Silvia Camporesi: il fascino delle rovine

pubblicato su Leggere Donna n° 174 (2017)

Centri storici, terme, antichi castelli, acquedotti e parchi sono a rischio distruzione.

Nella lista rossa del nostro immenso patrimonio artistico e culturale si allunga sempre di più l’elenco che ITALIA NOSTRA redige ogni anno su luoghi ed edifici in stato di rovina ed abbandono.

Congelati nelle nebbie dell’amnesia generale, marginali, degradati, sono l’espressione di un mondo travolto dalle contraddizioni e dai problemi più gravi dello sviluppo economico ed urbanistico della società contemporanea. Ma c’è chi si ostina a vedere nei borghi disabitati da tempo, nelle architetture fatiscenti divorate dalla vegetazione, perfino negli oggetti abbandonati, non il simbolo di una Italia che si sta sfaldando o che non c’è più, ma il simbolo di una Italia che resiste, che sopravvive a se stessa, che continua ad esistere oltre l’uomo.

Una Italia AILATI, per citare un palindromo usato da Luigi Ghirri, su cui recentemente si sta concentrando una parte della produzione letteraria, (si pensi a Franco Arminio con la sua paesologia,  a Mario Ferraguti con il suo “La Voce delle case abbandonate”), ma anche soprattutto visiva, un tema che si presenta articolato con timbri e registri diversi: dai torinesi che formano l’inscindibile marchio artistico Botta & Bruno a Edorado Tresoldi che ha ridato vita alla cattedrale di Santa Maria di Siponto (di cui restavano solo alcuni mosaici e la pianta), ad Alfredo Pirri con il suo intervento sull’ex centrale elettrica alla periferia di Bergamo, fino a giungere a Silvia Camporesi il cui nome è ben noto ai cultori della fotografia e che può vantare la partecipazione a mostre internazionali e premi importanti.

Forlinese di origine, classe 1973, laureata in filosofia, “studiando filosofia ho accumulato strumenti di elaborazione che probabilmente, se avessi frequentato l’Accademia, non avrei avuto”. Grande estimatrice di Diane Arbus per il suo andare controcorrente rispetto alla fotografia classica, ha compiuto i suoi studi sulla fotografia scegliendo come autori di riferimento Thomas Demande e James Casebere ma soprattutto Jeff Wall per la sua metodologia di lavoro.

Dopo anni di stage photography (importante la partecipazione alla mostra Italia Inside Out in occasione dell’Expo a Milano), ha trovato interessante lavorare sul paesaggio cercando, però, luoghi solitamente oscurati dalle bellezze della città d’arte, luoghi fantasma che abitano una Italia invisibile e lontana dalle cronache. È nato così un progetto, finanziato da quindici collezionisti, il cui risultato finale è stata la realizzazione di un libro/catalogo Atlas Italiae (Peliti edit.) che raccoglie circa 150 immagini, quasi una mappa ideale per l’Italia che sta svanendo. Avvalendosi di una rete di informatori sul territorio, l’artista ha esplorato tutte le regioni italiane per raccontare una realtà “altra”, un mondo che non c’è più in cui la quotidianità lascia il campo al sogno ed alla memoria. E per potenziare la resa visiva della memoria, si è servita di procedimenti di antica tradizione. Ha riattualizzato la coloritura a mano sulle foto precedentemente stampate in bianco e nero “un metodo che ha cambiato il mio rapporto con la fotografia e con gli spazi. Non è fotografare e scappare come si fa normalmente nella velocità dell’atto digitale, ma fotografare, guardare attentamente e vivere”; ha ripreso la tecnica giapponese del kirigami, una tecnica ideale, a suo avviso, in una superficie fotografica che permette di sottolineare i particolari con la tridimensionalità.

Dall’ex colonia montana di Saltrio al sanatorio di Sassari, dai grandi hotel dismessi di Porretta Terme e Salsomaggiore, ai piccoli borghi di Apice, Craco, Alianello, Erto. Sfogliando le pagine di questo libro, scopriamo aree abbandonate in parte già inesorabilmente riassorbite e nascoste da piante spontanee, quello che Clement Gilles definisce “il terzo paesaggio”.

Interni vuoti, porticati corrosi, scheletri di architetture private della loro funzione, ci stanno davanti, nella loro ambivalenza, come sentinelle al confine del tempo. Fantasmi di ciò che un tempo è stato integro; fantasmi che, però, tornano a rivivere grazie alla forza dell’arte, con la resistenza caparbia della macchie di muffa, degli intonaci scrostati, dei muri sbrecciati. Una resistenza al trascorrere inesorabile degli anni che conferisce loro il senso della durata rendendole un’ancora per la memoria.

Non a caso è stato scelto per il titolo del libro un personaggio che appartiene al tempo del mito. Come Atlas aveva il compito di sostenere la volta celeste, così questi luoghi diventano, attraverso lo sguardo dell’artista, un sostegno per la nostra memoria, artisticamente utili per il loro significato di testimonianza, del “risuonare del passato come continuità del tempo -così scrive Marinella Paderni nell’introduzione al testo da lei curato- base sicura per non precipitare nell’amnesia di un presente istantaneo, pieno di informazioni ma carente di esperienze e di ricordi”.

