Maestre d’Italia

di Bruna Bertolo

 

                                                                                                                      Neos 2017,  € 23,00

pubblicato su Leggere Donna n° 178

 

Bruna Bertolo: rivolese di nascita, tesi di laurea in Storia della filosofia, giornalista pubblicista dal 1988. Si è fatta notare nel mondo letterario per aver dedicato i suoi studi al mondo delle donne: Donne del Risorgimento (Ananke 2011), Donne nella Resistenza (Susalibri 2014), Donne nella Prima Guerra Mondiale (Susalibri 2015). Maestre d’Italia è la sua ultima fatica, un libro che, in dieci capitoli, presenta il cambiamento che si verifica nel mondo della scuola a partire dal Regno d’Italia, dalla promulgazione della legge Casati (1859), per giungere fino ai nostri giorni. Un cambiamento, questo, che viene presentato seguendo il “percorso delle maestre”, donne capaci di portare avanti lotte e rivendicazioni sociali ma anche discorsi nuovi in campo didattico, in grado di modificare sistemi e metodi nel rapporto insegnante-alunno.

Quante sono le allieve delle scuole, non dico primarie, ma secondarie, o quante sono le loro mamme che sanno che ci sono stati tempi in cui le maestre furono costrette a esibire un attestato di moralità per insegnare in sedi disagiate e spesso lontane dalle famiglie d’origine, che il loro stipendio era i due terzi di quello di un collega maschio, che, sottoposte all’eccessivo arbitrio dei Comuni nelle nomine e nei licenziamenti (fino al 1911, anno della legge Credaro), non potevano contare su prospettive di carriera? Eppure è importante sapere che attraverso la rivendicazione dei diritti negati alle donne, di cui anche molte maestre si fanno promotrici, è passata una parte dell’emancipazione femminile che ha consentito alle donne di svolgere ruoli di responsabilità socialmente riconosciuti.

In tempi, come i nostri, in cui molte conquiste, parole, battaglie del femminismo, sono pericolosamente travisate stravolgendone spesso l’eredità, è più che mai importante dare il giusto valore e peso alle attività di quelle maestre che hanno scritto tante pagine della libertà e dignità di cui oggi godiamo.

Sono tante, in questo libro, le storie di donne-maestre, spesso giovanissime, di diverse provenienze geografiche. Formano una galleria di ritratti composta da profili in alcuni casi noti, in molti altri sottratti all’oscurità. Sono donne tenaci, libere o alla ricerca della libertà attraverso il proprio lavoro. Le più attive trovano non solo nell’insegnamento, che pur resta un obiettivo primario, ma anche nel giornalismo, nella partecipazione alla politica, un mezzo per dare vita e concretezza alle proprie idee: alla lotta per la parità di stipendio, per la conquista del voto amministrativo, per il raggiungimento di un livello di preparazione, culturale e tecnico, uguale a quello degli uomini. “Sono diventata socialista perché maestra” scriveva Giuseppina Martinuzzi.

E non sono solo le socialiste come Linda Malnati, Emilia Mariani, a considerare, già nella seconda metà dell’Ottocento, il suffragio femminile il mezzo più rapido per far conseguire alle donne le altre conquiste economiche e sociali; avranno accanto le insegnanti cattoliche come Adelaide Coari che, pur diversamente orientata nei rapporti con la Chiesa, è stata autrice di un Programma minimo femminista, molto avanzato per l’epoca.

Donne coraggiose se si pensa che sono vissute in tempi in cui, come scrisse nel 1917 la giornalista Flavia Steno, “parlare di suffragio femminile in Italia era come dissertare sulla costituzione politica da elargire agli abitanti di Marte”.

Coraggiose come le dieci maestre di Senigallia che furono le prime donne ad avere diritto di voto (esercitato solo per un po’), come le numerose maestre perseguitate dal fascismo che, licenziate “senza giusta causa” per le loro idee politiche, come Abigaille Zanetta, Rita Maierotti, la “maestra rossa”, pagarono con l’arresto, la prigione, la loro volontà di non accettare una scuola resa di fatto strumento docile della propaganda fascista.

Scrive l’autrice queste pagine, che sono un bell’esempio di storia narrativa, con l’intento di stabilire un rapporto diretto con chi legge, ponendo domande, agganciando alla narrazione giudizi e riflessioni personali. Non formano i documenti un materiale grezzo inserito nella note ma diventano parte integrante del discorso.

Sono articoli di stampa, verbali istituzionali, e ancora diari, lettere personali, testimonianze di grande forza evocativa, scelte anche tra quelle che evidenziano il tessuto della quotidianità femminile, la rete dei rapporti famigliari e di amicizia.

