DARE FORMA AL SILENZIO

DARE FORMA AL SILENZIO

SCRITTI DI STORIA POLITICA DELLE DONNE

                                                                                                                                                                            Viella, Roma 2007, pp. 309, € 27

 

Anna Rossi-Doria è professore associato di Storia contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma “Tor Vergata”; è una voce che sempre più trova un proprio netto profilo negli studi della Storia della donne.

Nota per i suoi studi su “Antisemitismo e antifemminismo nella cultura positivistica”, per i suoi contributi a la “Storia della shoahvol. II, per le sue esperienze di insegnante presso il Centro Culturale Virginia Woolf, nelle Università di Modena e Bologna, nonché per la sua collaborazione a  riviste prestigiose: Memoria, Legendaria, Noi Donne, D.W.F., si presenta, ora, in libreria con il suo “Dare forma al silenzio”. Un silenzio che, come scrive nell’introduzione l’autrice, “malgrado i secolari stereotipi sul troppo parlare delle donne, è antico, profondo, tenace, per certi versi più ancora in età contemporanea che in età moderna, con una sola, grande eccezione: la letteratura”.

Pubblicata dalla casa editrice Viella, l’opera presenta scritti di storia della politica della donne che offrono, insieme a testi capitali, pagine inedite o meno frequentate e numerosi sussidi di informazione.

In Italia precisa l’autrice, questo genere di storia rinasce soprattutto sul tema dei “diritti di cittadinanza”, con una data ben precisa. Nel corso delle celebrazioni francesi del bicentenario della Rivoluzione, fu riscoperta la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges, valorizzata come prima denuncia della falsa universalità dei nuovi diritti e come prima formulazione di una specificità femminile nel rivendicare la stessa universalità.

Successivamente, “Il dilemma della cittadinanza” pubblicato da Laterza nel 1993, avviava, nel campo della Storia della donne, una serie di studi sulla cittadinanza e sui diritti delle donne che avrebbe determinato un ritorno generale della storia politica marginalizzata e minoritaria, fino ad allora, rispetto al fiorire di una storia sociale, culturale e religiosa.

L’autrice, che nell’introduzione si presenta come chi ha vissuto con entusiasmo l’esperienza del femminismo, nei collettivi, nelle manifestazioni, negli incontri nazionali, chiarisce, fin da principio, che la sua indagine non sarà la costruzione di una genealogia femminile (concetto dal quale dissente radicalmente), né una storia vittimista e rivendicativa ma una storia con tutte le sue complessità e contraddizioni, inserita in un contesto più ampio. Sarà una storia in cui l’esperienza del femminismo è, certamente, il fondamento della sua esperienza, la traccia sulla quale sono costruite le sue ipotesi teoriche sempre presentate, tuttavia, con il necessario distacco critico dalla materia trattata, conservando intatta la cornice metodologica e lo stile intellettuale che è proprio della disciplina.

Diviso in due sezioni, il libro presenta, nella prima, la ricostruzione di alcuni momenti della storia inglese, americana e italiana dell’800 e del 900, momenti in cui gruppi e associazioni di donne lottarono sia per accedere alla politica che per ridefinirla trovando parole nuove per dare, appunto, forma al silenzio.

Nella seconda sono raccolte relazioni introduttive ai seminari dei Centri Documentazione Donna e recensioni apparse su Riviste di Storia delle donne (Memoria-Noi Donne), riflessioni sulle proprie esperienze di insegnamento esposte in “Didattica e ricerca nella storia della donne”. Interessanti, a questo proposito, quelle relative al rapporto tra esperienza e conoscenza femminile: un’esperienza che, ribadisce più volte l’autrice, non deve ridursi alla pratica politica femminista né rinchiudersi nelle Università, ma deve, sempre, tener conto dell’esperienza e della conoscenza della maggioranza delle donne che non frequentano i luoghi del femminismo, che impiegano le loro energie in altri ambiti. Ricerca e divulgazione non devono, quindi, porsi su due piani gerarchici ma devono caricarsi del dovere di salvare dall’oblio le conquiste raggiunte; in una parola, aiutare il femminismo a sopravvivere.

Finalizzata, soprattutto, a questo scopo, ci appare la ricerca della storica che offre una rigorosa e utile ricostruzione di eventi attinti a documenti storici, accanto ad una galleria di nomi che hanno scandito le riflessioni e gli scontri ideologici della storia politica delle donne.

