello di un collega maschio, che, sottoposte all’eccessivo arbitrio dei Comuni nelle nomine e nei licenziamenti (fino al 1911, anno della legge Credaro), non potevano contare su prospettive di carriera? Eppure è importante sapere che attraverso la rivendicazione dei diritti negati alle donne, di cui anche molte maestre si fanno promotrici, è passata una parte dell’emancipazione femminile che ha consentito alle donne di svolgere ruoli di responsabilità socialmente riconosciuti.

In tempi, come i nostri, in cui molte conquiste, parole, battaglie del femminismo, sono pericolosamente travisate stravolgendone spesso l’eredità, è più che mai importante dare il giusto valore e peso alle attività di quelle maestre che hanno scritto tante pagine della libertà e dignità di cui oggi godiamo.

Sono tante, in questo libro, le storie di donne-maestre, spesso giovanissime, di diverse provenienze geografiche. Formano una galleria di ritratti composta da profili in alcuni casi noti, in molti altri sottratti all’oscurità. Sono donne tenaci, libere o alla ricerca della libertà attraverso il proprio lavoro. Le più attive trovano non solo nell’insegnamento, che pur resta un obiettivo primario, ma anche nel giornalismo, nella partecipazione alla politica, un mezzo per dare vita e concretezza alle proprie idee: alla lotta per la parità di stipendio, per la conquista del voto amministrativo, per il raggiungimento di un livello di preparazione, culturale e tecnico, uguale a quello degli uomini. “Sono diventata socialista perché maestra” scriveva Giuseppina Martinuzzi.

E non sono solo le socialiste come Linda Malnati, Emilia Mariani, a considerare, già nella seconda metà dell’Ottocento, il suffragio femminile il mezzo più rapido per far conseguire alle donne le altre conquiste economiche e sociali; avranno accanto le insegnanti cattoliche come Adelaide Coari che, pur diversamente orientata nei rapporti con la Chiesa, è stata autrice di un Programma minimo femminista, molto avanzato per l’epoca.

Donne coraggiose se si pensa che sono vissute in tempi in cui, come scrisse nel 1917 la giornalista Flavia Steno, “parlare di suffragio femminile in Italia era come dissertare sulla costituzione politica da elargire agli abitanti di Marte”.

Coraggiose come le dieci maestre di Senigallia che furono le prime donne ad avere diritto di voto (esercitato solo per un po’), come le numerose maestre perseguitate dal fascismo che, licenziate “senza giusta causa” per le loro idee politiche, come Abigaille Zanetta, Rita Maierotti, la “maestra rossa”, pagarono con l’arresto, la prigione, la loro volontà di non accettare una scuola resa di fatto strumento docile della propaganda fascista.

Scrive l’autrice queste pagine, che sono un bell’esempio di storia narrativa, con l’intento di stabilire un rapporto diretto con chi legge, ponendo domande, agganciando alla narrazione giudizi e riflessioni personali. Non formano i documenti un materiale grezzo inserito nella note ma diventano parte integrante del discorso.

Sono articoli di stampa, verbali istituzionali, e ancora diari, lettere personali, testimonianze di grande forza evocativa, scelte anche tra quelle che evidenziano il tessuto della quotidianità femminile, la rete dei rapporti famigliari e di amicizia.

Le autobiografie, i racconti e i romanzi dichiaratamente autobiografici delle maestre-scrittrici,  riportano “in diretta” le loro voci. Chi ha insegnato o  ancora insegna nella scuola, non con “il cuore freddo e l’anima sonnacchiosa” per usare una bella espressione di Matilde Serao, non può non apprezzare il talento didattico di Ida Baccini, autrice di libri per l’infanzia (Le memorie di un pulcino, il più famoso), l’istinto pedagogico di Maria Giacobbe che sa comprendere gli allievi “difficili” nella terra “difficile” di Orgosolo, il desiderio, il piacere di insegnare di Ada Negri, la passione e l’entusiasmo di Maria Maltoni. Maestra eccezionale la Maltoni,  protagonista, intorno agli anni ‘50 della grande rivoluzione didattica ispirata alle teorie di Freinet (I quaderni di S. Gersolé), ma anche combattente, pronta all’impegno politico, pronta ad aderire al movimento partigiano clandestino del suo piccolo paese.