Le autobiografie, i racconti e i romanzi dichiaratamente autobiografici delle maestre-scrittrici,  riportano “in diretta” le loro voci. Chi ha insegnato o  ancora insegna nella scuola, non con “il cuore freddo e l’anima sonnacchiosa” per usare una bella espressione di Matilde Serao, non può non apprezzare il talento didattico di Ida Baccini, autrice di libri per l’infanzia (Le memorie di un pulcino, il più famoso), l’istinto pedagogico di Maria Giacobbe che sa comprendere gli allievi “difficili” nella terra “difficile” di Orgosolo, il desiderio, il piacere di insegnare di Ada Negri, la passione e l’entusiasmo di Maria Maltoni. Maestra eccezionale la Maltoni,  protagonista, intorno agli anni ‘50 della grande rivoluzione didattica ispirata alle teorie di Freinet (I quaderni di S. Gersolé), ma anche combattente, pronta all’impegno politico, pronta ad aderire al movimento partigiano clandestino del suo piccolo paese.

Una lotta coraggiosa, scrive l’autrice, affrontata in tanti modi diversi nelle parti d’Italia, che vide impegnate anche numerose maestre-resistenti. Ne ritroviamo le storie nel capitolo IX del libro. Storie di torture e di morte, come quella di Graziella Giuffrida o di Rita Rosani; di deportazione come quella di Cecilia Deganutti, morta nel campo di concentramento noto come Risiera di S. Sabba. Ma anche storie che diventano testimonianze per non dimenticare, come quelle di Lidia Beccaria, che, sopravvissuta alla deportazione nel campo di Ravensbrück, conosciuto come L’enfer des femmes, l’unico concentramento esclusivamente femminile, ha voluto lasciare il ricordo delle sue esperienze (Le donne di Ravensbrück), convinta che “compito dei sopravvissuti sia testimoniare il lager e insieme farsi portavoce di tutti gli oppressi, in primo luogo dei meno ascoltati”.

Diverse e articolate sono le chiavi di lettura che questo libro offre. Sicuramente, a molte che leggeranno, potrà accadere di chiedersi “ma come ho fatto a non conoscere la maggior parte di queste storie?”. Forse, un commento tra i più graditi all’autrice potrebbe presentarsi sotto forma di questa domanda che anche io mi sono posta.

Jolanda Leccese

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IN RICORDO DI ANNA ROSSI DORIA

pubblicato su Leggere Donna n° 175

Chi, vi chiedo, può prendere, osare prendere su di sé i diritti,

i doveri, le responsabilità di un’altra anima umana?

Ecco una frase con la quale sembra opportuno ricordare Anna Rossi Doria, recentemente scomparsa: “la storica, studiosa e intellettuale, più stimata ed influente nell’universo politico femminile e femminista nazionale degli anni ’70-’90” come conferma la testimonianza postuma offerta nel testo letto durante i funerali alla Casa Internazionale delle Donne (16 febbraio 2017), nella sede della Società Italiana delle Storiche di cui è stata una delle socie fondatrici.

È un’interrogativa carica di tensione questa che, nel lontano 1848, Elisabeth Cady Stanton, considerata la leader del primo movimento femminista statunitense, aveva rivolto nella sua “Dichiarazione dei sentimenti” alla Convenzione sui Diritti delle Donne, passata alla storia come Convenzione di Seneca Falls. Una interrogativa retorica che, includendo una risposta di forte senso negativo, evidenziava come la mancanza di autonomia delle donne consistesse innanzitutto nella mancata proprietà di se stesse.

Anna ha voluto che fosse stampata sulla copertina di uno dei suoi libri più noti “Le donne nella modernità” (2007), come attestazione di quello che è stato il suo impegno costante: rendere sempre centrale l’importanza della costruzione della individualità femminile per la rivendicazione della parità dei diritti. Come attivista, vivendo il femminismo (incontrato a metà degli anni ’70) nei collettivi, nelle manifestazioni, negli incontri nazionali; tenendo corsi, conferenze, seminari in collaborazione con il centro culturale Virginia Woolf e con l’associazione Orlando di Bologna e, infine, come docente all’Università di Calabria e a Bologna con il primo corso ufficiale di Storia delle Donne.

È lei stessa a sottolineare le finalità e le modalità della sua ricerca di storica nel passaggio dal femminismo alla Storia delle donne. “Se il femminismo che avevo vissuto -afferma nell’introduzione al testo “Dare forma al silenzio”- aveva dato una certa forma al silenzio delle donne nella sfera politica, volevo indagare su altre, diverse e molteplici forme cercate nel passato, al fine non di costruire una genealogia femminile ma una storia con tutte le sue complessità e contraddizioni, inserita in un contesto più ampio. Una esperienza, continua l’autrice, vissuta con entusiasmo che certamente è stata il fondamento, la traccia sulla quale sono costruite le sue ipotesi teoriche. Alla storica, però, spetta il dovere di conservare intatta la cornice metodologica e lo stile intellettuale che è proprio della disciplina, di evitare soprattutto che l’inevitabile intreccio ragioni-sentimenti ostacoli la necessaria distanza critica dalla materia trattata.