E se ci ponessimo non in una condizione contemplativa ma di riflessione, se ci spingessimo a riflettere sul “frammento”, che suggerisca non il “non più”, un’assenza senza possibilità di redenzione, ma il “ma ancora”?

“Io amo le rovine -ha dichiarato Anselm Kiefer- perché sono il punto di partenza per qualcosa di nuovo”.

 

 

Jolanda Leccese

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ANNIE LEIBOVITZ

pubblicato su Leggere Donna n° 174 (2017)

 

Annie Leibovitz è una donna che preferisce mostrarsi al pubblico nella semplicità di un abbigliamento (scarpe basse, capelli lunghi grigi) che non le conferisce certo un’aria di superiorità e di arroganza. Considerata “regina internazionale del ritratto” può vantare un curriculum di tutto rispetto: corso alla Scuola d’Arte di San Francisco, una collaborazione durata 13 anni (1970-1983) per la rivista Rolling Stone e successivamente per Vanity Fair e Vogue.

Autrice di eccellenti campagne pubblicitarie (famosa quella per le borse targate Louis Vuitton), ha saputo essere fotografa glamour di personaggi famosi, attori e attrici di Hollywood, artiste e modelle, ma ha anche avuto il coraggio di entrare nella vita intima, sua e delle persone a lei care, non fermandosi solo al sorriso, alle feste, al ricordo felice da conservare.

Chi ha sfogliato le pagine della gigantesca monografia “A Photografer’s life” (Random, 2009), ha potuto immergersi come nelle pagine aperte di un diario personale, di una vita vissuta nell’intimità della famiglia, nella varietà dei viaggi ma anche nel dolore, nella malattia e nella morte.

Certamente, però, la raccolta che ha avuto risonanza notevole è Women, una serie di ritratti di grandi personalità femminili. Pubblicata nel 1999 e continuamente arricchita, è stata presentata recentemente (9 settembre-2 ottobre) a Milano negli spazi di Fabbrica Orobia 15. Sono trentasette le nuove opere –New Portraits è il termine aggiunto a Women– presentate al pubblico insieme ad altre che già hanno reso celebre l’artista.

E’ una mostra “piena di donne”, non tanto del profumo della loro bellezza, quanto della forza della loro intelligenza, del loro attivismo; donne non più oggetto da esibire o conquistare ma protagoniste del loro tempo      . Sono artiste, musiciste, filantrope, sportive, amministratrici di aziende, rappresentate grazie un obiettivo che cerca di rivelare il soggetto nel modo in cui, forse, avrebbe voluto essere rappresentato, sempre lontano da atteggiamenti assoluti di pose altezzose.

Aung San Suu Kyi è per tutti un viso che si anima nell’espressione degli occhi e in un sorriso appena accennato; allo stesso modo non c’è sorriso calcolato  in Malala, in abito rosso, presentata in piedi con le mani intrecciate, né esibizione di superiorità in Scheryl Sandberg, la top manager che ha contribuito ai successi miliardari di Google e Facebook, o in Gloria Steinem, la giornalista statunitense leader del femminismo degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso.

Qualcuno ha scritto che nelle foto di Annie manca la profonda emozione, l’ingrediente più importante per sorprendere lo spettatore. Ma ognuno può portar via le suggestioni che vuole: interessarsi, ad esempio, alle storie di queste donne. Come a quella di Mitsy Copeland, unica afroamericana ad avere ottenuto il ruolo di étoile nel Ballet Theatre di New York, o a quella di Jane Goodall, l’antropologa inglese di cui non tutti conoscono le ricerche sulla vita sociale e familiare degli scimpanzé, o a quella di Limandia Manong da anni impegnata, in Sudafrica, nella lotta contro l’AIDS.

In questo straordinario gineceo possono convivere armoniosamente cantanti e sportive, donne conosciute nel mondo della moda e donne impegnate in politica. Ci ricordano che la bellezza, è inutile negarlo, è certo importante ma che è purtroppo fragile. Ne esiste un’altra, invece, più profonda e meno epidermica che può vincere il tempo: la bellezza di una diversità indipendente dai modelli comuni, quella dell’indipendenza e dell’orgoglio per quello che si è.

Pensata come itinerante, nell’arco di 10 mesi con soste in 10 città, la mostra, già allestita a San Francisco, Singapore, Hong Kong, Londra, dopo la tappa milanese è passata a Francoforte per approdare poi a New York.

 

 

Jolanda Leccese

ILYA & EMILIA KABAKOV

(Lugano, 18/09/2016 – 08/01/2017)

pubblicato su Leggere Donna n° 175

 

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Quando si visita una mostra non è solo la presenza dei singoli capolavori ad attrarre ed affascinare ma anche, soprattutto, il filo sottile che lega le opere, l’unione coerente tra loro. Ci riferiamo alla mostra a Lugano (fino al 08/01/2017) che presenta opere della coppia di artisti Ilya ed Emilia Kabakov in dialogo con opere delle avanguardie storiche europee del primo novecento.

Provengono, queste ultime, dalla collezione prestigiosa di Giancarlo e Danna Olgiati, amici ed estimatori degli artisti da loro invitati a dar vita a questa mostra singolare nello Spazio-1 del Masi Lac, sede della loro raccolta.