Una lotta coraggiosa, scrive l’autrice, affrontata in tanti modi diversi nelle parti d’Italia, che vide impegnate anche numerose maestre-resistenti. Ne ritroviamo le storie nel capitolo IX del libro. Storie di torture e di morte, come quella di Graziella Giuffrida o di Rita Rosani; di deportazione come quella di Cecilia Deganutti, morta nel campo di concentramento noto come Risiera di S. Sabba. Ma anche storie che diventano testimonianze per non dimenticare, come quelle di Lidia Beccaria, che, sopravvissuta alla deportazione nel campo di Ravensbrück, conosciuto come L’enfer des femmes, l’unico concentramento esclusivamente femminile, ha voluto lasciare il ricordo delle sue esperienze (Le donne di Ravensbrück), convinta che “compito dei sopravvissuti sia testimoniare il lager e insieme farsi portavoce di tutti gli oppressi, in primo luogo dei meno ascoltati”.

Diverse e articolate sono le chiavi di lettura che questo libro offre. Sicuramente, a molte che leggeranno, potrà accadere di chiedersi “ma come ho fatto a non conoscere la maggior parte di queste storie?”. Forse, un commento tra i più graditi all’autrice potrebbe presentarsi sotto forma di questa domanda che anche io mi sono posta.

Jolanda Leccese

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Punti di vista

Kerstin Schomburg e Jacob Philipp Hackert:

una ricerca fotografica

Casa di Goethe

Via del Corso 18 – Roma

22 marzo – 24 settembre 2017

pubblicato su Leggere Donna n° 176 (2017)

L’osservazione: è un esercizio irrinunciabile dello sguardo che richiede attenzione, “un tempo dedicato”, ogni volta che ci poniamo davanti ad una immagine se vogliamo interrogarla ed interpretarla.

È la stessa attenzione che richiede la mostra in corso a Roma, dal 22/3 al 24/9/2017, negli spazi della Casa di Goethe. Curata in redazione da Dorothee Hoch, instancabile animatrice di eventi, presenta una scelta di lavori della fotografa Kerstin Schomburg, realizzati grazie ad un progetto, a dir poco singolare, che l’ha portata, come borsista presso la Casa di Goethe nel 2015, sulle tracce del pittore di paesaggio Jacob Hackert (1737-1807) e delle sue famose vedute, da lei poi riproposte in fotografia.

È l’autrice in persona a darci conto di questa sua impegnativa ricerca e della sua decisione di confrontarsi con uno dei più noti paesaggisti del ‘700 ben conosciuto dagli storici dell’arte e dagli amanti di questo genere, già famoso a suo tempo per le sue vedute, le scene di caccia, le raffigurazioni di porti, di paesaggi costieri e fluviali. “Un giorno vidi che i dipinti di Hackert assomigliavano alle mie fotografie, ne rimasi stupita. Era lo stesso modo di ritrarre il cielo, lo stesso modo di osservare il paesaggio, di sentirlo, con la stessa temperatura cromatica”.

Si è trattato, dunque, di un coinvolgimento emotivo ed intellettuale che l’ha portata alla decisione di lasciare temporaneamente Amburgo, dove vive e lavora, e di recarsi in molti dei luoghi raffigurati nei dipinti di Hackert: da Roma e dintorni, da Villa Medici a Tivoli, fino a Pozzuoli, Napoli, Sorrento, per tornare poi in Toscana.

Punti di vista”, si intitola questa mostra così suggestiva che, affiancando alle foto di Kerstin i lavori di Hackert (dipinti tra il 1770 e il 1800), offre la possibilità non solo di ritrovare, o conoscere per la prima volta, immagini del nostro paese, luoghi, bellezze quali si presentavano ad un viaggiatore dell’epoca, ma anche di cogliere l’originalità del lavoro di una fotografa dei nostri tempi che sa innestare, sull’impianto della grande tradizione pittorica della “veduta”, la verità insieme fattuale e soggettiva della sua fotografia.

Seguendo gli schemi tradizionali delle vedute, la viaggiatrice-fotografa si muove con perizia nella varietà delle inquadrature ora rese nella loro austera semplicità (Paesaggio con pastore), ora presentate da due angolazioni diverse (Veduta della campagna romana e della Torre di Mezza Via, I-II), ora arricchite da espedienti scenici: dagli alberi che fungono da quinte (Veduta di Roma dal Parco Mellini sul Gianicolo[1]), dal verde dilagante della vegetazione in primo piano.

