8 MARZO: PER NON DIMENTICARE

Sembra opportuno ricordare o far conoscere Elisabeth Cady Stanton (1815-1902), considerata la leader del primo movimento femminista statunitense, autrice della Dichiarazione dei Sentimenti, pronunciata ed approvata alla Convenzione sui Diritti delle Donne, passata alla storia come Convenzione di Seneca Falls (1848).

Sono sue queste parole “Chi, vi chiedo, può prendere, osare prendere su di sé i diritti,

                                                      i doveri, le responsabilità di un’altra anima umana?

Parole che la storica Anna Rossi Doria, l’intellettuale più stimata ed influente nell’universo politico femminile negli anni ’70-’90, recentemente scomparsa, volle stampate sulla copertina di uno dei suoi libri più noti “Le donne nella modernità”.

Come commento, a guisa di controcanto, riportiamo il contenuto di una poesia satirica sulle donne di Seneca Falls

 

Si son fatte le idee di voler parlare di sé

e brandiscono la Bibbia e la penna.

Son salite sul rostro, quelle elfi-megere

e -orrendo- parlano agli uomini!

Senza sbiancare vengono davanti a noi

ad arringarci, dicono, a favore degli sciocchi.

La cultura delle nostre nonne consisteva un tempo

nello stender la tovaglia sulle loro tavole generose,

nel far girare la conocchia o lavare il pavimento

e nell’obbedire il volere dei loro Signori.

Adesso le signore possono ragionare, pensare e dibattere

tanto che l’obbedienza è fuori moda.

 

I nostri saggi hanno cercato invano di esorcizzare

i loro spiriti turbolenti:

è come avere a che fare con il mare che non ha catene

o come voler conquistare l’etere con la spada.

Come i diavoli di Milton si rialzano dopo ogni colpo

e con spirito invitto insultano il nemico…

 

Per ridere un po’ ma anche per meditare…

 

 

Jolanda Leccese

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ALLE DONNE VITTIME INNOCENTI DELLE GUERRE

A te che guardi nell’angoscia

ed hai la bocca stanca di domande

A te che piangi 

seduta sull’orlo dell’ombra 

non hai altro che le mani

a dire tutta la tua storia

Fiore che ha visto  

uragani 

di stragi palesi e clandestine

A te che cammini 

tra corpi insepolti

per strade abitate dall’oltraggio

A  te sorella 

a voi che non conosco

Io porgo ultima la Voce

che s’incurvi nello strazio  

come  lembo di petali su sassi

e tenga aria di respiro

quando misericordia è consumata

e accese conservi le lanterne 

nell’incessante caligine

nel letargo che precede 

la rinascita

 Jolanda LECCESE

Isabella Morra

pubblicato su Leggere Donna n° 168

                                                                                                luglio-settembre 2015

 

Nella zona sud orientale della Basilicata, al confine con la Calabria, sorge, come sospesa tra mare e monti, la piccola cittadina di Valsinni. Qui, nella prima metà del ‘500, quando Valsinni si chiamava ancora Favale, quando l’Italia era percorsa in lungo e in largo dai francesi di Francesco I e dagli spagnoli di Carlo V, qui abitò Isabella Morra (o di Morra), figlia del barone Giovan Michele e di Luisa Brancaccio, terzogenita di otto fratelli, nata tra il 1516-18; una poetessa educata al culto dei classici e della poesia del Petrarca, autrice di uno struggente Canzoniere.

Qui la sua vita fu stroncata molto presto (tra il 1545-46) per mano dei fratelli a causa di una presunta relazione con un barone napoletano di origine spagnola, don Diego Sandoval di Castro.

Tragica e commovente la sua storia che sembra racchiudere tutti gli elementi di una trama romanzesca: dalla forzata reclusione nel castello di famiglia da parte dei fratelli, alla tristezza per l’assenza degli affetti più cari, nella desolazione più assoluta di luoghi e di uomini (suo padre era esule in Francia, alla corte di Francesco I)[1].

Una storia che si conclude con una morte violenta e misteriosa (è possibile ravvisarvi, oltre alla vendetta per motivi d’onore, quella per motivi politici) per mano dei fratelli che la uccisero dopo aver ucciso il suo precettore e, successivamente, il suo presunto amante.

Si chiamava Diego Sandoval di Castro, bel guerriero che aveva militato nell’esercito di Carlo V, un petrarchista, amante anch’egli della poesia che, pur bandito e contumace per alcuni non chiari trascorsi con la legge, andava a visitare la moglie, Antonia Caracciolo, nel feudo di Bollita (oggi Nova Siri). Con lui Isabella aveva avviato segretamente una corrispondenza epistolare[2], tramite l’intermediazione del suo precettore, forse uno scambio di pareri sulle poesie, o forse, in seguito, uno scambio di notizie per programmare la fuga in Francia. Non si potrà mai sapere con certezza se questa relazione sia stata un’amicizia innocente e platonica o qualcosa di più intimo.