Una storia delle donne che non sia ridotta ad una storia separata o a un settore della storia sociale: queste le necessarie premesse alla base di numerosi saggi che, nell’arco di più di un ventennio, spaziano dalla trattazione degli ostacoli frapposti all’affermazione di una individualità delle donne, ancora oggi minacciati e calpestati in nome della difesa della famiglia e delle tradizioni etniche e religiose, a quella relativa al rapporto tra le idee di uguaglianza e differenza, dalle dinamiche del voto femminile in Italia al suffragismo anglosassone.

Significative le pagine che guidano a individuare le varie matrici culturali che caratterizzano la battaglia suffragista per il diritto di voto in Inghilterra: da quella laica, a quella religiosa, a quella evoluzionista.

Allo stesso modo offrono spunti di grande interesse le riflessioni relative a una “Ipotesi per una storia del neofemminismo italiano” che evidenziano quelle che, a suo avviso sono state le due principali peculiarità del femminismo italiano: l’essere stato un fenomeno sociale e culturale, ma anche politico; l’aver posto l’accento sull’idea di differenza più che su quella di uguaglianza.

Nella sua attività di ricerca degli anni più recenti, Anna ha affrontato anche il difficile tema della storia delle donne nella deportazione, dimostrando, ancora una volta, come il rapporto storia-memoria, spesso terreno di pesanti forzature politiche, offra il suo lato migliore quando viene misurato su un oggetto e su un contesto sociale. Il saggio pubblicato nel 2011 “Appunti su emancipazione ebraica e diritto alla differenza” sarà oggetto di una successiva trattazione sulla rivista.

È un patrimonio di ricerche ed esperienze, quello che Anna ci consegna. Un patrimonio da difendere nei tempi inquieti in cui stiamo vivendo e da trasmettere specialmente alle più giovani che tendono a dimenticare, o forse non l’hanno mai saputo, quanto sono costate le conquiste di cui godono i frutti. Conquiste che molte sono disposte a cedere senza combattere in nome di una malintesa cultura della differenza che sta rinaturalizzando i comportamenti femminili e, di conseguenza, quelli dei maschi che non chiedono di meglio.

Jolanda Leccese

Cervellini in fuga

Mondadori Electa (pagine 156, euro 16.90)

    pubblicato su Leggendaria n° 115 gennaio 2016

Ogni anno cresce il numero degli italiani che fanno le valige e si trasferiscono all’estero: è questo ormai un dato acquisito intorno al quale le cifre si susseguono e non sempre concordano. Ad emigrare sono in particolare persone tra i 20 ed i 45 anni, alla ricerca di adeguate opportunità che l’Italia purtroppo non riesce ad offrire.

Secondo i dati offerti da una delle indagini più recenti promossa dall’Istituto Toniolo (in collaborazione con l’Università Cattolica), quest’anno, per la prima volta, la maggioranza dei giovani italiani, oltre il 61%, è pronta ad emigrare all’estero per cercare lavoro. E non parliamo solo di laureati in fuga, come spesso appare nel quadro usualmente fornito nei mass-media; la propensione ad andarsene è sentita in tutte le categorie ed a tutti i livelli di istruzione.

Essere cervelli in fuga è un problema o può anche diventare un fattore positivo, un vantaggio?

E’ una domanda che sicuramente si sono posti tre giovani reporter, Martino Migli, Gabriele Sansini, Francesco Taranto, noti ad un pubblico di giovanissimi come conduttori di un programma radiofonico in onda su  R.T.L. 102.5.

“Cervellini in fuga”. E’ questo il titolo del programma che presenta “in diretta” testimonianze di giovani italiani emigrati all’estero per lavoro, provenienti da quasi tutte le regioni d’Italia, pronti a rispondere alle domande degli intervistatori.

Il successo arriso alla trasmissione ha invogliato gli organizzatori a fare di più. Hanno voluto affidare alla pagina scritta i nomi degli intervistati, associare a ciascuno la propria storia; sicuramente limare, ridurre e condensare, “le più belle storie” in cui si sono imbattuti per conferire loro una ricchezza di senso che supera di gran lunga la comunicazione orale, l’immediatezza dei tempi radiofonici.

Ne è nato un lavoro a più mani, confluito in un libro che porta il titolo dell’omonimo format da essi condotto.

Viaggi e destini si sfiorano in questo libro seguendo le tracce non casuali di una bussola: quella posseduta dagli autori, figure fuori dagli schemi tradizionali, voci narranti di queste storie ma anche viaggiatori lungo rotte prestabilite che li portano ad incrociare le strade dei loro intervistati.

Nulla a che vedere, dunque, con le fiammate improvvise. Si tratta di appuntamenti fissati ma resta intatta quella che è l’essenza più bella del viaggiare: “conoscersi per poi incontrarsi, forse, di nuovo…”.

Se dunque il viaggio è l’elemento portante del testo, sono le storie dei singoli ad occupare la scena, sostenute da una prosa leggera e colloquiale, senza scomodare politologi o psicologi ma provando semplicemente ad ascoltare “i cervellini” secondo modalità di approccio che variano da persona a persona.