Inevitabili i cambiamenti delle tipologie umane come le trasformazioni subite dai paesaggi che, con il chiaro riferimento allo spazio-tempo, comportano nostalgia, senso del trascorrere delle cose come nella Veduta della Piramide e delle Mura Aureliane dal Monte Testaccio, riportata anche sulla copertina del catalogo; o come ne La grande cascata a Tivoli con il Tempio della Sibilla, uno dei luoghi più amati dai pittori di paesaggio; o nella Veduta di Roma presa vicino via Appia, con il rudere di una tomba ridotta ad una rovina che appartiene “ormai agli uccelli della notte”, per usare una bella espressione della studiosa Anna Ottani Gavina.

Ma è la soggettività del sentire, la disposizione a cogliere le atmosfere che stupisce ed affascina con i giochi di luce sui pendii erbosi del lago di Nemi, sulla silente bellezza del golfo di Pozzuoli al tramonto, le trasparenze luminose dei cieli di Baia o di Vietri.

La mostra si chiude con Veduta di Pisa presa al di fuori della Porta di Ponte a Mare, con un cielo al tramonto che proietta la sua ombra sulle acque placide. Ma la storia del “Viaggio in Italia” continua.

Uscendo da questa mostra si ha l’impressione di aver letto un nuovo capitolo di questa lunga storia. E’ una mostra che offre ai visitatori molte occasioni di riflessioni sul rapporto tra il linguaggio pittorico e quello fotografico, sui cambiamenti, spesso radicali subiti dai luoghi, sull’esistenza dei monumenti ignorati o trascurati; l’occasione soprattutto di conoscere Kerstin, un’artista che ha scelto di misurarsi con un grande della pittura di paesaggio, una fotografa che, armata della sua digitale, ha saputo andare oltre l’hic et nunc dello scatto fotografico, raccontare, attraverso la sensibilità anche del suo personale obiettivo, una realtà che ancora ci appartiene.

Jolanda Leccese

[1]     Il parco prende il nome da Villa Mellini. Qui Hackert, come si legge nella biografia a lui dedicata scritta da Goethe, chiese ospitalità, per circa un mese (1781), alla proprietaria, Donna Giulia Falconieri Mellini, per dipingere questa veduta.

Annette Messager

Messaggera

pubblicato su Leggere Donna n° 176 (2017)

Villa Medici- Accademia di Francia  9 febbraio- 23 aprile 2017

Annette Messager è arrivata in Italia, nell’aprile di quest’anno, per al sua prima mostra personale negli spazi di Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia a Roma.

Nata a Berck sur Mer, nel 1943, Leon d’oro alla Biennale di Venezia 2005, vincitrice nel 2016 del Praemium Imperiale International Arts Award per la scultura, è un’artista di fama internazionale che, in questa mostra, continua a dimostrare l’originalità del suo talento che si dispiega in una operatività aperta ad una molteplicità di forme espressive: dalla pittura, alla scultura, alla fotografia, al ricamo, al disegno, alla scrittura.

“Artista, collezionista, bugiarda, bricoleuse, donna pratica” così, in Mot pour Mot, l’artista si presentava con una varietà di sostantivi ed aggettivi per definire se stessa e le sue relazioni labirintiche con il proprio lavoro. “Le mie opere -sottolineava- sono grandi patchwork, proprio come la nostra cultura intesa come un tutto non è che un insieme di passatempi assemblati goffamente, un miscuglio di cose disparate, un accumulo di elementi diversissimi…”.

Trovano conferma queste affermazioni nella molteplicità di esiti e di contenuti, di metodi e materiali diversi, che la mostra offre: nello stile che unisce le modalità dell’arte concettuale e del surrealismo, con qualche incursione nell’Art Brut; nell’uso di oggetti banali, di materiali poveri (corda, tessuti, lana) appartenenti, il più delle volte, al mondo delle attività femminili.

Messaggera, è il titolo della mostra romana cui l’artista ha prestato, in modo ironico, il suo cognome come ad aggiungerlo idealmente all’elenco delle sue molte identità.

Una “messaggera” che, come sottolinea Chiara Parisi, la curatrice, non possiede certezze definitive. La sua unica missione può essere quella di cercare di interpretare il mondo in cui viviamo, smascherarne le apparenze, segnalarne le contraddizioni.

Messaggera come l’Hermes del mito, messaggero degli dei. Non può certo sfuggire l’identificazione dell’artista con l’Hermes del Gianbologna, la statua che grandeggia nel giardino della Villa, reggendo nella mano una chioma ondeggiante al vento. Simile a questa divinità slittante, incurante dell’alto e basso, capziosa di ogni forma di commercio, la nostra “messaggera” vuole presentarsi come nomade dalle molte identità e dalle molte risorse, a sottolineare la sua femminilità libera e spregiudicata.