L’unica certezza resta la morte violenta di Isabella nel fiore degli anni.

Ma se Isabella muore, non scompaiono i suoi componimenti. Rinvenuti in seguito alle indagini e alle perquisizioni effettuate durante il processo successivo al triplice omicidio[3], porteranno il nome di Isabella alla ribalta nazionale, appena sei anni dopo la sua morte, grazie ad una pubblicazione parziale di Ludovico Dolce nel 1552 per essere, poi, interamente raccolti in un’antologia tutta al femminile curata da Ludovico Domenichi nel 1559[4].

Poi, dopo un lungo silenzio durato ben quattro secoli, il nome di Isabella sarà riscoperto da Angelo De Gubernatis nel 1901 per passare all’attenzione di Benedetto Croce che se ne occupa approfonditamente in un lungo saggio, successivo ad un viaggio-pellegrinaggio fino a Valsinni nel 1928 (la sua monografia resta tuttora un documento importante per la ricchezza delle ricerche)[5].

Certamente la romantica vicenda e soprattutto la tragica fine di questa donna esaltano le emozioni di chi legge e, allo stesso tempo, i suoi versi sono stati e continuano ad essere oggetto di attenzione e di commento da parte di numerosi ed autorevoli critici.

Tutti concordi nell’affermare che la grande verità che emerge dai versi della poetessa è quella di un’anima tormentata che canta la propria solitudine; ma se i rappresentanti di una critica più datata (De Gubernatis, Toffanin, lo stesso Croce) liquidano tradizionalmente i versi di Isabella come un esercizio di stile minore rispetto al Canzoniere-modello pertrarchesco, la critica più recente ha proposto una radicale rilettura dei suoi componimenti, inquadrandola nell’ambito della poesia femminile del Rinascimento, evidenziando come essa erediti dal petrarchismo solo l’aspetto superficiale per presentarsi come un modello “altro”[6].

La storia di Isabella ha ispirato altresì artisti nel teatro come nel cinema; di largo successo la pièce teatrale curata da Dacia Maraini[7], molto discussa quella di André Pieyre de Mondiargues del 1973. Nel 2005 è stato presentato, alla 62esima edizione del Festival del Cinema di Venezia, il film di Marta Bifano: Sexum superando[8].

Il Canzoniere

Premesso che non esiste un’edizione delle liriche curata dalla poetessa e che quindi non si conosce l’ordine da lei dato alla raccolta, il Canzoniere comprende tredici componimenti. Suddiviso in due stagioni poetiche distinte, è contraddistinto dalla prima, segnata dalla sofferenza e dal rifiuto della propria condizione, dalla seconda costituita dalle ultime due canzoni religiose, che, nelle invocazioni a Cristo ed alla Vergine, si presenta come pacificata dal pentimento per un passato biografico e poetico avvertito come un “cieco error[9].

Quello di Isabella non è un canzoniere d’amore; l’amore appare solo sfiorato nel sonetto a Giunone pronuba (II)[10].

Isabella non dedica il proprio canto ad un oggetto d’amore maschile ma, attraverso una duplice denominazione “io tua figlia Isabella” (S. III) e “i fiumi di Isabella” (S. VIII) invita il lettore a considerare i suoi versi come espressione di una voce femminile; la voce di una donna che, pur considerandosi priva di “loda alcuna” non esita a dialogare con i rappresentati della cultura del tempo, a rivolgersi al poeta Alamanni con affettuosa deferenza “caro Luigi” (S. V); che rivendica l’orgoglio di distinguersi non solo dal linguaggio poetico maschile ma anche dalle altre voci liriche femminili in uno dei versi più potenti della raccolta “E donna son e contro le donne dico” (S. VI). Un verso che, secondo lo studioso Nunzio Rizzi, non costituisce una “convenzionale autodenigrazione misogina ma indica piuttosto una differenza anche nei confronti del petrarchismo rinascimentale al femminile”.

E’ una voce, quella di Isabella, che si propone sempre in prima persona. E’ un soggetto lirico femminile che si rivolge incessantemente ad un referente poetico femminile: Fortuna,  l’incontestata protagonista del Canzoniere. E’ la presenza dominante con la sua crudeltà nei versi a lei esplicitamente dedicati: nel S. I come argomento principale della sua poetica “i fieri assalti di crudel Fortuna/ scrivo piangendo”, nella canzone XI, interamente ad essa dedicata, in cui viene illustrata la persecuzione attuata “a disciolta briglia, cominciando dal latte e da la cuna” nei confronti di un cuore che vive afflitto e sconsolato.