Un valore aggiunto, dunque, che consente l’identificazione di un gusto che diventa quasi un racconto di vite, quelle dei collezionisti e degli artisti, che si sono incontrate.

Si tratta di una mostra che richiede uno sguardo non solo frontale ma lungo e differenziato per cogliere le molteplicità delle chiavi di lettura che essa offre.

Innanzitutto la possibilità di confrontarsi con le opere di artisti che sono stati protagonisti di movimenti vitali, dal Futurismo al Cubo Futurismo passando per alcuni momenti dell’Astrattismo europeo, per approdare alle varie correnti dell’Avanguardia russa. Artisti che sono stati portatori di esperienze culturali ed estetiche che ancora oggi seducono cultori ed appassionati, da Marinetti a Boccioni, Leger, Kandisky, Malevich, alle artiste, ancora oggi poco note, definite le Amazzoni, che seppero creare opere di grande forza ed intensità.

Alexandra Exter, amica di Braque, Picasso, Apollinaire, con Centrifuga (un lavoro luminoso compositivamente imperniato sulla vibrazione centrale di colori); Goncharowa con la Spagnola cubista (un corpo smaterializzato risolto nelle figure di triangoli e fiori colorati). A seguire una composizione rigorosamente astratto-suprematista di Varvara Stepanova, compagna di vita di Rodcenko, autrice di poesia visiva ante-litteram; l’Architettonica pittorica di Liuba Popova, con le superfici di colore sovrapposte secondo un ritmo compositivo tettonico; le forme astratte di Olga Rozanova in una catena associativa di idee vicina all’alogismo caro a Malevich, suo maestro.

Organizzate secondo un’articolazione che prescinde dai contesti ma non certo dalla qualità (26 tra disegni e dipinti), ricompongono il mosaico di una cultura figurativa che, se da una parte è stata ricchissima di frutti, dall’altra ha conosciuto, in Russia, dopo la rivoluzione del 1917, il bavaglio della censura che imbrigliò pennelli, pensieri, sogni ed inchiostri giudicati pericolosi come segreti di stato. Sono opere, queste, volutamente messe a confronto, in un dialogo che può apparire inconsueto con quelle di Ilya Kabakov, realizzate a quattro mani con la moglie Emilia.

Kabakov, artista russo concettuale (classe 1933), ha ben conosciuto le contraddizioni che hanno attraversato la società sovietica dopo la morte di Stalin, i decenni di censura che non gli hanno permesso di lasciare il paese prima del 1987.

Dialogare con gli artisti delle avanguardie significa, certamente, voler rendere omaggio ai geniali innovatori di quella che è stata una stagione fantastica e, nello stesso tempo, esprimere, in rapporto alle tumultuose esperienze dell’Avanguardia russa, la nostalgia delle utopie infrante, la consapevolezza di doversi cimentare in uno scenario in cui cambiarono di segno le categorie, le motivazioni e perfino il senso delle parole.

All’artista che opera in una realtà radicalmente trasformata, edificata sulla trascendenza oppressiva del partito e dello stato, non resta che affidarsi a eteronimi.

Ecco opere in cui lo spazio puro suprematista si contamina con immagini desunte dalla quotidianità, rappresentate nelle forme di un realismo idealogico e propagandistico (Addio); o si riduce a mera cornice di una banale Partita di pallavolo, “spazio sublime in soffocanti formati convenzionali” svuotato delle ragioni e delle promesse di ideologie che sognavano il “rinnovamento della vita”.

“Noi oggi sappiamo bene in che misura l’utopia sia una fantasia irraggiungibile nel momento in cui la si ricerca esattamente così come dovrebbe essere ma, nello stesso tempo, abbiamo necessità di crederle, desideriamo ardentemente possedere i sogni che questa ci fa generare”. Emerge, forte, da queste parole, rilasciate più volte nelle interviste da Ilya ed Emilia, il messaggio che il bisogno di utopia è inestinguibile per l’uomo, un bisogno che sia vissuto, però, con spirito critico, che ne impedisca la trasformazione in pietrificate ideologie come è avvenuto con le utopie totalitarie del ‘900.

Visivamente affidato alla Partita a scacchi, all’immagine luminosa di due uomini pronti a sfidare le proprie capacità di pensiero ma dolorosamente accerchiati da una massa densa ed oscura, è questo il messaggio che il visitatore attento può cogliere pur nella molteplicità delle tematiche che la mostra presenta.

                                                                                                              Jolanda Leccese

Matilda di Canossa (1046-1115)

La donna che mutò il corso della storia

Firenze, Casa Buonarroti

14 giugno-10 ottobre 201

pubblicato su LEGGERE DONNA n° 173 del 2016

 

Matilda di Canossa: il suo nome è legato alla storica “umiliazione di Canossa” (1077) che vide l’imperatore Enrico IV restare in lunga attesa, inginocchiato nella neve davanti alla residenza della “Grancontessa”, sotto la rocca di Canossa, nell’Appennino reggiano,  per implorare il perdono di Papa Gregorio VII, suo alleato.

Ma nei libri di storia, di lei non c’è più che un accenno di qualche riga. Il suo nome si è come perduto nelle nebbie della memoria soprattutto perché “se donna” un essere umano non è facilmente ricordato anche se ha compiuto grandi azioni.