Ci conduce in un mondo in cui non è possibile una lettura univoca e tranquillizzante di una realtà in cui non esistono confini tra ciò che ci è famigliare e ciò che ci inquieta e ci turba.

Ci ricorda che nel mondo gioioso dell’infanzia possono albergare ombre sotterranee, nell’amore la terribile maledizione della gelosia, nella tranquillità della vita quotidiana minacce di ogni genere. Così accade che il giocattolo, accostato ad animali veri impagliati, a loro volta manipolati con pezzi di animali finti, si configuri come traccia lontana di un’azione ludica che non ha trovato compimento, lasciata in sospeso come nei sogni abitati da incubi.

È il nero, il colore prevalente che agisce da enfatizzatore nella sfera delle interpretazioni, per smascherare ulteriormente l’interezza del reale. Ricorre insistentemente nei guanti giganti, dalle cui dita spuntano matite come spilli; nelle reti che incorniciano un cuore (Coeur au repos), un sesso maschile (Sexe au repos) abbandonati in un angolo (solitudine, insoddisfazione, delusione?); in un tutù mosso da un vento perenne che “non s’arresta mai”.

Feticcio che non riposa in pace, forma, con gli altri, un surreale paesaggio in cui l’artista procede mescolando con sapienza, leggerezza e serietà per farne riflessione sulla complessità della vita ma, soprattutto, sulla relatività delle nostre certezze.

Riflessione che non esclude la politica di un’artista che, sin dal suo esordio, non teme di definirsi femminista e che dello stare al mondo in un corpo di donna ha fatto uno dei suoi principali moventi artistici per restituirci uno sguardo dissacrante ed acuto sugli umori della nostra società.

Ecco allora che al nero si sostituisce il rosso. Il rosso di uteri variopinti, che sembrano fiori e che animano l’intera parete di una stanza che fu lo studio di Balthus.

Sono un inno alla vita, alla donna portatrice di vita ma riscattata dalla biologia come destino (No God in my uterus).

Alle donne colpevoli perché attraenti

colpevoli perché fiere e insolenti

colpevoli perché donne.

Alle donne che hanno avuto il coraggio di portare avanti quel pensiero femminista che ha fornito il contesto per le scelte artistiche di Annette.

Jolanda Leccese

Per saperne di più

La mostra su Annette Messager fa parte del ciclo Une.

Seguiranno le mostre di Yoko Ono e Claire Tabouret in primavera;

in autunno sarà presentato il dialogo tra Camille Claudel ed Elizabeth Peyton;

nel 2018 la personale di Tatiana Trouvé

 

IN RICORDO DI ANNA ROSSI DORIA

pubblicato su Leggere Donna n° 175

Chi, vi chiedo, può prendere, osare prendere su di sé i diritti,

i doveri, le responsabilità di un’altra anima umana?

Ecco una frase con la quale sembra opportuno ricordare Anna Rossi Doria, recentemente scomparsa: “la storica, studiosa e intellettuale, più stimata ed influente nell’universo politico femminile e femminista nazionale degli anni ’70-’90” come conferma la testimonianza postuma offerta nel testo letto durante i funerali alla Casa Internazionale delle Donne (16 febbraio 2017), nella sede della Società Italiana delle Storiche di cui è stata una delle socie fondatrici.

È un’interrogativa carica di tensione questa che, nel lontano 1848, Elisabeth Cady Stanton, considerata la leader del primo movimento femminista statunitense, aveva rivolto nella sua “Dichiarazione dei sentimenti” alla Convenzione sui Diritti delle Donne, passata alla storia come Convenzione di Seneca Falls. Una interrogativa retorica che, includendo una risposta di forte senso negativo, evidenziava come la mancanza di autonomia delle donne consistesse innanzitutto nella mancata proprietà di se stesse.

Anna ha voluto che fosse stampata sulla copertina di uno dei suoi libri più noti “Le donne nella modernità” (2007), come attestazione di quello che è stato il suo impegno costante: rendere sempre centrale l’importanza della costruzione della individualità femminile per la rivendicazione della parità dei diritti. Come attivista, vivendo il femminismo (incontrato a metà degli anni ’70) nei collettivi, nelle manifestazioni, negli incontri nazionali; tenendo corsi, conferenze, seminari in collaborazione con il centro culturale Virginia Woolf e con l’associazione Orlando di Bologna e, infine, come docente all’Università di Calabria e a Bologna con il primo corso ufficiale di Storia delle Donne.