Richiamata continuamente, anche quando non ricopre un ruolo centrale, Fortuna è “la mia adversa e dispietata stella”, la responsabile non solo del suo ma del destino del padre (S.III); è, nel sonetto VII, che si apre con una invocazione alla natura circostante, la causa della “doglia eterna” dell’io lirico.

Leggere i versi di Isabella è come leggere un’autentica biografia in versi. La studiosa Paola Malpezzi Price ha parlato della vita di Isabella come di un pre-testo della sua poesia[11]. In una continua osmosi fra tracce esistenziali e tensioni ideali, lo spazio lirico si allarga a comprendere le componenti storiche ed ambientali di cui si sostanzia il suo vissuto.

Ecco i riferimenti ripetuti ai costumi degli abitanti di Favale “fra questi aspri costumi di gente irrazional, priva di ingegno”, in cui si riverbera lo stato d’animo di una donna incompresa e reclusa (canzone XI); l’elogio a Francesco I “l’alto re” in cui affiorano, insieme alla speranza di sottrarsi al triste destino, la consapevolezza del proprio valore poetico e il desiderio di fama “degno il sepolcro se fu vil la cuna/vo procacciando con le Muse amate” (S. I).

I “ruinati sassi, le orride ruine, le selve incolte e solitarie grotte”, parte integrante dell’aspro e selvaggio paesaggio lucano, diventano luoghi dell’anima inquieta che trascina con sé schegge di un dolore perenne “la mia doglia eterna” (S. VII).

Allo stesso modo c’è, nell’invito al “torbido Siri” a riportare il “suo duolo al padre caro”, il nodo irrisolto di un bisogno inappagato di affetto da parte del padre, l’intensità del dolore per la sua lontananza (S.VIII).

“Non un dramma d’amore, neppure della gelosia, ma della libertà” così Dacia Maraini, la scrittrice che ha sempre cercato nel suo teatro “se non di cambiare il mondo, di aiutare lo spettatore a pensare come dovrebbe essere”, ha definito la storia di Isabella.

A distanza di cinque secoli, ancora oggi, la poesia di Isabella affascina. Poesia di un animo tormentato che canta temi universali: l’abbandono, la speranza di sottrarsi ad un triste destino, l’incomprensione delle persone insensibili, il desiderio di gloria. Ma ugualmente inquietano ed invitano a riflettere sulle vicende della sua vita, in tempi come i nostri in cui la ribellione alla mentalità autoritaria, anche famigliare, è considerato un delitto, un’offesa punibile con la morte.

Per non dimenticare

Il comune di Valsinni, ormai da molti anni, è sede del Parco Letterario “Isabella Morra”.

E’ un luogo aperto tutto l’anno in cui, d’estate (dal 13 luglio al 31 agosto), si celebra il ricordo di Isabella con spettacoli teatrali, musiche, mostre, visite guidate, convegni.

Importante è stato il Convegno del 1999 “Isabella Morra e il Rinascimento europeo” che ha riunito personalità di spicco della cultura non solo italiana ma europea.

Nei vicoli dell’antico borgo di Favale, tra le case di pietra annerite dal tempo, rivive la storia di Isabella e torna a vivere il suo spirito inquieto attraverso le atmosfere e le suggestioni che ispirarono la sua poesia.

Jolanda Leccese

[1]           Imputato di alto tradimento per essersi schierato dalla parte dei francesi contro gli spagnoli, non tornerà più in Italia anche se, concluso il processo, gli sarà restituito il titolo e concessa la facoltà di rientrare.

[2]                 Diego Sandoval di Castro e Isabella di Morra “Rime”, a cura di T. R. Toscano, Salerno editrice , Roma, 2007.

[3]           Intentato dalle autorità spagnole, si concluderà con un nulla di fatto per l’assenza dei fratelli colpevoli. Decio e Cesare ripararono in Francia grazie alla protezione del padre (ancora vivo come afferma B. Croce in base alle sue ricerche d’archivio) e del fratello Scipione.

[4]                 L. Domenichi “Rime diverse d’alcune nobilissime, et virtuosissime donne”, Lucca, V. Busdraghi, 1559.

[5]                 B. Croce, “ Storia di Isabella di Morra e Diego Sandoval de Castro”, Sellerio, Palermo, 1983.

Pubblicato per la prima volta in La Critica, vol. 27, 1929.