A Parigi come a Creta, a Saigon e poi ancora a Melbourne, Porlamar, Kabul, i nostri autori non si confrontano con le aride cifre delle statistiche ma con uomini e donne in “carne ed ossa”: Alessandro “ha la stazza di uno che sa arrangiarsi in situazioni estreme…la sua stretta di mano è quella di uno che non ama perdersi in convenevoli”; Samantha “un concentrato di energia e battute pronte, accompagnate da un capello riccio e rosso”; Gianluca “alto, folti capelli scuri…con il sorriso sempre stampato”.

Aprono una finestra sul mondo le loro storie: un mondo in cui l’ordinario si alterna all’eccezionale secondo numerose angolazioni.

Con Elena, Francesca, Rossana, Alessia, Samantha, Paola non si parla certo di “fiori d’arancio” né di interventi di chirurgia estetica per migliore il proprio corpo quanto piuttosto di curricula affollati da elenchi di vari lavori, di difficoltà incontrate nell’uso della lingua, nel rapporto con gli “altri”. “Si parte sempre con l’idea di essere a casa propria, invece non è così e bisogna imparare a comportarsi in modo da essere accettati”, afferma Francesca che gestisce a Creta un ben avviato B&B. Le fa eco Samantha che è stata venditrice di perle, pizzaiola, crespellara, prima di conseguire un dottorato di ricerca alla Columbia University e lavorare per la Mount Sinai School of Medicine nel settore della statistica. E se Alessia, ricercatrice nell’ambito della bioenergetica mitocondriale presso l’Università di Philadelphia, è orgogliosa di affermare che la sua è stata una libera scelta e non accetta l’etichetta di “italiana scappata”, Rossana da Bari, vulcanologa presso l’Università di Città del Messico, potrebbe essere definita come appartenente alla categoria “no change” per aver trovato difficoltà ad entrare come ricercatrice presso l’Università di Napoli.

Se mi dicono che non posso fare una cosa, faccio vedere subito che invece posso” afferma con orgoglio Francesca, ora controllore di volo nell’aeroporto di Miami (3000 voli al giorno), dopo aver prestato servizio nella Marina Militare Americana.

Orgoglio, insieme ad ottimismo e simpatia contagiosa, sono le qualità precipue di Paola da Messina che si occupa di traduzione e redazione di articoli per una casa editrice a Parigi (c’è anche un’altra Paola a Parigi, ormai affermata nella sua attività di  “facilitatrice di vita”).

Confesso di aver fatto una lettura partigiana del libro. Ho letto subito le testimonianze delle “cervelline” ed in tutte ho trovato non solo il coraggio di cambiare, la voglia di lavorare, ma anche una grande capacità di contenere le emozioni, soprattutto quando parlano dell’Italia lontana, di non abbandonarsi a quella emotività debordante cui tanta Tv vuole abituarci. Belle e interessanti le loro storie ma non sono da meno quelle di Alessandro, video-giornalista, grande estimatore di Herzog, che ha vissuto per tre anni a Kabul come corrispondente di guerra per conto della NATO; o quelle di Andrea che dirige, a Saigon, uno studio fotografico cui ha affiancato, recentemente, un’attività casearia; o quella di Mario, partito dalla Sardegna pensando alla vita monastica e finito a Mosca ad occuparsi di mercato immobiliare.

Sono diciotto le storie che riguardano questa “consistente percentuale minoritaria” per usare una bella definizione che appare nella postfazione di Gino e Michele.

Il lettore ha l’occasione di confrontarsi, sia pure per rapidi riferimenti, con altre culture, con altri sistemi di vita. Ma, alla fine, restano in primo piano le vicende dei protagonisti che ti si agganciano addosso. Tante quanti sono i luoghi, tante quanti gli umori, i ritratti dei protagonisti che restano nella mente e che spingono a continuare la lettura di altre storie ed ancora storie.

Jolanda Leccese

Il rumore delle perle di legno

di Antonia Arslan

Rizzoli, 2015, pgg.177, € 17,00

pubblicato su Leggere Donna n° 169

“Samo, Lesbo, Chio divise dalla Turchia da un breve tratto di mare…

ma era acqua avvelenata, gonfia di odio e di rancore,

di sogni di vendetta e di forzate sottomissioni”

 

Antonia Arslan, scrittrice e saggista, è una signora bionda, dal sorriso gentile, dalla voce cordiale; vicepresidente di Italarmenia, si adopera instancabilmente per far conoscere e diffondere notizie e informazioni su il genocidio del popolo armeno.

L’ho incontrata a Torino, ala Fiera del Libro, in occasione della presentazione della sua ultima fatica letteraria Il rumore delle perle di legno con cui, come scrive l’autrice, continua l’avventura della Masseria delle allodole e della  Strada di Smirne.

Sedute nella saletta del Caffè Letterario, abbiamo avuto un breve colloquio prima della presentazione; abbiamo parlato dell’amicizia che la lega a Luciana e della recensione apparsa su Leggere Donna  (n° 157)  riguardante il libro di Mush.