Era figlia di Bonifacio, della dinastia di Atto, signore feudale dell’Italia a nord di Roma per conto degli Ottoni di Sassonia. Due matrimoni falliti, con Goffredo il Gobbo il primo, il secondo con Guelfo V, un diciassettenne figlio del Duca di Baviera; l’esilio forzato in Germania per volere di Enrico III e soprattutto le lotte per sostenere il papa contro l’imperatore Enrico IV nelle quali dimostrò coraggio e fermezza. Ecco questa fu la vita di Matilda, uno dei personaggi più affascinanti del Medioevo che ha continuato per nove secoli a rappresentare una figura di riferimento per uomini e donne che l’hanno ammirata o disprezzata.

“Donna spregevole”, “amante di Gregorio VII” per i protestanti che la vedevano responsabile dell’umiliazione di Enrico IV, riconosciuta, dopo il Concilio di Trento, come uno dei maggiori sostenitori del papato, tornò di grande attualità nel periodo del Risorgimento italiano, come esempio dell’accordo tra potere religioso e potere politico per il neoguelfo Antonio Bresciani. E’ stata, in seguito, “La grande italienne Mathilde de Toscane” per lo storico Amédée Renée, un’eroina nella lotta di italiani e francesi contro i tedeschi al tempo di Napoleone III; a lei Giovanni Spadolini dedicò le prime pagine del suo libro “Firenze mille anni”, sottolineando come, durante il suo governo, si assistè alla prima partecipazione dei cives ai pubblici poteri.

Agli inizi del ventesimo secolo saranno scrittrici e narratrici anglofone a vedere in lei un modello di vita, un’esaltazione del ruolo femminile: dalla scrittrice di romanzi storici Helen C. White alla poetessa Julia Cooley Altrocchi per giungere a Selma Sevenhuijsen che ha presentato un’interpretazione esoterica del personaggio.

Contessa di un vasto territorio che si estendeva dal Tirreno all’Adriatico, da Mantova fino a Traquinia, Matilda ha giocato un ruolo importante nell’epocale scontro tra papato e impero come aperta sostenitrice del papa Gregorio VII nella lotta per le investiture, nell’opposizione cioè al diritto del sovrano germanico di decidere la nomina e l’investitura dei vescovi, che costituisce una pietra miliare nella storia del popolo italiano.

L’occasione di parlare di questo eccezionale personaggio ci viene offerta da una mostra presentata a Firenze nelle sale di Casa Buonarroti. Una scelta non certo affidata al caso. Perché Firenze è stata una città molto cara a Matilda che vi abitò per lungo tempo facendo anche costruire nel 1078 “la cerchia antica” di dantesca memoria; e perché Michelangelo Buonarroti si vantava di discendere dai conti di Canossa, una discendenza sena dubbio leggendaria cui, tuttavia, l’artista amò prestar fede.

E’ una docente americana, la studiosa Michéle Spike che ne ha curato il progetto presentato, lo scorso anno, con grande successo di pubblico, in Virginia nelle sale del Muscarelle Museum of Art.

Docente di Diritto alla William & Mary School della Virginia, ha studiato a fondo il personaggio ed ha scritto avvincenti pagine sulla sua figura nella recente biografia pubblicata e tradotta in Italia nel 2007.

Straordinarie sono state le scelte e le azioni di Matilda nel corso della sua vita; la mostra ne ripercorre le tappe più importanti attraverso codici miniati, documenti coevi alla sua epoca, spettacolari fotografie di paesaggio.

Eccola fregiata degli attributi tipici del suo rango: indossa una corona conica di oro e la sua figura snella è avvolta da una veste blu e da un sontuoso manto rosso, adorno di gemme. Ai lati le stanno l’abate Donizone, suo biografo, e un capitano con la spada e lo sguardo vigile. Così, fiera della propria cultura, come delle proprie battaglie, si presenta Matilda nel frontespizio della “Vita Mathildis” un manoscritto originale, composto da Donizone.

Sapeva leggere e scrivere in latino e parlava tedesco, francese e italiano nella versione medievale; la sua corte, oltre ad essere un’officina di artigiani scribi e miniatori, offriva rifugio a vescovi esiliati nonché accoglienza a teologi e giuristi.

Significativo fu il suo mecenatismo nei confronti di giuristi, come Wernerius, formati nella logica del diritto romano giustinianeo che riconosceva alle figlie femmine diritti di proprietà uguali a quelli dei maschi. Una sfida alle limitazioni imposte dal codice salico alla successione ereditaria delle donne ma anche un’ulteriore arma da usare nella guerra di propaganda contro l’imperatore.

Una guerra che Matilda condusse non solo in battaglie ancora contro Enrico IV (a Sorbara nel 1084 e sotto la Rocca di Canossa nel 1092) ma anche sottraendo fonti di reddito al sovrano col trasferire, alle città fedeli al papa (Firenze, Pisa, Mantova), il godimento delle tasse feudali sull’uso di strade, fiumi e pascoli.

Combattere Enrico IV significò soprattutto porre la Roma papale al centro della società, creando infrastrutture che potessero insediare la riforma gregoriana con una rete integrata su tutte le terre canossiane (una leggenda le attribuisce la costruzione di 100 chiese che, per il clero gregoriano, costituirono una rete per comunicare sia tra loro sia con la Roma papale).