[6]                 “Isabella Morra e la poesia del Rinascimento europeo” a cura di Neria De Giovanni, Nemapress, Alghero, 2001.

Nunzio Rizzi “E donna son e contra donne dico: il Canzoniere di Isabella Morra” «Carte italiane», 1, Department of Italian, UCLA , UC Los Angeles, 2001.

  1. Stefanelli “Il petrarchismo di Isabella Morra”, in Isabella Morra e la Basilicata, Atti del Convegno, Valsinni, 11-12 maggio 1975, Liantonio, 1981.

[7]                 D. Maraini “Fare teatro (1966-2000)”, cof. 2 voll., Rizzoli, Milano, 2000.

[8]                 Il film prende il titolo da un’espressione di Marco Antonio Morra, figlio di Camillo, il più piccolo dei fratelli di Isabella che, nei primi del ‘600, riferendosi al successo della zia negli ambiti letterari, riassumeva felicemente in queste due sole parole le difficoltà e i pregiudizi connessi alla sua condizione di donna.

  1. A. de Morra “Familiae nobilissimae de Morra historia”, Ed. Roncalioli, Napoli, 1629.

[9]                 Nella citazione dei testi si fa riferimento allo studio di Gaetana Rossi “Stella avversa. Il Canzoniere di Isabella di Morra” recentemente dato alle stampe, deComporre, Gaeta, 2014.

[10]               E’ opportuno considerare un’eventuale distruzione di componimenti dal tono più erotico da parte dei fratelli.

[11]               Paola Malpezzi Price “A Sixteenth-century Woman Poet’s Pursuit of Fame: The Poetry of Isabella Morra” in The Fligths of Ulysses, edited by Augustus A. Mastri, Chapel Hill, NC: University of North Carolina Press, 1997.

“Apulia” di Ingeborg Bachmann

La Puglia come la vide

pubblicato su Leggere-Donna n° 162, 2014

Apulia è un nome meraviglioso-io non credo che qualcuno potrebbe risolversi a dire Le Puglie, la parola italiana non coglie nel segno, è geografica…”.

Così sottolineava il fascino del nome latino, di contro al termine italiano, privo di ogni aurea e puramente geografico, la scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann.

Nata a Klagenfurt, in Carinzia nel 1926, la sua fama è stata consacrata da una raccolta di poesie “Invocazione all’Orsa Maggiore”, del 1956, un volume che comprende appunto la poesia In Apulien (titolo italiano Apulia) e che deve gran parte della sua ispirazione all’Italia.

Aveva poco più di vent’anni, la Bachmann, quando dopo aver conseguito a Vienna la laurea in Filosofia, si era trasferita a Roma. Qui, tra il luglio del 1954 e il giugno del 1955, svolse l’attività di giornalista, inviando a radio Brema corrispondenze politiche dalla capitale1. Seppe svolgere con sensibile attenzione e professionalità il suo lavoro, dimostrando grande familiarità con la realtà italiana di quegli anni.

Innamorata dell’Italia, la scrittrice, negli stessi anni soggiorna a Napoli e a Ischia, dove vive accanto al compositore Hans Werner Henze, viaggia in Puglia e scopre le bellezze di Castel del Monte e Alberobello. A Ischia, lontana dall’asfittica atmosfera della Vienna post-bellica (risale agli anni ’50 la sua denuncia contro il maschilismo volgare e i ricatti sessuali negli ambienti letterari viennesi), Ingeborg vive in un’atmosfera di esilio intellettuale, in una sorta di bohéme cosmopolita.

L’Italia sarà la sua terra primigenia “Nella mia terra primigenia, il Sud, sono emigrata, e ho trovato/nudi e spogli e sommersi/fino alla cintola nel mare/città e castelli”. L’esperienza italiana contribuirà a diffondere, nelle sue poesie, una sensazione di luce, colore e sensualità “nulla di più bello sotto il sole/che stare nel sole”.

Roma con il Tevere, i Colli, il Testaccio, Napoli con il paesaggio dei Camaldoli, di vai Toledo, Venezia, città “anfibia”, città “doppia”, che si rispecchia nell’acqua; e ancora il paesaggio mediterraneo “Terra stordita e assordante con piante solanacee e correnti di profumo, terra tramontata nel mare e sorta nel cielo”, sono i luoghi metaforici della sua accensione poetica, in cui, ovviamente, il materiale biografico viene funzionalizzato a una più complessa strategia di scrittura.