Questo ultimo libro è in realtà un libro che presenta la storia di una donna che ama definirsi senza infingimenti “a volte affettuosa, a volte sgradevolmente autoritaria, impermeabile agli altri o improvvisamente piena di fuoco, decisa (e divertita) nel non ascoltare nessuno”. Una donna che cerca di affrontare un viaggio a ritroso nella propria esistenza attraverso i lampi e le onde della memoria.

Giungono i ricordi dai profumi, dai rumori dell’infanzia, come quello prodotto dalle perle di legno che abbellivano a tenda d’ingresso del bar-tabaccheria sotto la sua abitazione, si appoggiano a dettagli che riguardano oggetti, filastrocche, canzoni; si allargano a comprendere immagini “e fu così che il grande sole divenne un’immagine gelosa, da conservare solo per sé nei lunghi inverni padovani”, digressioni sul potere prodigioso dei libri “porta sempre aperta verso gli altri, verso l’altrove…del quotidiano, della vita degli altri e di tutti…”, sconfinamenti nel continente esclusivo delle proprie fantasie che introducono a un “piccolo mondo caldo di vita dove il Male non entra…popolato di nomi e creature…perché la vita è troppo breve per accontentarsi di un solo nome”.

Non è un mausoleo nostalgico del passato quello che ci viene offerto ma una storia personale e familiare, popolata da figure molteplici, genitori, fratelli, zii, nonni; arricchita da vicende molteplici. Formano una storia pronta a farsi collage di altre storie in cui “c’erano orrore e coraggio, amore e morte e desolazione”. Storie del popolo armeno perseguitato e decimato che il nonno Yerwant raccontava alla nipote e che “le fecero dono della Patria Perduta al di là del mare: l’Armenia, la terra dei meloni giganteschi, dei grandi grappoli”.

Dall’infanzia all’adolescenza, alla giovinezza matura, la narrazione si compie in un arco di tempo che va dal 1945 al 1968. E’ una narrazione che si avvale di diverse strategie passando, con movimenti a volte appena percettibili, dalla prima persona, quella della bambina-protagonista, alla terza, quella della bambina-invecchiata che “pensa”, “riflette”, “si finge”, “ricorda”, e che, nel momento del rimpianto per un amore svanito, si concede la confidenza del “tu” verso un interlocutore assente: il ragazzo dai riccioli neri, l’amante fuggito verso “altri insufficienti approdi”.

In un continuo intrecciarsi di avvicinamenti ora parziali ora prolungati, fra soste e partenze, dal microcosmo delle case, luoghi degli affetti, ai soggiorni a Susin dove “tutte le storie del nonno si incastonavano per le strade”, all’altrove di viaggi in terra di Grecia nelle isole mitiche di Samo, Lesbo, Chio, l’autrice compie quella che definisce in una intervista, recentemente rilasciata a Venezia, “l’avventura di vedere se stessi come veramente siamo nella realtà dei piccoli dettagli”.

Un’avventura che non si conclude entro i confini di un solo IO, ma diventa un incontro con gli altri. Crea nel lettore quel calore che nasce, in molti casi, dalla condivisione sorprendente di esperienze, che rimangono pur sempre altrui, ma anche la consapevolezza dell’esistenza di una storia dolorosa che forse, ancora oggi, molti ignorano. La storia del popolo armeno che l’odio irrazionale pretese di cancellare dalla terra e dalla memoria.

 

 

                                                                                                     Jolanda Leccese

Serra con ciclamini – Il processo di Norimberga e la rinascita economica della Germania

di Rebecca West                                                                                                                               traduzione di Masolino d’Amico

Skira, 2015, pgg.165 € 16,00

pubblicato su Leggere Donna n° 169

Norimberga: una città della Baviera dal valore altamente simbolico per lo stato nazista. Qui furono promulgate nel 1935 le leggi che da essa presero il nome e che rappresentarono un momento chiave nella storia della persecuzione degli ebrei tedeschi e nell’applicazione dell’ideologia razziale.

Qui, dopo la vittoria delle forze alleate contro la Germania nella Seconda Guerra Mondiale, si tenne il più importante processo contro i criminali di guerra nazisti. Un processo estenuante che durò ben 218 giorni; undici furono le condanne a morte, sette a pene detentive emanate dalla Corte in cui sedevano i rappresentanti delle nazioni vincitrici, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, URSS, presieduta dal Giudice britannico lord Geoffrey Lawrence.

La narrazione del processo di Norimberga è rimasta affidata ai libri di storia nei licei e nelle università ed è stata presentata sul grande schermo attraverso documentari e fictions più o meno fedeli: il documentario di Felix Podmanieczky del ’58, il film Vincitori e Vinti di Stanley Kramer e il film-documentario Norimberga: lezioni per il presente. Oggi, a distanza di 70 anni, forse resta un evento poco noto alle nuove generazioni.

A riproporlo è un reportage della giornalista britannica Cecily Isabel Fairfield, meglio conosciuta come Rebecca West (pseudonimo scelto in onore dell’eroina di un dramma di Ibsen) che seguì il processo come corrispondente del New-Yorker.