È lei stessa a sottolineare le finalità e le modalità della sua ricerca di storica nel passaggio dal femminismo alla Storia delle donne. “Se il femminismo che avevo vissuto -afferma nell’introduzione al testo “Dare forma al silenzio”- aveva dato una certa forma al silenzio delle donne nella sfera politica, volevo indagare su altre, diverse e molteplici forme cercate nel passato, al fine non di costruire una genealogia femminile ma una storia con tutte le sue complessità e contraddizioni, inserita in un contesto più ampio. Una esperienza, continua l’autrice, vissuta con entusiasmo che certamente è stata il fondamento, la traccia sulla quale sono costruite le sue ipotesi teoriche. Alla storica, però, spetta il dovere di conservare intatta la cornice metodologica e lo stile intellettuale che è proprio della disciplina, di evitare soprattutto che l’inevitabile intreccio ragioni-sentimenti ostacoli la necessaria distanza critica dalla materia trattata.

Una storia delle donne che non sia ridotta ad una storia separata o a un settore della storia sociale: queste le necessarie premesse alla base di numerosi saggi che, nell’arco di più di un ventennio, spaziano dalla trattazione degli ostacoli frapposti all’affermazione di una individualità delle donne, ancora oggi minacciati e calpestati in nome della difesa della famiglia e delle tradizioni etniche e religiose, a quella relativa al rapporto tra le idee di uguaglianza e differenza, dalle dinamiche del voto femminile in Italia al suffragismo anglosassone.

Significative le pagine che guidano a individuare le varie matrici culturali che caratterizzano la battaglia suffragista per il diritto di voto in Inghilterra: da quella laica, a quella religiosa, a quella evoluzionista.

Allo stesso modo offrono spunti di grande interesse le riflessioni relative a una “Ipotesi per una storia del neofemminismo italiano” che evidenziano quelle che, a suo avviso sono state le due principali peculiarità del femminismo italiano: l’essere stato un fenomeno sociale e culturale, ma anche politico; l’aver posto l’accento sull’idea di differenza più che su quella di uguaglianza.

Nella sua attività di ricerca degli anni più recenti, Anna ha affrontato anche il difficile tema della storia delle donne nella deportazione, dimostrando, ancora una volta, come il rapporto storia-memoria, spesso terreno di pesanti forzature politiche, offra il suo lato migliore quando viene misurato su un oggetto e su un contesto sociale. Il saggio pubblicato nel 2011 “Appunti su emancipazione ebraica e diritto alla differenza” sarà oggetto di una successiva trattazione sulla rivista.

È un patrimonio di ricerche ed esperienze, quello che Anna ci consegna. Un patrimonio da difendere nei tempi inquieti in cui stiamo vivendo e da trasmettere specialmente alle più giovani che tendono a dimenticare, o forse non l’hanno mai saputo, quanto sono costate le conquiste di cui godono i frutti. Conquiste che molte sono disposte a cedere senza combattere in nome di una malintesa cultura della differenza che sta rinaturalizzando i comportamenti femminili e, di conseguenza, quelli dei maschi che non chiedono di meglio.

Jolanda Leccese

MOSTRA DI RAGAZZE YAZIDE

MAXXI, Roma, 24-29 gennaio 2016

pubblicato su Leggere Donna n° 175

Yazidi, o meglio Ezidi: una parola di cui pochi conoscono l’esistenza.

Sono i fedeli di una religione preislamica, la più antica del mondo, insieme con l’ebraismo, una combinazione di zoroastrismo, mitraismo, manicheismo, ebraismo, cristianesimo.

A praticarla sono gli appartenenti ad una minoranza di etnia curda, metà dei quali in Iraq (concentrati nelle zone a nord di Mosul e nella provincia curda di Dohuk), altri in Turchia, Siria, Iran, Armenia. Sono una popolazioni pacifica e tollerante, da sempre, e duramente, perseguitata perché accusata dall’ortodossia islamica di praticare culti eretici e di adorare il diavolo. Considerati kuffar, infedeli, dai fanatici islamici, sono stati oggetto da parte dei miliziani jiadisti, o meglio dai tagliagole del Daesh (secondo la giusta definizione del ministro francese Laurent Fabius), di un’aggressione sistematica e deliberata contro persone e su campi e villaggi.

A più riprese, dal maggio 2014 fino al novembre 2015, massacri e distruzioni della popolazione yazida si sono abbattuti, come “un’enorme pialla” sui villaggi del distretto di Shaikhān (un vero e proprio enclave di popolazioni minoritarie) a nord di Mosul, fino a quelli situati al confine con la Siria presso le montagne del Sinjar.