E poi c’è la Puglia, cui la scrittrice dedica la poesia In Apulien, pubblicata per la prima volta sulla rivista Merkur nel ’55. Poche pennellate per abbozzare un’immagine della regione, stilizzata, attraverso l’espediente retorico della sineddoche, in tratti essenziali: gli alberi di ulivo, il papavero, i campi, le città-grotta, l’asino, gli otri d’acqua. Ne emerge un’immagine della Puglia che è quella di una terra contadina, un’immagine costruita sulla dialettica luce-buio, dove la luce dei campi stride con le condizioni di vita degli abitanti, con il colore nero delle labbra, con la cruda visione dei bimbi aggrediti dalle mosche. Ma alla durezza della condizione esistenziale si oppone una visione utopica di riscatto in cui la proverbiale siccità pugliese sembra sconfitta da una alacrità che coinvolge animali e uomini. Così le stesse “madonne” si trasformano da entità religiose astratte in “balie”, mentre i prodotti rituali della terra, l’olio che scorre, le olive che vengono frante, diventano regali che “bastano”. E in questo rovesciamento utopico, l’immagine della “tarantola che travolge il papavero ebbro”, posta a chiusura della poesia, assume un’importanza centrale e si lega alla danza rituale della tarantella riprodotta attraverso il ritmo martellante del trocaico. Collegata al tarantismo, a quell’aspetto magico pugliese che sin dal ‘700 aveva attirato i visitatori di lingua tedesca, è un’immagine che evoca la liberazione dell’oppresso -umili contadini, braccianti, molto spesso donne-, dalla fatica e dallo sfruttamento attraverso la danza e la musica.

È singolare la coincidenza di interessi che accosta la scrittrice a Carlo Levi di “Cristo si è fermato a Eboli”, ancor più a Ernesto De Martino che in “Sud e magia” del 1959 dedicherà la sua attenzione al tarantismo come terapia musicale, una ricerca che è forse tra i più straordinari documenti etnologici dedicati al Sud.

Ma, se è vero che ogni poesia trascende l’esperienza vissuta e che i luoghi nell’opera d’arte sono realtà letterarie, “paesaggio spirituale”, più che realtà geografica, in Apulia la lettura etnologica della realtà meridionale si intreccia con i principi fondamentali della poetica di Ingeborg, con la sua idea della funzione utopica della poesia, del potere salvifico della parola poetica.

Così la “tarantola che travolge il papavero”, la pianta di Morfeo, figura metonimica dell’oblio, diventa il simbolo della poesia. Il suo morso, che provoca la malattia ma che suscita anche la danza rituale in cui il mondo si capovolge, diventa, come scrive Luigi Reitani, il “morso dell’arte”, il morso della poesia, che agisce come “stimolo e pungolo” rispetto al “sonno del mondo”: la poesia che crede nel valore e nella forza dell’utopia, come la “Boemia sul mare”2, paesaggio utopico per tutti gli uomini, il paese che non raggiungeranno mai ma nel quale non devono mai smettere di sperare.

Jolanda Leccese

Per saperne di più

Scrittrice versatile, autrice di poesie, di saggi, di racconti “Trentesimo anno, Tre sentieri per il lago, di radio-drammi, la Bachmann divenne vera e propria “autrice di culto” dopo la pubblicazione del romanzo Malina (Adelphi 1973), quando era ancora in vita. Romanzo precorritore per i temi trattati, per la denuncia, tra gli altri, della condizioni femminile, per le ardite tecniche di scrittura, Malina solo con il tempo ha trovato adeguati strumenti interpretativi, dal post strutturalismo al pensiero della differenza, attraverso Bachtin e Barthes.

A Ingeborg Bachmann, a quarant’anni dalla sua scomparsa, la SIL (Società Italiana delle Letterate) ha dedicato un convegno che si è svolto a Roma dal 27 al 29 settembre c.a. e che ha visto la presenza di numerose studiose coordinate da Rita Svandrlik, germanista e autrice di varie opere sulla scrittrice.

1 Quel che ho visto e udito a Roma, Quodlibet, Macerata 2013.

2 Boemia sul mare è l’ultima poesia scritta da Ingeborg nel 1968, ancora inedita in Italia; magistralmente tradotta da Luigi Reitani (Il Sole 24 Ore, 13 ottobre 2013)

Di terra e di mare – di Anna Marinelli (ed. Portofranco 2010)

È un piacere parlare di Anna Marinelli, come donna e come poeta.

Una signora che, sin dal primo incontro, mi è apparsa una persona dalla gentilezza disarmante, una persona direi sommessa, mai pretenziosa, che sembra scivolare leggera quando cammina, quando parla, e che sa riversare l’anima nelle sue poesie.