Tradotto con molto ritardo in Italia, il resoconto viene pubblicato, da Skira, arricchito da altri due testi per altre testate (Evening Standard e Daily Telegraph) che presentano quello che accadde in Germania tra il ’46 ed il ’54 fino alla rinascita economica del paese.

Il processo, nonostante i molti aspetti negativi che l’autrice non manca di sottolineare, fu, a suo giudizio, uno di quegli eventi che “non diventano esperienza”. Ebbe, però, il merito di “costringere un grosso e caotico evento storico a diventare comprensibile”, e soprattutto quello di allegare all’accusa migliaia di documenti di archivi nazisti, scongiurando, così, il pericolo dell’esibizione di prove distorte a beneficio di qualche scrittore o politico di pochi scrupoli.

“A Norimberga, nel 1946, il nemico del mondo veniva processato per i suoi peccati”.

E’ questo l’incipit del testo che possiede la lapidaria asciuttezza di un verdetto senza appello. Non espresso con piglio moralistico, quanto con la certezza di chi non discute la legittimità di un processo intentato dai vincitori ai vinti e dà per scontato che le atrocità commesse dai nazisti andavano punite.

Ponendosi in questa ottica, l’autrice non si sofferma nell’evidenziare le persecuzioni contro gli ebrei, i dissidenti religiosi, gli omosessuali, gli zingari; preferisce presentare l’ambiente, l’atmosfera in cui il processo si svolse, i cavilli legislativi che costrinsero la macchina processuale a ritardare la conclusione, le reazioni del pubblico, il dramma dei giudici, “uomini che sanno di aver ragione e sentono il dovere di un giudizio preciso ma che si trovano davanti alla difficoltà di documentare crimini tanto grandi”.

Una situazione che non le impedisce di meditare su ciò che accade se un processo per omicidio dura troppo “allora viene fuori qualcosa di più dell’omicidio. Nell’assassino viene fuori l’uomo; pensare di distruggerlo diventa orribile”.

In primo piano gli imputati. Impietose le descrizioni dell’aspetto che risentono di suggestioni espressioniste: da Göring che “a volte, particolarmente quando era di buon umore, faceva pensare alla maitrêsse di un bordello, ad Albert Speer “nero come una scimmia”, a von Schirach che “stupiva perché sembrava una linda e scialba governante”; ma obiettive sono le considerazioni delle loro reazioni davanti alla morte “va detto che tra loro non ci fu un solo codardo”.

Sullo sfondo Norimberga, le poche luci e le molte ombre della vita di tutti i giorni condotta tra mille difficoltà. Un argomento ulteriormente sviluppato nel secondo testo. Qui la Weiss riesce a presentare sotto nuova luce argomenti noti ma anche ad evidenziarne altri poco frequentati nei manuali di storia: dalle condizioni di vita dei profughi, degli espulsi, dei rifugiati, a quelle dei berlinesi, alla difficile convivenza tra le forze occupanti, alle pesanti costrizioni imposte nel settore orientale di Berlino.

Sempre presente in prima persona, ci offre una testimonianza alimentata dall’ammirazione verso gli abitanti di Berlino, contraria ad ogni forma di totalitarismo dopo l’esperienza della guerra. In particolare la sua ammirazione si rivolge verso le donne “stanche, povere, spaventate ma anche coraggiose”, pronte ad affrontare lavori tradizionalmente maschili, ad entrare nei sindacati per difendere i diritti dei lavoratori, a battersi contro le quotidiane violazioni dei diritti civili nel settore russo.

La Serra con Ciclamini, luogo di vita, in cui un anziano giardiniere, con una gamba sola, si ostina a coltivare e vendere fiori, ossimoricamente accostato, nel sottotitolo a Norimberga, luogo di morte, sembra racchiudere in figura di cerchio il succo di tutta la storia.

La storia di un popolo prostrato dalle distruzioni ma anche capace di rialzarsi e soprattutto di riscattarsi dagli orrori e dai crimini commessi.

31 luglio 2015

Jolanda Leccese

“Apulia” di Ingeborg Bachmann

La Puglia come la vide

pubblicato su Leggere-Donna n° 162, 2014

Apulia è un nome meraviglioso-io non credo che qualcuno potrebbe risolversi a dire Le Puglie, la parola italiana non coglie nel segno, è geografica…”.

Così sottolineava il fascino del nome latino, di contro al termine italiano, privo di ogni aurea e puramente geografico, la scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann.

Nata a Klagenfurt, in Carinzia nel 1926, la sua fama è stata consacrata da una raccolta di poesie “Invocazione all’Orsa Maggiore”, del 1956, un volume che comprende appunto la poesia In Apulien (titolo italiano Apulia) e che deve gran parte della sua ispirazione all’Italia.