Tremendo il bilancio di quella che è stata una vera e propria pulizia etnica soprattutto nella città di Sinjar, culla secolare della più antica comunità yazida e nei villaggi circostanti, in particolare quello di Kojo (Kocho). Questa che gli yazidi annoverano come la 73esima  persecuzione, si è compiuta con conversioni forzate, edifici sacri dati alle fiamme, esecuzioni sommarie, separazioni forzate delle famiglie, stupri e schiavizzazioni di donne e ragazze.

Oscillano le cifre relative al numero delle vittime delle violenze e delle sopraffazioni. Continuano a venire alla luce fosse comuni né è possibile conoscere con precisione il numero degli uccisi o di coloro che sono morti di fame e di sete dopo essersi rifugiati sulle montagne.

Tremila, secondo le stime rese note, recentemente, dalla parlamentare Vian Dakhil, le donne rapite, anche minorenni, di cui molte oggetto di una sistematica tratta delle schiave; oltre mille, forse, i ragazzi addestrati militarmente per diventare futuri kamikaze.

Chi ha avuto la fortuna di salvarsi, ha dovuto riparare in zone più sicure, nel Kurdistan settentrionale dove si è riversata una vera e propria onda umana. Innumerevoli i campi profughi sorti da Erbil a Zakho, a Dahuk (Dohuk). Solo a Dahuk, la provincia più piccola dell’Iraq, risiedono più di seicentomila sfollati per cui non bastano sedici campi di accoglienza, venti se si aggiungono quelli per i rifugiati siriani, forse un unicum al mondo per una sola provincia.

In questa provincia è riparata la maggior parte degli yazidi sfollati: nei campi di fortuna di Sharya, Qadia, Hhanke. Proprio da Hhanke, da questa che è un agglomerato di costruzioni improvvisate, di tende e di polvere, è giunta, rivolta ad una opinione pubblica poco informata, una testimonianza forte sulle condizioni del popolo yazida. E’ giunta al Maxxi di Roma presentata in una mostra sicuramente chiusa troppo presto (dal 24 al 29 gennaio 2016).

È la testimonianza di sei ragazze che, sopravvissute agli orrori della guerra, raccontano, attraverso l’obiettivo della macchina fotografica, la vita dei profughi della  comunità yazida di Hhanke. Si chiamano Khawla, Klood, Bushra, Samia, Manal, Zina, selezionate dopo aver frequentato un corso di fotogiornalismo organizzato dall’Unicef con fondi del Ministero della Difesa italiana.

Non rovine di edifici né crateri generati dalle bombe nelle loro immagini, ma la quotidianità dei bisogni e dei problemi di persone che cercano di adattarsi alla vita in un ambiente difficile.

Giocano le ragazze con gli stessi giochi praticati nei giorni felici, eseguono, le donne, lavori consueti: lavano i panni, cuociono il pane, badano ai piccoli. Ma le pozzanghere, gli scarichi a cielo aperto, la miseria di poveri oggetti in abitazioni prive di conforti, ben rappresentano l’altro volto della guerra: quello di chi è stato costretto ad abbandonare le proprie case, ad affrontare lo sradicamento, la paura del futuro. Nessuna concessione, nelle immagini, al sensazionale né al compiacimento formale. Vesti, sguardi, volti, spesso in primo piano, raccontano bene una povertà non ereditata in sorte ma causata dalla crudeltà dell’uomo.

Eppure non si può non pensare alla capacità di reagire di queste sei ragazze che vogliono rappresentare un’intera comunità, far conoscere al mondo la loro tragedia.

Come Nadia e Lamiya, le due attiviste yazide insignite del premio Sacharov (giugno 2016) che, sopravvissute alla schiavitù sessuale da parte dei loro rapitori, si sono fatte portavoce di tutte le donne che, come loro, hanno subito soprusi. Hanno avuto il coraggio di sensibilizzare l’opinione mondiale sulla tragica condizione della comunità, di parlare in difesa dei diritti umani per restituire al proprio popolo il diritto alla vita nel rispetto del suo credo religioso e della sua identità; per proteggerlo, soprattutto, da un destino di estinzione cui sembra inesorabilmente avviato.

“Eravamo 17 milioni, ora siamo 700 mila”, così recita, oggi, un detto yazida.

 

Jolanda Leccese

 

 

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Notizie dall’associazione di volontariato per la solidarietà internazionale: “UN PONTE PER…”

Recentemente è stato dato alle stampe, con la prefazione di Martina Pignatti Morano, Presidente dell’Associazione (in lingua inglese ma presto disponibile anche in italiano) il volume “Êzidîs in Iraq” di Sa’ad Salloun, grazie al sostegno della CEI e della Flora Family Foundation.