Sì, perché la poesia di Anna è una poesia in cui si coglie la peculiarità delle donne nel modo diverso di vedere le cose che appare come filtrato attraverso una sensibilità nello sguardo e nella rappresentazione di emozioni. Una poesia che avvince per la tessitura del linguaggio, che scarta i passaggi dimostrativi offrendoli a chi legge per via intuitiva, attraverso la forza delle immagini, l’immediatezza delle metafore, delle similitudini, che diventano figure di dilatazione semantica, rese con percezione vigile, calde di suggestione.

La voce di Anna è una voce che non teme di mettersi in polemica con tante ipotesi sentite come disgreganti, distruttive, desolate, nichiliste o, di converso, fatue, estetizzanti, ipotesi in cui lo scarto fra la parola e la cosa diventa un baratro. Certo, ogni poesia ha un suo segreto ed il rischio dell’intervento critico sta proprio nella pretesa di esplicitare l’implicito, di sciogliere figure complesse in frammenti semplici per favorire spiegazioni razionali. È con questa constatazione che mi avvicino alla poesia di Anna perché l’Io di Anna è un Io complesso.

Un Io che rivendica la sua appartenenza ad una terra perfettamente connotata, la terra di Puglia, terra di giare e di palmenti, di muretti di pietra, di fontanelle nella piazza, di panni stesi al sole; un Io che, però, nel momento in cui parla di “identità”, aggiunge subito l’aggettivo “sconosciuta”; un Io dall’identità sfuggente che afferma di “non sapere ciò che è e ciò che sarà”.

Solo nell’attività poetica, Anna riesce a trovare la sua identità, come Emily Dickinson che afferma “la mia realtà è la vita che mi invento”; un’invenzione, ovviamente, tutta interna alla poesia, al fare poetico. Ed è in questa attività che Anna trova la sua identità, è in questa attività che Anna può affermare e ripetere:

Io sono Io”.

Non un Io narcissico ma costitutivo del fare poetico perché Anna è la poesia, o meglio la poesia è l’Avatar di Anna. Anna che mette subito in gioco la sua soggettività femminile con un’immagine che dà al soggetto incarnato di sesso femminile la responsabilità delle proprie azioni e delle proprie scelte. È Anna dal ventre di terra, un’immagine rafforzata dalla doppia valenza simbolica: quella della terra femmina e madre, tellus mater, e quella del ventre che allude alla straordinaria potenzialità delle donne che è la forza generatrice, che non è solo quella biologica ma anche quella creativa della scrittura.

Ecco Avatar, una delle più belle ed emozionanti dichiarazioni di poetica, in cui Anna definisce il valore e il senso che lei dà alla poesia:

la poesia è l’energia totalizzante che investe ed anima la natura e le cose, io sono la luna inafferrabile, la marea che sciaborda, è la risposta al dolore proprio ed altrui, il pharmacon che cura le ferite sulla pelle sudata di lacrime. È spirito, che soffia come fiato leggero in una lingua universale che riesce ad accorciare distanze planetarie. È una poesia che non teme di citare una parola frusta come amore anzi, la fa propria, il mio nome è amore. Una poesia che vuol farsi dialogo, attraverso l’uso del Tu, del Voi, aprirsi all’ascolto, all’ascolto soprattutto di un mondo femminile, di tutte le donne del mondo, che vuole legare l’esistenza di chi scrive e la nostra a quella di tutte le Anna inquiline dell’emisfero abitabile, familiari o sconosciute, in una lunga catena che oltrepassa i confini dello spazio, in nome di una sorellanza universale su valori ed esperienze condivise. Un tema questo che spesso ritorna, sia pure in altri contesti, nelle poesie di molte poete viventi, di Patrizia Valduga, ad esempio, ma anche in quello di Adrienne Rich, una delle più importanti scrittrici americane viventi, in una bella raccolta del 1982 che si intitola Segreti Silenzi Bugie. Il mondo comune delle donne.

E la raccolta mantiene la promessa di offrire una vibrante lettura della dimensione esperenziale femminile.

Indietro nel tempo, a partire dalla propria storia, nel ricordo di una figura familiare, quello della madre coi capelli serrati in ruvide guardiole, un ricordo che si allarga a toccare generazioni di donne contadine, donne odorose di mosto e di sudore, che pur non rinunciano alla propria femminilità che si esprime nel gesto incantevole di liberare il sartiame di capelli ristretto in prigionie di ruvido cotone, quando, libere dalla fatica della vendemmia, si apprestano a catturare desideri.