Continua ad essere suggestiva, anche se accettata solo in parte dalla critica, l’ipotesi che la Matelda della Divina Commedia (Canto XXXIII del Purgatorio) sia proprio la Contessa, cioè un personaggio realmente esistito come le altre guide del poeta, da Virgilio a Beatrice. Una preziosa copia trecentesca del poema dantesco, presente in mostra, si riferisce appunto a questa identificazione.

Nella basilica di San Pietro, sul secondo pilastro della navata destra, una maestosa tomba, opera del Bernini, conserva le sue spoglie. Fu papa Urbano VIII Barberini che decise di rendere omaggio al ruolo fondamentale di Matilda nella storia della Chiesa: è rappresentata in piedi, accanto al pontefice, al di sopra del sovrano inginocchiato.

Matilda è la prima donna, oltre che il primo personaggio né papa né santo ad essere sepolta in San Pietro.

 

Jolanda Leccese

Crepereia Tryphaena

La bambola capolavoro dell’antichità

Mostra permanente dal 1 giugno 2016 alla Centrale Montemartini, Roma

pubblicato su Leggere Donna, n° 172 (2016)

Nel gioco dei bambini la bambola ha avuto sempre una grande importanza grazie alla sua capacità di soddisfare il loro bisogno primario di possedere qualcosa, di trasferire su di essa ciò che vanno sperimentando nel rapporto con gli altri, soprattutto la madre, di confidare le proprie gioie o preoccupazioni come se si trattasse di una parte di sé. Non a caso la bambola, “Pupa” per i latini, “Kore” per i Greci, è un sostantivo che in entrambe le lingue indica la pupilla, la nostra immagine che si coglie negli occhi di chi sta guardando.

Divenuta oggi quasi marginale (forse solo escludendo la Barbie-mannequin ancora di moda), estromessa dai giochi dei piccoli immersi per ore nella trance dei dispositivi elettronici, la bambola ha accompagnato la vita delle bambine fin dalle più remote antichità; dal Medio Regno egiziano, ma sicuramente molto più oltre, fino al tempo del mito come attestato da Pausania che ci racconta di aver visto nel santuario di Delfi il lettino per le bambole con cui giocava Ippodamia.

Nelle tombe di bambine o giovinette, ma anche nei templi dove venivano portate come dono alle dee preferite, c’erano bambole di creta, di pezza o riempite di stoffa, ma c’erano anche bambole di lusso in legno o in avorio.

A Roma, soprattutto in epoca imperiale, ce ne furono di bellissime. Veri e propri capolavori di artigianato, riproducevano fanciulle spesso con fisico di adulte per fornire a chi le possedeva quasi un modello da seguire. Ma, alla vigilia delle nozze, terminavano i giochi quando le fanciulle recavano all’altare di Venere o dei Penati, l’offerta dei propri giocattoli che segnava il loro ingresso formale nel ruolo di sposa e di madre.

Sicuramente gli amanti della cultura classica, non parliamo degli archeologi e degli studiosi di professione, conoscono gli esemplari della bambola in avorio appartenuta alla vestale Cossinia (ritrovata nel 1929) o dell’altra elegante bambola appartenuta ad una bambina di otto anni, la misteriosa “mummia di Grottarossa” (1964) che si può ammirare nelle sale di Palazzo Massimo. Ma la più famosa, e forse la meno conosciuta, è Crepereia Tryphaena, la bambola che porta il nome, di origine greca, della fanciulla insieme alla quale è stata sepolta. L’occasione di parlare oggi di questo capolavoro dell’antichità ci viene offerta da una mostra presso la Centrale Montemartini a Roma che presenta, oltre a reperti che andranno ad arricchire l’esposizione permanente in questa sede, questo straordinario oggetto-giocattolo; indubbiamente l’oggetto di maggiore interesse sia dal punto di vista scientifico,  per l’apporto che offre alla datazione della sepoltura, sia dal punto di vista emotivo per l’immediatezza del messaggio che trasmette anche ad un pubblico di non specialisti.

Venne alla luce, nel quartiere Prati, nel lontano 10 maggio 1889, durante la costruzione del Palazzo di Giustizia, in un sarcofago che la conteneva, insieme allo scheletro di una fanciulla ed al suo corredo funebre. “La fama di così mirabile ritrovamento attrasse in breve turbe di curiosi dal quartiere vicino, di maniera che l’esumazione di Crepereia Tryphaena fu compiuta con onori oltre ogni dire solenni, e ne rimarrà per lunghi anni la memoria nelle tradizioni popolari nel quartiere dei Prati”. Così scriveva Rodolfo Lanciani per sottolineare l’atmosfera di prodigio che circondò il ritrovamento[1]. Dal momento della scoperta, diverse sono state le sedi che hanno accolto il sarcofago: dal Palazzo dei Conservatori all’Antiquarium del Celio.

Conservata per anni in un caveau dei Musei Capitolini (con l’eccezione di qualche mostra temporanea), finalmente ha lasciato il buio dei depositi per trovare la luce di una degna collocazione negli spazi della centrale Montemartini.

