FUTURISMO IN RUSSIA: LE “AMAZZONI” DELL’AVANGUARDIA

Le strade sono i nostri pennelli, le piazze sono le nostre tavolozze..Fuciliamo l’anticaglia con i pezzi da cento pollici delle nostre gole” scriveva Majakovskij nel 1912 in Schiaffo al gusto corrente, il manifesto del Futurismo russo.

Mestoli colorati all’occhiello e panciotti fluorescenti, volti segnati da arabeschi di antichissima tradizione caucasica e mediorientale. Sono i budetljane – gente del futuro – che si battono contro l’accademia, le regole, il sistema, una cultura che appare sganciata dalla realtà del progresso e della vita moderna. Saranno molto fermi nel difendere la propria indipendenza dai colleghi italiani e cercheranno, in alcuni casi, di affermare una priorità che le date non consentono di sostenere.

Eppure, tra i debiti contratti con lo Straniero ci saranno l’antiaccademismo, la bellicosa volontà antipassatista, la pratica dell’epatage, l’arte di “far manifesti”, i presupposti intuizionistici di una nuova espressività.

Durante il suo viaggio in Russia, dove arrivò nel gennaio del 1914, Marinetti non colpì certo le simpatie degli ambienti futuristi russi. “Spero che lo spirito di indipendenza dei moscoviti raffreddi le vostre manie di dittatore”. Così scriveva Il’ja Zdanevič, teorico del Futurismo russo.

Il pubblico, al contrario, accoglieva le conferenze del nostro Marinetti con vere e proprie ovazioni, rapito dalle superbe performances delle sue declamazioni, dalle movenze di quella figura gesticolante sul podio. Interi pacchi di lettere e bigliettini profumati gli inviavano, in albergo, le signore per nulla spaventate dalle sue veementi bordate misogine.

Seppure il gentil sesso è l’argomento principale delle sue memorie, Marinetti non commenta mai il fatto che metà degli esponenti del Futurismo russo fossero donne.

Le Amazzoni, così battezzate da un poeta del loro tempo, sono esponenti della nobiltà o della buona borghesia urbana, si muovono sullo sfondo del mondo dorato di San Pietroburgo o della boheme moscovita godendo di una libertà che contrasta con l’arretratezza in cui vive la maggioranza di russi nelle campagne. Molte di loro viaggiano lungamente in Europa e visitano i maggiori musei. Lavorano indisturbate al fianco dei loro compagni, da pari a pari, senza sudditanze, creando opere di grande forza e intensità, rappresentative delle varie correnti delle avanguardie russe.

Natalia Goncarova fu l’apripista, sia per l’età che per lo spirito ribelle. La sua poetica pittorica si esprime nella pluralità, tra arcaicità e una modernità che non cancella la preziosa eredità delle tradizioni indigene. Studia il folklore e le icone. Si interessa alle diverse forme di arte applicata, dai pizzi ai ricami; in particolare alle stampe popolari, i lubki, xilografie monocrome o acquarellate, e li riproduce in alcuni dei più famosi almanacchi futuristi.

I suoi interessi in pittura la portano a tentare strade diverse: dal neoprimitivismo delle scene campestri, al Raggismo, alle tele vivacemente colorate in cui appare evidente il debito con Cubismo e Futurismo.

Le altre non sono da meno. Varvara Stepanova, compagna di Rodcenko, è autrice di poesia visiva ante-litteram in cui le parole in libertà futuriste si intrecciano a scintille di colore.

Nadežda Udal’cova, prediletta da Malevič, autrice di manifesti radicali in difesa dell’arte contemporanea, è stata allieva, insieme a Ljubov Popova, a Parigi, dell’Académie de la Palette dove si avvicina al cubismo.

Olga Rožanova saprà distinguersi nel settore dell’almanacco futurista, libro-oggetto visivo in cui i problemi del colore e del materiale costretti nelle due dimensioni esigono soluzioni più sottili che non il quadro.

E poi c’è Aleksandra Ekster, amica di Braque, Picasso, Apollinaire, scenografa, attiva nel campo della moda e delle decorazioni di interni, apprezzata cubo-futurista per i suoi quadri intrisi di un colore intenso e fisico, quasi sensuale.

Ad eccezione della Stepanova sono tutte presenti nella mostra Futurismo 100, in corso al Mart di Rovereto. Conoscere queste artiste aiuta certamente a ricomporre il mosaico della cultura figurativa di quegli anni straordinari e rivoluzionari che furono gli anni delle Avanguardie Europee nel primo Novecento.

Jolanda Leccese

Pubblicato su Leggere-Donna n° 139, 2009, pag. 38

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