Parlano queste donne attraverso il corpo: il corpo in movimento delle donne tarantate dai moti del cuore asfissiate;

parlano attraverso il linguaggio silenzioso delle mani (Kant le considerava il cervello esterno dell’uomo); mani che sanno d’ago e di filo, di punto d’erba e festoni, che affastellano desideri segreti tra le pieghe di lenzuola e di percalle, mani che diventano il codice comunicativo di attività quotidiane tipicamente femminili. Mani di cura, amorose che spalmano carezze di nutella, su fette d’anima fragrante; mani pietose che compiono gesti di solidarietà fraterna, come di sacerdotesse laiche che sanno essere presenti nei momenti della morte come della vita.

Parla il corpo attraverso il linguaggio degli occhi:

sono le feritoie azzurre delle contadine pugliesi che rivelano al cacciatore il cielo del fagiano e della rondine, le palpebre socchiuse delle donne di Tagore che celano il loro cristallino più nero delle nubi in tempesta. Occhi che esprimono sentimenti e che aprono spaccati di interiorità sofferta, come quelli di Sabrina che porta negli occhi canestri di dolore e che non vede al di là delle sue lacrime.

Come in un lungo fotogramma trascorrono leggere le immagini sulla pagina eppure ci attraggono come se appartenessero a vere presenze sulla scia di una emozione che ci accomuna in una dimensione condivisa e condivisibile.

È quella di Anna una poesia in cui all’ascolto dell’altra si intreccia l’ascolto di sé, di un soggetto donna che ha la forza di confessarsi aprendosi all’introspezione. Un soggetto che avverte lo sgretolarsi amaro e inarrestabile dei margini dell’esperienza, l’inquietudine di un cuore naufrago come sospeso tra il desiderio di cielo e di azzurro e l’angoscia per l’impossibilità di raggiungerlo; un cuore che vive emozioni di segno opposto tra l’ombra del vuoto e la ricerca disperata della luce, attraversato dalla paura di vivere ma anche dalla voglia inappagata di volare, Con la paura di vivere io vivo e la voglia inappagata di volare.

Ecco l’ala, in Mendicante d’azzurro, un titolo molto emblematico, un’immagine che può considerarsi come la parola chiave della raccolta. L’ala, collegata al volo, al desiderio di essere aquila, al desiderio di luce, parola iterata più volte a livello fonico di significati all’interno di altri lemmi: aquila, nostalgia, alba, ad esprimere un’immagine di gioia, che si oppone all’allodola, ferita e azzoppata nel carniere, che richiama il rovinare a terra, il senso di impotenza, potenziato dagli aggettivi, ferita, azzoppata, bisognosa di cure. Perché questa è la vita in un continuo succedersi di esaltazioni ed abbattimenti, in una dinamica dialettica tra illusione e disillusione.

E in questa dinamica, la poeta si pone (Baudelaire afferma che l’artista è artista solo a condizione di essere doppio) con la disposizione di chi è refrattario alla disperazione, di chi oppone alla tristezza di un Cuore velleitario, che cerca, cerca e non trova, che ogni giorno muore un poco, Velleitario sei mio cuore (una poesia a cui Archiloco sembra aver fornito il subtesto), la forza miracolosa e struggente di un’anima impastata di terra e di mare, quella di avvilupparsi alla vita come vitigno appassionato, di percepire l’afflato con l’immenso, di entrare in sintonia con l’universo attraverso il sentimento. Un sentimento che non è il disperdersi dell’Io nella totalità ma un avvertire l’amorosa compresenza con le forme della vita in tutti i suoi aspetti.

È un tema questo che torna in molte liriche della raccolta e che trova la sua più forte incisività nella lirica Di terra e di mare, posta, quasi “mise en abime”, al centro della raccolta.

E allora la natura diventa per l’anima l’attraversamento che le consente di aprire orizzonti illimitati di libertà, di rigettare la mente verso prospettive di metamorfosi, di ritrovare la leggerezza del petalo che danza, dell’onda che si erge schiumosa, di riscrivere emozioni e sentimenti nel tempo delle stagioni che si animano e diventano tempo della soggettività, ciascuna con una sua particolare emozione.

Abbracciami autunno e fammi l’amore/saziami di colori porporini/colma la mia bocca di mielosi sapori. Ecco che l’anima trae linfa vitale dall’abbraccio carnale dell’autunno per ricomporre le disarmonie del cuore, e nel lieve frullare d’ali dell’alba riesce a superare l’assillo delle ombre che si attardano sugli occhi. È un animo che si lascia sedurre dai frutti mielosi del sole agostano, che riesce a percepire il messaggio segreto della luna che guarda sorniona e invia interrogativi di luce, l’elusiva magia delle fresche risate di foglie porporine, dei rossori condivisi dei papaveri intriganti.

E quando il tempo sarà avaro di raccolti, i pampini superstiti, il grappolo d’uva, trofeo della vendemmia paterna, le offriranno l’appiglio dei ricordi, la forza di trovare il senso della vita come nutrimento irrinunciabile.