Alta ventitré centimetri, tutta d’avorio, è una giovinetta in miniatura quella che si presenta al visitatore: con i piccoli seni, il morbido modellato del ventre, le dita affusolate dalle unghie ben curate, l’ovale perfetto del volto, gli occhi allungati dall’espressione intensa ed assorta.

Ma è l’acconciatura meravigliosamente scolpita che lascia senza parole.

Le lunghe chiome, spartite sulla nuca in più elementi, sono attorcigliate intorno al capo a formare diversi giri con un motivo ad onda e sono raccolte sulla sommità della testa in un cercine molto piatto in cui confluisce anche il gruppo di trecce che salgono dalla nuca. Era questa un’acconciatura di gran moda all’epoca degli Antonini (II sec. d. C.).

Le fanno compagnia i gioielli, gli oggetti da toilette, contenuti in un prezioso cofanetto di avorio e d’osso. Attraggono soprattutto l’attenzione, tra questi, un anello in oro chiuso da due mani strette, simbolo della stretta di mano rituale che suggellava le nozze, anulus pronubus, insieme ad un altro che, nel costone di corniola, porta inciso il nome di Fileto, forse il nome dello sposo promesso.

Sono oggetti che consentono di calarsi nella dimensione più umana degli antichi romani. Ci parlano della vita quotidiana, della vita e della morte di una fanciulla benestante, forse figlia di un liberto, vissuta all’epoca degli Antonini che, come tutte le bambine del mondo, aveva giocato con le bambole, che forse amava pettinarsi alla maniera di Faustina Minore o Maggiore e che, in procinto di sposarsi, era stata stroncata da una morte prematura.

Una vicenda triste da cui prese il via la fantasia del poeta Giovanni Pascoli che dedicò alla fanciulla morta un componimento in latino, in strofe saffica (è presente nella sezione Poematia et Epigrammata[2]).

“Quando il suolo etrusco rese te Crepereia, nel decimo giorno di maggio, al sole, portavi ancora la gemma pronuba del dito. Sotto il vetro dell’acqua, vergine, stavi celata, ma l’adianto che ricopriva la tua chioma ondeggiava a fior d’acqua (at comans summis adiantus undis nabat). Il mirto l’ho veduto, io, sì…e la tua bambola che a Venere non fu potuta dare”.

E’ il momento emozionate della scoperta quello che il poeta presenta nell’incipit, quando Tryphaena apparve come una creatura fluviale dai capelli danzanti[3]. Ma la sua non è la gioiosa celebrazione della scoperta quanto piuttosto una meditazione commossa sul destino di morte della fanciulla che non poté coronare il suo sogno d’amore.

Piange il poeta; sono antiche le sue lacrime (antiquis lacrimis) perché la voce del dolore è perennemente uguale e non muta mai, pur nella molteplicità degli uomini e dei tempi (eundem dolorem/alio corde).

E’ un’emozione profonda che lo trasporta, senza soluzione di continuità, in un’altra dimensione in cui si annullano le distanze di spazio e di tempo. Frantumata la compattezza del reale, si rovesciano di segno le categorie di vicinanza e di lontananza: il nunc del poeta diventa l’oggi dei secoli passati; procul il tempo reale della scoperta in cui si trova a vivere; e nel fluire delle strofe saffiche si modula una diacronia narrativa che consente al poeta di “farsi antico”, di parlare con la voce che è sempre la sua ma che può essere anche quella di Fileto, la voce dello sposo promesso che conserva intatto per la fanciulla l’amore intriso della sofferenza per il destino di morte che le è toccato.

 

“Con un raggio misterioso, i poeti cercano di penetrare anche i cuori: nulla, neppure nella morte, può celarsi al poeta”, così scriveva Giovanni Pascoli nella dedica alla sorella Maria per il poema Giugurta. Ecco che il passato si sovrappone al presente. L’11 maggio del 1889 diventa così il giorno della festa Lemuria, quando i Mani dei morti chiedono che li si scongiuri con un rito funebre[4]. Nella propria persona il poeta rivive le azioni di rito che Fileto compirà prima di seguire la sposa nella tomba: lancerà dietro di sé le nere fave e nove volte dirà “con queste fave, Mani di Tryphaena, riscatto me e i miei”[5]. Ma quando avvertirà alle spalle la presenza di lei, egli non porrà mano al bronzo, si volgerà a lei per seguirla nella tomba “moriturus”.

Tryphaena torna ad occupare la scena. Come ricostruita con bassorilievi dell’epoca, pochi e lacunosi, la sua dolorosa vicenda umana si spezza in momenti isolati: Tryphaena che il Vespero rosso di fuoco non condusse via riluttante dal grembo della madre[6], Tryphaena per la quale i fanciulli non intonarono in coro l’imeneo, levando le fiaccole[7], Tryphaena che giace pallida sul letto d’avorio, con i capelli lucenti sparsi sul collo reclinato[8].

Travolto da una tensione visionaria, vive il poeta la stessa pena, avverte le stesse sensazioni uditive di chi l’accompagna nell’ultimo viaggio. Il suono angoscioso delle tibie gli percuote l’orecchio, lo incalza il lungo ululare delle prefiche[9] mentre il funerale si snoda lungo le siepi fiorite di biancospini e le acque del Tevere levano il loro triste mormorio[10].