 

Chi è VIAN DAKHIL SAEED

Unica componente della comunità yazida, eletta al Parlamento Iracheno, dedica la sua vita alla liberazione delle donne ridotte in schiavitù. Onorata nel 2014 dal premio Anna Politkovskaya, sa che la lotta è ancora lunga; per le donne liberate tutto rimane da costruire.

Recentemente in Italia, è intervenuta all’incontro organizzato, nel maggio 2016, dalla Camera dei Deputati dedicato alla comunità degli yazidi.

 

COMMISSIONE ONU: Yazidi è genocidio

Quello che è stato fatto agli yazidi è stato ufficialmente riconosciuto come genocidio dalla Commissione di Indagine istituita dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU che, richiamandosi all’art. 2 della Convenzione per la Prevenzione e Repressione del Crimine Genocidio del 1948, ha evidenziato come la brutale, precisa volontà di sterminio degli yazidi, in quanto gruppo etnico, sia da considerarsi la condizione necessaria per la “sussunzione della fattispecie genocidaria”.

 

YAZDA: un’associazione contro il genocidio yazidi.

Negli ultimi anni gli yazidi sono stati molto attivi attraverso YAZDA, una organizzazione fondata in America, per diffondere la consapevolezza sul genocidio subito. Il volto di questa loro battaglia è diventato

8 MARZO: PER NON DIMENTICARE

Sembra opportuno ricordare o far conoscere Elisabeth Cady Stanton (1815-1902), considerata la leader del primo movimento femminista statunitense, autrice della Dichiarazione dei Sentimenti, pronunciata ed approvata alla Convenzione sui Diritti delle Donne, passata alla storia come Convenzione di Seneca Falls (1848).

Sono sue queste parole “Chi, vi chiedo, può prendere, osare prendere su di sé i diritti,

                                                      i doveri, le responsabilità di un’altra anima umana?

Parole che la storica Anna Rossi Doria, l’intellettuale più stimata ed influente nell’universo politico femminile negli anni ’70-’90, recentemente scomparsa, volle stampate sulla copertina di uno dei suoi libri più noti “Le donne nella modernità”.

Come commento, a guisa di controcanto, riportiamo il contenuto di una poesia satirica sulle donne di Seneca Falls

 

Si son fatte le idee di voler parlare di sé

e brandiscono la Bibbia e la penna.

Son salite sul rostro, quelle elfi-megere

e -orrendo- parlano agli uomini!

Senza sbiancare vengono davanti a noi

ad arringarci, dicono, a favore degli sciocchi.

La cultura delle nostre nonne consisteva un tempo

nello stender la tovaglia sulle loro tavole generose,

nel far girare la conocchia o lavare il pavimento

e nell’obbedire il volere dei loro Signori.

Adesso le signore possono ragionare, pensare e dibattere

tanto che l’obbedienza è fuori moda.

 

I nostri saggi hanno cercato invano di esorcizzare

i loro spiriti turbolenti:

è come avere a che fare con il mare che non ha catene

o come voler conquistare l’etere con la spada.

Come i diavoli di Milton si rialzano dopo ogni colpo

e con spirito invitto insultano il nemico…

 

Per ridere un po’ ma anche per meditare…

 

 

Jolanda Leccese

Silvia Camporesi: il fascino delle rovine

pubblicato su Leggere Donna n° 174 (2017)

Centri storici, terme, antichi castelli, acquedotti e parchi sono a rischio distruzione.

Nella lista rossa del nostro immenso patrimonio artistico e culturale si allunga sempre di più l’elenco che ITALIA NOSTRA redige ogni anno su luoghi ed edifici in stato di rovina ed abbandono.

Congelati nelle nebbie dell’amnesia generale, marginali, degradati, sono l’espressione di un mondo travolto dalle contraddizioni e dai problemi più gravi dello sviluppo economico ed urbanistico della società contemporanea. Ma c’è chi si ostina a vedere nei borghi disabitati da tempo, nelle architetture fatiscenti divorate dalla vegetazione, perfino negli oggetti abbandonati, non il simbolo di una Italia che si sta sfaldando o che non c’è più, ma il simbolo di una Italia che resiste, che sopravvive a se stessa, che continua ad esistere oltre l’uomo.

