Una madre lo sa

UNA MADRE LO SA

un libro da leggere e da far leggere (non solo alle donne)

                                                                                                      di Concita De Gregorio

“Una madre lo sa”, con questo titolo la giornalista e saggista Concita De Gregorio ha affidato alle stampe la sua ultima fatica: un libro edito nella collana “Strade Blu” per i tipi della Mondadori.

Giocato sulla ricchezza semantica di questo verbo, il titolo ci sembra contenere una precisa dichiarazione di intenti da parte dell’autrice: creare un orizzonte condiviso e condivisibile con le parole su un tema molto complesso quale è quello della maternità. Perché sapere non vuol dire soltanto “disporre di determinate cognizioni, nozioni, informazioni”; è un verbo che richiama, come recita il Devoto-Oli, anche significati nei quali prevale l’elemento affettivo della partecipazione e dell’esperienza diretta, o, semplicemente, della consapevolezza. “In un mondo sordomuto di vite blindate, dove ogni incontro ha il sapore di un miracolo”, l’autrice vuole ”mettersi in ascolto…. trovare la lunghezza d’onda dell’altro…. capire e perciò <<sapere>>”.

Un passaggio, questo, posto nell’introduzione, che delinea il filo conduttore, l’intimo principio di costruzione del testo: aprire una via di comunicazione con la singolarità di esperienze, con un sentire privato, con la vita “come è”, che spesso non coincide con la sua rappresentazione corale, pubblica e condivisa.

La voce narrante, che non cessa mai di intrecciarsi con l’altra/altro, è in piena consonanza con questa volontà di condivisione. L’uso frequente del “tu”, del “voi” “Quando ti dicono”…. “La conoscete?” Cosa vi siete persi”, può servire anche a risvegliare echi di vicinanza che possono far dire a chi legge: anch’io l’ho vissuto, l’ho sofferto, l’ho gioito. Concita scrive anche per me.

Ci troveremo di fronte a storie che narrano esperienze non da giudicare ma da ascoltare, presentate, dall’autrice, con l’empatia necessaria a dare visibilità alle molte “facce” del materno, e anche con la consapevolezza di dover fare i conti con l’enfatizzazione del materno, quel maternale perfetto così abbondantemente rappresentato nella nostra cultura.

Storie “fuori norma”, dunque: di madri adottive, come quella di Federica, che “l’istinto materno se lo devono costruire pezzo per pezzo”; o quella di Mercè Anglada che non si è mai sposata ma che ha fatto nascere più di diecimila bambini : “Ogni bambino che ho preso per le spalle, per i piedi, per un braccio, è stato un po’ anche mio”. Storie di donne che vivono nell’impegno continuo di assolvere bene il loro compito di madri, pur svolgendo un lavoro che le porta spesso fuori di casa: “In aeroporto e al telefono con loro…. Al congresso e al telefono con loro…. In treno e al telefono con loro”. Eccezioni dicono gli altri, storie “fuori spartito” che non corrispondono al quadretto agiografico della famiglia. Eccezioni, dice il coro, come    le storie di donne che hanno elaborato progetti di vita diversi, che si sono autodeterminate mettendo in crisi la logica del sistema patriarcale. Così ha fatto Maria Rosaria che ha deciso di essere una madre “single”, al di fuori della famiglia, Maria Rosaria che aspetta Ettore , “il figlio del bancomat”.

E lo scarto aumenta quando ci si addentra in un terreno doloroso come è quello delle madri che si uccidono o che uccidono i figli. Vite dissipate sulle quali l’autrice si china con la pietà di chi sa ascoltare l’angoscia, la depressione che prende tante madri dopo il parto, davanti ad una nuova vita che non è più “dentro” ma “fuori” e che bisogna sostenere. Intreccia la sua voce a quella dell’ideatore dei Maman Blues, (le cliniche dove si cura la tristezza delle madri), dell’anziano giudice in pensione, del pensionato di Lecco, che si firma A. C. per spostare giudizi, rivedere catalogazioni, suggerire dubbi laddove tutto sembra classificato “Se la gente fosse attrezzata a capire, ad accogliere, a proteggere: ecco, forse, qualche voragine si potrebbe evitare”.

Non succede a tutte le madri, succede a pochissime. Esistono, per contro, tante madri coraggiose: che affrontano la vita con volontà e determinazione, che non mollano la carriera, che accettano il figlio down come “una meraviglia di bambino, il bambino che ho sempre desiderato”, che continuano a vivere dopo la perdita dei figli.

Come le madri di Plaza de Mayo, le donne che, per trent’anni, hanno reclamato i loro figli sfidando senza temere l’arroganza violenta del potere. Le stesse che hanno camminato con le scarpe sformate da migliaia di chilometri avendo “un figlio nei piedi”.

Come Lesley McIntyre che, per quindici anni, è vissuta accanto alla figlia disabile, una bimba “nata per non vivere nemmeno qualche giorno- avevano detto i medici- perchè qualcosa nel suo corpo consumava i muscoli e la vita”. Lesley è rimasta sempre con lei, ha lottato perché Molly, questo era il nome della figlia, non venisse emarginata “La tragedia non è la malattia, è che viviamo in un mondo che non è attrezzato per dare un supporto a chi non ce la fa”.

E’ il tema ricorrente della solitudine a definire il timbro emotivo dell’opera, solitudine che deriva, spesso, dall’assenza di situazioni familiari e affettive solide (se non, addirittura, dalla violenza che si consuma tra le pareti domestiche),  ma anche dalla scarsa incisività di istituzioni pubbliche per la famiglia che sappiano nutrirsi di una sapienza concreta, condivisa e valorizzata che è quella della “cura”.

C’è paura e felicità, sfida e pienezza di vita in questa avventura rischiosa e inebriante che è la maternità. Un’avventura che l’autrice non tralascia di indagare costruendola anche sulle emozioni di un viaggio tra malinconiche ninne-nanne spagnole, che “cantano ai figli la fatica di portarne il peso”, tra testi di autori noti, o del tutto sconosciuti, Atxaga, Rodari, Astrid Lindgren, Jamie Lee Curtis, che passa, nell’epilogo, attraverso le suggestioni dei film di Almodovar.

E’ a Volver, una storia di madri intrepide, divertenti, folli, sagge, capaci di appiccare un incendio e di tornare a casa con i sacchi della spesa e cucinare per tutti, che Concita affida la conclusione del suo lavoro. Una metafora forte che supera lo stereotipo del “materno” a una dimensione e ce lo restituisce nella sua molteplicità

Jolanda Leccese

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