Ecco, in questo consiste la capacità che Anna possiede: prediligere elementi di realtà attraverso i quali è possibile un’estrema metaforizzazione del mondo; essere fisica e quotidiana ed estremamente spirituale ad un tempo. Una capacità che si riflette nel tessuto linguistico variegato che alterna la sonorità di una lingua preziosa, a volte arcaica, alla colloquialità del dire quotidiano.

Ora isolando nel verso verbi, aggettivi, sostantivi, rondini nunzie di agognate primavere, ora accostando tra loro termini di registro opposto, la zolla rorida al biscotto che si imbeve di rugiada, lo scrigno di lucore, alla ludoteca di spazi azzurri.

Una poesia che non teme incursioni nel dialetto tipico delle nostre terre, intrecciando accostamenti inediti con termini che appartengono al dialetto e che ricordano usi e costumi della nostra civiltà contadini quasi scomparsi o poco noti.

Una poesia che conosce lo slancio di esclamazioni accese, di domande vibranti, estremamente coinvolgenti perché la voce di Anna parla al lettore in maniera così intensa da sentirsi autorizzata ad interrogarlo, a rivolgergli una domanda che lo obbliga a fare i conti con se stesso

Io sono Anna dal ventre di terra

e tu?”.

Jolanda Leccese

Donne di periferia

Una poesia di Vítĕzslav Nezval. La propongo come ulteriore antidoto “a tutti quei programmi televisivi che ci sommergono di bellezze artefatte, siliconate”; “all’abbuffata di bellone che sembrano uscire dal file di un computer”. Alle parole del sig. Marcello Buttazzo, che ritiene che dovremmo rincorrere una bellezza più a misura d’uomo, più acqua e sapone, io vorrei aggiungere che dovremmo pensare a quelle tante donne che lavorano e che non hanno il tempo, ma soprattutto le possibilità di affidarsi alle ritoccate dei chirurghi.

Sono sicura che farà piacere leggere (o rileggere) questo testo.

 

DONNE DI PERIFERIA

Ogni sera sigillano la miseria delle proprie dita

E indossando i loro cappellini escono

Col rosso rubino dell’estate e delle papilionacee

Abbandonando case dalle macchie tubercolotiche

 

I tordi le conoscono

E si disperdono a cercare la notte

Abbandonando la finestra richiusasi

In attesa dei nuovi subaffittuari

 

Sono questi una gatta tra falene e la luna

All’interno però la luce è spenta

E le scarpette soltanto delle smarrite abitatrici

Si incantano a riflettere come le loro proprietarie

 

 

Le loro gambe sono abituate ad azionare macchine da

Cucire

E ripetono i movimenti della culla

Quanto amerei alla loro illusoria ninnananna affidare

Le mie notti insonni le mie spasmodiche febbri

 

 

Le loro dita sono abituate al ditale

Così come quelle di altre donne lo sono all’oro

Che io odio come gli altari e le decorazioni militari

Come le dentature posticce come le cassaforti ignifughe

 

Le loro dita sono pungolate dall’ago

Così come le dita di altre donne lo sono dai baci

Dalla galanteria che ha oggi preso il posto dell’amore

Della poesia e di tutto ciò che un tempo adoravo

 

E cosa mai inseguo in quei quartieri periferici?

Nient’altro che il sogno

Di quelle grandiose ragazze di periferia

Per le quali la sera stappa la sciampagna della libertà…

 

Vítĕzslav Nezval (LA DONNA AL PLURALE, Einaudi 2002) 

Apulia

Luce spande e scrolla semi sotto i rami degli ulivi,

spunta e tremola il papavero,

l’olio afferra e incenerisce,

e la luce mai s’estingue.

 

Rullo nelle città‑grotta, rullo senza sosta alcuna,

pane bianco e labbra nere,

bimbi nelle mangiatoie

vanno in pasto a mosche in sciame.

 

Se nel giorno troglodita luce agreste si portasse,

il papavero dai lumi fumerebbe e in sonno affanno

tutto lo consumerebbe.

 

Desti asini condurrebbero otri d’acqua nel paese,

corde mani intreccerebbero, vetro e perle alle pareti –

uscio in abito sonante.

 

Le madonne allatterebbero ed il bufalo berrebbe,

con il fumo tra le corna,

basterebbero i regali,

pesce, agnello e uova di serpente.

 

Mole infine i frutti frangono e le brocche son bruciate.

Olio scorre ad occhi aperti,

ebbro muore anche il papavero

da tarantole travolto.

Jolanda Leccese