Nella ricostruzione della battaglia suffragista, in Inghilterra, per il diritto di voto, “La legislazione vittoriana sul lavoro delle donne” (il primo saggio del libro), significative si presentano le pagine in cui l’autrice ne individua le varie matrici culturali: da quella laica dei diritti universali che serve soprattutto a fondare la libertà delle singole donne (è questa la linea del femminismo che da Mary Wollstonecraft arriva a Mill e a Cady Stanton), a quella religiosa che si richiama ai valori femminili insiti nel concetto di woman’s sphere, preciso e forte soprattutto negli Stati Uniti intorno anni Venti e Trenta dell’Ottocento.

Sarà la scienza evoluzionista, alla fine del secolo, la terza matrice culturale cui il suffragismo si rifarà. Non certo per condividere il pensiero di Herbert Spencer[1] né le asserzioni indimostrate basate su contrapposizioni immodificabili del popolarissimo testo inglese di P. Geddes e J. A. Thompson[2], The Evolution of Sex del 1889. Quanto piuttosto per affermare la superiorità del sesso femminile adottando il linguaggio evoluzionista come elemento di forza, capovolgendo, quindi, il segno delle sue definizioni da negativo a positivo. Spiccano in questo contesto i nomi di Jane Addams, negli Stati Uniti e di Eleanor Rathbone in Inghilterra.

Spunti di grande interesse offrono le pagine dedicate ad una eredità nascosta, al dibattito politico delle donne nella Resistenza. Non solo umili e buone “staffette” pronte a portare messaggi, calze di lana e armi ai partigiani, per “istinto materno”, ma anche guidate da scelte più meditate, nel campo dell’assistenza alle popolazioni, nella protezione dei soldati in fuga dopo l’8 settembre in un coinvolgimento che, rovesciando il rapporto tradizionale di difesa delle donne da parte degli uomini diventa, molto spesso, una scelta politica.

Una storia, quella del femminismo, i cui elementi caratterizzanti e ricorrenti sono stati, e continuano ad essere, gli ostacoli frapposti all’affermazione dell’individualità delle donne (spesso all’interno degli stessi movimenti femminili) e, soprattutto la laboriosa e contraddittoria elaborazione dei concetti di uguaglianza e differenza, lo sforzo continuo di ridefinirne il rapporto in modo che uguaglianza non significhi uniformità e differenza non equivalga a gerarchia.

E’ quest’ultimo il motivo conduttore di due saggi sul suffragismo, “Le idee del suffragismo e “Individualità e anima collettiva nelle lotte per il suffragio”. Motivo che crea una ulteriore  continuità con il saggio “Ipotesi sulla storia del neofemminismo italiano” (un titolo che, come chiarisce la storica, indica che la storia del femminismo degli anni ’70 è ancora tutta da scrivere).

Che oggi si cerchi di tessere quel filo, a livello mondiale, è evidente anche nel saggio “Diritti delle donne come diritti umani” in cui viene ribadita la necessità di un universalismo di tipo nuovo in cui uguaglianza di diritti non appaia come una alternativa alla rivendicazione delle differenze. Una necessità per la quale si battono gruppi e reti femministe dentro e intorno all’ONU, una necessità su cui, lo sappiamo bene, si gioca una sfida cruciale non solo per la libertà delle donne ma per la democrazia.

E’ un patrimonio di ricerche e di esperienze quello che Anna Rossi-Doria ci consegna in questo libro; un patrimonio da difendere e da trasmettere nei tempi “inquieti” in cui stiamo vivendo. Tempi in cui, per la maggior parte dell’opinione pubblica, il femminismo è ormai un vago ricordo del passato; in cui sembra non faccia più testo una cultura che è vissuta nella sensibilità e nelle esperienze di tante donne e che ha dato luogo a nuove leggi, nuove istituzioni, nuovi comportamenti.

 

 

 

 

                                                                                                                                     Jolanda Leccese


[1] A lui risalgono alcuni dei concetti più influenti sul ruolo naturale della donna: l’affermazione, ad esempio, che esista un tasso di energie richieste dalla funzione riproduttiva per cui questa è danneggiata se le donne dedicano le loro energie ad eccessivi sforzi intellettuali; o quella che condanna ogni forma di individualismo femminile perché “gli interessi della specie devono prevalere sugli interessi dell’individuo”.

[2] Ecco alcune di queste asserzioni: “l’uomo pensa di più, la donna sente di più”; “quel che fu deciso tra i protozoi preistorici non può essere annullato da una legge del Parlamento”.

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