In un crescendo sempre più serrato, la tensione emotiva raggiunge il culmine nel doppio, balenante passato remoto che, come l’aoristo, esprime il senso di un’azione senza un prima e senza un poi “deposi io la tua anima nei muti sepolcri, io stesso folle gridai per l’ultima volta Ave, ave Tryphaena”[11].

E’ il segno di una unità effettiva tra passato e presente che consente al poeta di inviare l’ultimo addio a Tryphaena in totale consonanza di sentimenti con chi ha effettivamente amato la fanciulla.

Segno di una certezza che si presenta alla memoria in modo assoluto ma che pur desta nel suo animo un senso di smarrimento. Immemor si dichiara il poeta mentre si sente rapire a poco a poco nell’immensità[12], in quell’insondabile spazio che separa le sue ore da quelle dei due giovani defunti che egli, pur, avverte come un momento impercettibile nella vita dell’universo.

Tornano alla mente le parole che Anatole France scrive dopo la scoperta di una tomba preromulea di un bambino nel Foro “l’insondable espace qui separe tes heures des nôtres n’est qu’un moment imperceptible dans la vie de l’universe”.

Jolanda Leccese

[1]    “Bollettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma” 1889, pp. 173-180.

[2]    La prima edizione integrale dei Carmina venne alla luce nel 1917 a cura di E. Pistelli (Zanichelli, BO).

[3]    L’adianto è la felce. Il fenomeno della capigliatura si spiega perché con l’acqua filtrata nel sarcofago si erano sviluppati nel cranio filamenti lunghissimi di felce.

[4]    Non sfuggì certo al poeta la coincidenza che il sepolcro di Tryphaena fosse stato aperto proprio nel giorno che precedeva l’11 maggio quando i romani celebravano il rito dei Lemuria per placare le anime dei defunti: si procedeva a piedi scalzi, si gettavano dietro le spalle manciate di fave nere tenendo la faccia volta indietro e pronunciando frasi propiziatorie; si schioccavano le dita e si batteva un oggetto di bronzo per evitare il contatto con le ombre (tinnulum aptum ad spectra solvenda).

[5]    “et fabas sumam iaciamque nigras…noviesque dicam: his fabis, manes, redimo me meosque”.

[6]    “Floridam non te ruber igne Vesper/matris abduxit gremio morantem”.

[7]    “nec facies Hymen pueri levantes/concinuerunt”.

[8]    “lectus eburnus olim/pallidam, me flente, nefas, habebat”.

[9]    “neniaeque urguent resonoque maesta/praefica lesso”.

[10]   “Ducitur funus per aprica ripae,/murmur etrusco Tiberi ciente/triste, per sepes ubi gignit albos/spina corymbos”.

[11]   “Condidi mutis animam sepulcris/ediditque amens Have, have supremum/ipse Tryphaena”.

[12]   “immemor…per inane ferri” ecco rievocato, in una trama tutta sua, il “per inane ferantur” di lucreziana memoria (Lucrezio II, 202).

ALLE DONNE VITTIME INNOCENTI DELLE GUERRE

A te che guardi nell’angoscia

ed hai la bocca stanca di domande

A te che piangi 

seduta sull’orlo dell’ombra 

non hai altro che le mani

a dire tutta la tua storia

Fiore che ha visto  

uragani 

di stragi palesi e clandestine

A te che cammini 

tra corpi insepolti

per strade abitate dall’oltraggio

A  te sorella 

a voi che non conosco

Io porgo ultima la Voce

che s’incurvi nello strazio  

come  lembo di petali su sassi

e tenga aria di respiro

quando misericordia è consumata

e accese conservi le lanterne 

nell’incessante caligine

nel letargo che precede 

la rinascita

 Jolanda LECCESE

Cervellini in fuga

Mondadori Electa (pagine 156, euro 16.90)

    pubblicato su Leggendaria n° 115 gennaio 2016

Ogni anno cresce il numero degli italiani che fanno le valige e si trasferiscono all’estero: è questo ormai un dato acquisito intorno al quale le cifre si susseguono e non sempre concordano. Ad emigrare sono in particolare persone tra i 20 ed i 45 anni, alla ricerca di adeguate opportunità che l’Italia purtroppo non riesce ad offrire.

Secondo i dati offerti da una delle indagini più recenti promossa dall’Istituto Toniolo (in collaborazione con l’Università Cattolica), quest’anno, per la prima volta, la maggioranza dei giovani italiani, oltre il 61%, è pronta ad emigrare all’estero per cercare lavoro. E non parliamo solo di laureati in fuga, come spesso appare nel quadro usualmente fornito nei mass-media; la propensione ad andarsene è sentita in tutte le categorie ed a tutti i livelli di istruzione.

Essere cervelli in fuga è un problema o può anche diventare un fattore positivo, un vantaggio?

E’ una domanda che sicuramente si sono posti tre giovani reporter, Martino Migli, Gabriele Sansini, Francesco Taranto, noti ad un pubblico di giovanissimi come conduttori di un programma radiofonico in onda su  R.T.L. 102.5.

“Cervellini in fuga”. E’ questo il titolo del programma che presenta “in diretta” testimonianze di giovani italiani emigrati all’estero per lavoro, provenienti da quasi tutte le regioni d’Italia, pronti a rispondere alle domande degli intervistatori.