Aveva poco più di vent’anni, la Bachmann, quando dopo aver conseguito a Vienna la laurea in Filosofia, si era trasferita a Roma. Qui, tra il luglio del 1954 e il giugno del 1955, svolse l’attività di giornalista, inviando a radio Brema corrispondenze politiche dalla capitale1. Seppe svolgere con sensibile attenzione e professionalità il suo lavoro, dimostrando grande familiarità con la realtà italiana di quegli anni.

Innamorata dell’Italia, la scrittrice, negli stessi anni soggiorna a Napoli e a Ischia, dove vive accanto al compositore Hans Werner Henze, viaggia in Puglia e scopre le bellezze di Castel del Monte e Alberobello. A Ischia, lontana dall’asfittica atmosfera della Vienna post-bellica (risale agli anni ’50 la sua denuncia contro il maschilismo volgare e i ricatti sessuali negli ambienti letterari viennesi), Ingeborg vive in un’atmosfera di esilio intellettuale, in una sorta di bohéme cosmopolita.

L’Italia sarà la sua terra primigenia “Nella mia terra primigenia, il Sud, sono emigrata, e ho trovato/nudi e spogli e sommersi/fino alla cintola nel mare/città e castelli”. L’esperienza italiana contribuirà a diffondere, nelle sue poesie, una sensazione di luce, colore e sensualità “nulla di più bello sotto il sole/che stare nel sole”.

Roma con il Tevere, i Colli, il Testaccio, Napoli con il paesaggio dei Camaldoli, di vai Toledo, Venezia, città “anfibia”, città “doppia”, che si rispecchia nell’acqua; e ancora il paesaggio mediterraneo “Terra stordita e assordante con piante solanacee e correnti di profumo, terra tramontata nel mare e sorta nel cielo”, sono i luoghi metaforici della sua accensione poetica, in cui, ovviamente, il materiale biografico viene funzionalizzato a una più complessa strategia di scrittura.

E poi c’è la Puglia, cui la scrittrice dedica la poesia In Apulien, pubblicata per la prima volta sulla rivista Merkur nel ’55. Poche pennellate per abbozzare un’immagine della regione, stilizzata, attraverso l’espediente retorico della sineddoche, in tratti essenziali: gli alberi di ulivo, il papavero, i campi, le città-grotta, l’asino, gli otri d’acqua. Ne emerge un’immagine della Puglia che è quella di una terra contadina, un’immagine costruita sulla dialettica luce-buio, dove la luce dei campi stride con le condizioni di vita degli abitanti, con il colore nero delle labbra, con la cruda visione dei bimbi aggrediti dalle mosche. Ma alla durezza della condizione esistenziale si oppone una visione utopica di riscatto in cui la proverbiale siccità pugliese sembra sconfitta da una alacrità che coinvolge animali e uomini. Così le stesse “madonne” si trasformano da entità religiose astratte in “balie”, mentre i prodotti rituali della terra, l’olio che scorre, le olive che vengono frante, diventano regali che “bastano”. E in questo rovesciamento utopico, l’immagine della “tarantola che travolge il papavero ebbro”, posta a chiusura della poesia, assume un’importanza centrale e si lega alla danza rituale della tarantella riprodotta attraverso il ritmo martellante del trocaico. Collegata al tarantismo, a quell’aspetto magico pugliese che sin dal ‘700 aveva attirato i visitatori di lingua tedesca, è un’immagine che evoca la liberazione dell’oppresso -umili contadini, braccianti, molto spesso donne-, dalla fatica e dallo sfruttamento attraverso la danza e la musica.

È singolare la coincidenza di interessi che accosta la scrittrice a Carlo Levi di “Cristo si è fermato a Eboli”, ancor più a Ernesto De Martino che in “Sud e magia” del 1959 dedicherà la sua attenzione al tarantismo come terapia musicale, una ricerca che è forse tra i più straordinari documenti etnologici dedicati al Sud.

Ma, se è vero che ogni poesia trascende l’esperienza vissuta e che i luoghi nell’opera d’arte sono realtà letterarie, “paesaggio spirituale”, più che realtà geografica, in Apulia la lettura etnologica della realtà meridionale si intreccia con i principi fondamentali della poetica di Ingeborg, con la sua idea della funzione utopica della poesia, del potere salvifico della parola poetica.

Così la “tarantola che travolge il papavero”, la pianta di Morfeo, figura metonimica dell’oblio, diventa il simbolo della poesia. Il suo morso, che provoca la malattia ma che suscita anche la danza rituale in cui il mondo si capovolge, diventa, come scrive Luigi Reitani, il “morso dell’arte”, il morso della poesia, che agisce come “stimolo e pungolo” rispetto al “sonno del mondo”: la poesia che crede nel valore e nella forza dell’utopia, come la “Boemia sul mare”2, paesaggio utopico per tutti gli uomini, il paese che non raggiungeranno mai ma nel quale non devono mai smettere di sperare.