Una Italia AILATI, per citare un palindromo usato da Luigi Ghirri, su cui recentemente si sta concentrando una parte della produzione letteraria, (si pensi a Franco Arminio con la sua paesologia,  a Mario Ferraguti con il suo “La Voce delle case abbandonate”), ma anche soprattutto visiva, un tema che si presenta articolato con timbri e registri diversi: dai torinesi che formano l’inscindibile marchio artistico Botta & Bruno a Edorado Tresoldi che ha ridato vita alla cattedrale di Santa Maria di Siponto (di cui restavano solo alcuni mosaici e la pianta), ad Alfredo Pirri con il suo intervento sull’ex centrale elettrica alla periferia di Bergamo, fino a giungere a Silvia Camporesi il cui nome è ben noto ai cultori della fotografia e che può vantare la partecipazione a mostre internazionali e premi importanti.

Forlinese di origine, classe 1973, laureata in filosofia, “studiando filosofia ho accumulato strumenti di elaborazione che probabilmente, se avessi frequentato l’Accademia, non avrei avuto”. Grande estimatrice di Diane Arbus per il suo andare controcorrente rispetto alla fotografia classica, ha compiuto i suoi studi sulla fotografia scegliendo come autori di riferimento Thomas Demande e James Casebere ma soprattutto Jeff Wall per la sua metodologia di lavoro.

Dopo anni di stage photography (importante la partecipazione alla mostra Italia Inside Out in occasione dell’Expo a Milano), ha trovato interessante lavorare sul paesaggio cercando, però, luoghi solitamente oscurati dalle bellezze della città d’arte, luoghi fantasma che abitano una Italia invisibile e lontana dalle cronache. È nato così un progetto, finanziato da quindici collezionisti, il cui risultato finale è stata la realizzazione di un libro/catalogo Atlas Italiae (Peliti edit.) che raccoglie circa 150 immagini, quasi una mappa ideale per l’Italia che sta svanendo. Avvalendosi di una rete di informatori sul territorio, l’artista ha esplorato tutte le regioni italiane per raccontare una realtà “altra”, un mondo che non c’è più in cui la quotidianità lascia il campo al sogno ed alla memoria. E per potenziare la resa visiva della memoria, si è servita di procedimenti di antica tradizione. Ha riattualizzato la coloritura a mano sulle foto precedentemente stampate in bianco e nero “un metodo che ha cambiato il mio rapporto con la fotografia e con gli spazi. Non è fotografare e scappare come si fa normalmente nella velocità dell’atto digitale, ma fotografare, guardare attentamente e vivere”; ha ripreso la tecnica giapponese del kirigami, una tecnica ideale, a suo avviso, in una superficie fotografica che permette di sottolineare i particolari con la tridimensionalità.

Dall’ex colonia montana di Saltrio al sanatorio di Sassari, dai grandi hotel dismessi di Porretta Terme e Salsomaggiore, ai piccoli borghi di Apice, Craco, Alianello, Erto. Sfogliando le pagine di questo libro, scopriamo aree abbandonate in parte già inesorabilmente riassorbite e nascoste da piante spontanee, quello che Clement Gilles definisce “il terzo paesaggio”.

Interni vuoti, porticati corrosi, scheletri di architetture private della loro funzione, ci stanno davanti, nella loro ambivalenza, come sentinelle al confine del tempo. Fantasmi di ciò che un tempo è stato integro; fantasmi che, però, tornano a rivivere grazie alla forza dell’arte, con la resistenza caparbia della macchie di muffa, degli intonaci scrostati, dei muri sbrecciati. Una resistenza al trascorrere inesorabile degli anni che conferisce loro il senso della durata rendendole un’ancora per la memoria.

Non a caso è stato scelto per il titolo del libro un personaggio che appartiene al tempo del mito. Come Atlas aveva il compito di sostenere la volta celeste, così questi luoghi diventano, attraverso lo sguardo dell’artista, un sostegno per la nostra memoria, artisticamente utili per il loro significato di testimonianza, del “risuonare del passato come continuità del tempo -così scrive Marinella Paderni nell’introduzione al testo da lei curato- base sicura per non precipitare nell’amnesia di un presente istantaneo, pieno di informazioni ma carente di esperienze e di ricordi”.

E se ci ponessimo non in una condizione contemplativa ma di riflessione, se ci spingessimo a riflettere sul “frammento”, che suggerisca non il “non più”, un’assenza senza possibilità di redenzione, ma il “ma ancora”?

“Io amo le rovine -ha dichiarato Anselm Kiefer- perché sono il punto di partenza per qualcosa di nuovo”.

 

 

Jolanda Leccese