Il successo arriso alla trasmissione ha invogliato gli organizzatori a fare di più. Hanno voluto affidare alla pagina scritta i nomi degli intervistati, associare a ciascuno la propria storia; sicuramente limare, ridurre e condensare, “le più belle storie” in cui si sono imbattuti per conferire loro una ricchezza di senso che supera di gran lunga la comunicazione orale, l’immediatezza dei tempi radiofonici.

Ne è nato un lavoro a più mani, confluito in un libro che porta il titolo dell’omonimo format da essi condotto.

Viaggi e destini si sfiorano in questo libro seguendo le tracce non casuali di una bussola: quella posseduta dagli autori, figure fuori dagli schemi tradizionali, voci narranti di queste storie ma anche viaggiatori lungo rotte prestabilite che li portano ad incrociare le strade dei loro intervistati.

Nulla a che vedere, dunque, con le fiammate improvvise. Si tratta di appuntamenti fissati ma resta intatta quella che è l’essenza più bella del viaggiare: “conoscersi per poi incontrarsi, forse, di nuovo…”.

Se dunque il viaggio è l’elemento portante del testo, sono le storie dei singoli ad occupare la scena, sostenute da una prosa leggera e colloquiale, senza scomodare politologi o psicologi ma provando semplicemente ad ascoltare “i cervellini” secondo modalità di approccio che variano da persona a persona.

A Parigi come a Creta, a Saigon e poi ancora a Melbourne, Porlamar, Kabul, i nostri autori non si confrontano con le aride cifre delle statistiche ma con uomini e donne in “carne ed ossa”: Alessandro “ha la stazza di uno che sa arrangiarsi in situazioni estreme…la sua stretta di mano è quella di uno che non ama perdersi in convenevoli”; Samantha “un concentrato di energia e battute pronte, accompagnate da un capello riccio e rosso”; Gianluca “alto, folti capelli scuri…con il sorriso sempre stampato”.

Aprono una finestra sul mondo le loro storie: un mondo in cui l’ordinario si alterna all’eccezionale secondo numerose angolazioni.

Con Elena, Francesca, Rossana, Alessia, Samantha, Paola non si parla certo di “fiori d’arancio” né di interventi di chirurgia estetica per migliore il proprio corpo quanto piuttosto di curricula affollati da elenchi di vari lavori, di difficoltà incontrate nell’uso della lingua, nel rapporto con gli “altri”. “Si parte sempre con l’idea di essere a casa propria, invece non è così e bisogna imparare a comportarsi in modo da essere accettati”, afferma Francesca che gestisce a Creta un ben avviato B&B. Le fa eco Samantha che è stata venditrice di perle, pizzaiola, crespellara, prima di conseguire un dottorato di ricerca alla Columbia University e lavorare per la Mount Sinai School of Medicine nel settore della statistica. E se Alessia, ricercatrice nell’ambito della bioenergetica mitocondriale presso l’Università di Philadelphia, è orgogliosa di affermare che la sua è stata una libera scelta e non accetta l’etichetta di “italiana scappata”, Rossana da Bari, vulcanologa presso l’Università di Città del Messico, potrebbe essere definita come appartenente alla categoria “no change” per aver trovato difficoltà ad entrare come ricercatrice presso l’Università di Napoli.

Se mi dicono che non posso fare una cosa, faccio vedere subito che invece posso” afferma con orgoglio Francesca, ora controllore di volo nell’aeroporto di Miami (3000 voli al giorno), dopo aver prestato servizio nella Marina Militare Americana.

Orgoglio, insieme ad ottimismo e simpatia contagiosa, sono le qualità precipue di Paola da Messina che si occupa di traduzione e redazione di articoli per una casa editrice a Parigi (c’è anche un’altra Paola a Parigi, ormai affermata nella sua attività di  “facilitatrice di vita”).

Confesso di aver fatto una lettura partigiana del libro. Ho letto subito le testimonianze delle “cervelline” ed in tutte ho trovato non solo il coraggio di cambiare, la voglia di lavorare, ma anche una grande capacità di contenere le emozioni, soprattutto quando parlano dell’Italia lontana, di non abbandonarsi a quella emotività debordante cui tanta Tv vuole abituarci. Belle e interessanti le loro storie ma non sono da meno quelle di Alessandro, video-giornalista, grande estimatore di Herzog, che ha vissuto per tre anni a Kabul come corrispondente di guerra per conto della NATO; o quelle di Andrea che dirige, a Saigon, uno studio fotografico cui ha affiancato, recentemente, un’attività casearia; o quella di Mario, partito dalla Sardegna pensando alla vita monastica e finito a Mosca ad occuparsi di mercato immobiliare.

Sono diciotto le storie che riguardano questa “consistente percentuale minoritaria” per usare una bella definizione che appare nella postfazione di Gino e Michele.

Il lettore ha l’occasione di confrontarsi, sia pure per rapidi riferimenti, con altre culture, con altri sistemi di vita. Ma, alla fine, restano in primo piano le vicende dei protagonisti che ti si agganciano addosso. Tante quanti sono i luoghi, tante quanti gli umori, i ritratti dei protagonisti che restano nella mente e che spingono a continuare la lettura di altre storie ed ancora storie.

Jolanda Leccese