Jolanda Leccese

Per saperne di più

Scrittrice versatile, autrice di poesie, di saggi, di racconti “Trentesimo anno, Tre sentieri per il lago, di radio-drammi, la Bachmann divenne vera e propria “autrice di culto” dopo la pubblicazione del romanzo Malina (Adelphi 1973), quando era ancora in vita. Romanzo precorritore per i temi trattati, per la denuncia, tra gli altri, della condizioni femminile, per le ardite tecniche di scrittura, Malina solo con il tempo ha trovato adeguati strumenti interpretativi, dal post strutturalismo al pensiero della differenza, attraverso Bachtin e Barthes.

A Ingeborg Bachmann, a quarant’anni dalla sua scomparsa, la SIL (Società Italiana delle Letterate) ha dedicato un convegno che si è svolto a Roma dal 27 al 29 settembre c.a. e che ha visto la presenza di numerose studiose coordinate da Rita Svandrlik, germanista e autrice di varie opere sulla scrittrice.

1 Quel che ho visto e udito a Roma, Quodlibet, Macerata 2013.

2 Boemia sul mare è l’ultima poesia scritta da Ingeborg nel 1968, ancora inedita in Italia; magistralmente tradotta da Luigi Reitani (Il Sole 24 Ore, 13 ottobre 2013)

Il contrabbando della vita

Passioni e politica nell’Italia del Risorgimento

Emilia Sarogni, Ed. Daniela Piazza, Torino 2010, pgg. 295, € 18,00

 

pubblicato su Leggere-Donna n° 155, 2012

 

In occasione del Centocinquantenario commemorativo numerosi sono stati i contributi che hanno raccontato, trasfigurato e persino vilipeso, il movimento Risorgimentale.

Tra quelli che evidenziano quale sia stata l’eredità del nostro Risorgimento, a tutto ciò che entrato a far parte delle idee di nazione, non esclusi lo spirito di sacrificio e l’eroismo vissuto silenziosamente come dovere, va segnalato il libro della scrittrice e saggista Emilia Sarogni.

Il contrabbando della vita, un libro che ha il merito di valorizzare la vita e l’opera di Salvatore Morelli, un personaggio ingiustamente trascurato, un patriota che ha operato nella Napoli dei circoli liberali e delle sette segrete e che ha pagato, dopo il ’48, uno scotto durissimo per i suoi ideali nelle prigioni borboniche.

Pugliese di nascita (Carovigno 1824), di formazione culturale napoletana, Morelli è stato uno spirito indipendente che ha saputo coniugare la passione per la cultura con l’impegno civile affiancando alla lotta politica quella contro l’ignoranza, a favore dell’istruzione e dell’emancipazione della donna.

Antiborbonico e repubblicano, è stato anche un intellettuale di rilievo che ha offerto un contributo importante alla cultura risorgimentale del Sud sulla questione femminile. Vicino alle correnti di pensiero più innovative provenienti d’Oltralpe, è l’autore del primo libro sistematico sui diritti delle donne La donna e la scienza o la soluzione del problema sociale pubblicato nel 1861, dieci anni prima de La servitù delle donne di Stuart Mill.

Un libro che evidenzia la modernità di un pensiero che ritiene “l’egoismo del patriarca la prima e più nascosta tra le disuguaglianze sociali” nella convinzione che la rigenerazione della società debba passare attraverso il riscatto dei diritti e della dignità della donna.

Deputato del Regno, dopo l’Unità,  sarà il primo politico italiano a richiedere la parità dei sessi, a proporre la riforma dell’Istituto di Famiglia, la possibilità del divorzio, la soppressione delle discriminazioni fra figli illegittimi e naturali. Troppo in anticipo per i suoi tempi, sarà apprezzato da politici e intellettuali europei, sostenuto dai comitati femminili per l’emancipazione delle donne, ma non troverà consenso nella maggior parte della classe politica italiana.

Complessa e straordinaria è stata la vita di Morelli. L’autrice la presenta calandola nella grande storia del nostro Risorgimento e si fa carico di renderla affabulatoria, ora travestendola da racconto, ora sceneggiandola nei monologhi e nei dialoghi.

Nessuna propensione ai colpi di scena, a situazioni mirabolanti. È il suo un procedere  che fa scorrere in modo graduale le fasi della vita del personaggio inserite in un quadro di riferimento assai variegato di eventi come di posizioni politiche: dalla giovinezza ardente e sognatrice, vissuta tra amori, cospirazioni, arresti, una prigionia decennale, alla maturità operosa impegnata, dopo la proclamazione del Regno, nella duplice attività di giornalista e di parlamentare.

La denuncia ai ritardi e agli errori del nuovo governo, condotta su Il Dittatore e Il Pensiero, giornali da lui fondati, le impegnative campagne parlamentari a favore della reintegrazione giuridica della donna, il tramonto silenzioso ed oscuro nell’incomprensione dei contemporanei, tutto questo è presentato dall’autrice con competenza e completezza d’informazione.

Salvatore Morelli muore, in miseria, nel 1880. Dalla sua morte “le donne italiane hanno impiegato oltre un secolo, per ottenere nelle leggi del Paese la parità dei diritti con l’uomo”.

 

Jolanda Leccese