Fernanda Pivano

Fernanda Pivano

 DIARI(1917-1973)ed. Bompiani

 

Agli amici voglio bene, a tutti, con amore, con riconoscenza per

loro e umiltà per me, con disperato bisogno di essere tenuta per

mano e utopistico sogno di aiutarli con la mia speranza. Ma

alcuni mi affollano il cuore nelle notti in cui orribili mostri dagli

angoli della parete ridono delle mie inermi passioni. E allora

 

un quadrifoglio a te, Mister Papa, maestro di tutti

un quadrifoglio a te, ingiustamente infelice Pavese

un quadrifoglio a te, mio grande didatta Abbagnano

un quadrifoglio a te, creatore di solitudine pubblica Ginsberg

un quadrifoglio a te, nella disperazione della tua fulgida vita,

Kerouac

un quadrifoglio a te, poeta senza confini Gregory Corso

un quadrifoglio a te, pietoso maestro di umanità, Jay McInerney

un quadrifoglio a te, che leggi questo libro.

 

Questa bella pagina che vi proponiamo è tratta da “I Miei quadrifogli” , un libro-diario di Fernanda Pivano, edito, nel 2000, per i tipi della casa editrice Frassinelli.

L’occasione di parlare di questa “signora”, classe 1917, che vive a Milano, un appartamento fatto di libri,  ci viene offerta dalla pubblicazione dei suoi Diari , a cura di Enrico Rotelli e di Maria Rosa Bricchi (Bompiani). Moltissime sono le pagine in cui l’autrice ci racconta una storia che si articola lungo cinquant’anni, dal 1917 al 1973.

Profonda conoscitrice della cultura americana, specie quella degli anni Cinquanta e Sessanta, Fernanda Pivano ne ha favorito l’introduzione e la diffusione in Italia  in articoli, saggi e libri. Tra questi ricordiamo:

L’ altra America negli anni Sessanta; Viaggio americano;  Album americano; Poesia degli ultimi americani (in collaborazione con  il libraio Ted Wilentz, amico dei poeti del Greenwich).

Erudizione e sensibilità, analisi ed empatia convivono, senza difficoltà, in queste pagine che ci presentano una storia viva, le vicende della vita della scrittrice, dalla traduzione dell’antologia di Spoon River (era stato Pavese, suo professore, solo per un mese, perchè, poi, spedito al confino) alla tesi di laurea su Moby Dick di Mellville, passando per la traduzione di “Addio alle armi”, per la casa editrice Einaudi, fino ai lunghi soggiorni americani, a quelli parigini e all’amicizia con gli esponenti della Beat Generation. Sfilano in queste pagine, in un proliferante mosaico, i luoghi del Paese oggetto dei suoi amori: Harvard, Yale, Columbia, Puerto Rico, New York, Albuquerque, di cui fu cittadina onoraria. Ma, a occupare la scena, sono personaggi importanti, soprattutto scrittori, di cui è stata amica, molto spesso traduttrice: da Hemingway (Com’era azzurro il tuo mare, come lo avevi raccolto negli occhi e nel cuore, com’eri certo che non ti avrebbe tradito) a Jack Kerouac (“Il genio era Jack. Se parlavi con lui si apriva il cielo sulla tua testa), a Gregory Corso, (il più bravo come poeta), ad Allen Ginsberg, per fare solo qualche nome.

Chi ne ha  voluto sminuire l’importanza (Il Giornale, 2 aprile, 2000) ha scritto che Fernanda Pivano “non avrebbe altro merito che introdurre lacrimucce di nostalgia nelle antiche lettrici delle sue traduzioni”; perchè non ci sarebbe stato bisogno di promuovere la letteratura degli Stati Uniti in Italia “con tutta la forza della lingua, del cinema, dei dollari”. Parole  che si commentano da sole! E’ vero che fa parte dei rischi essere incompresi, ma una cosa è essere incompresi, un’altra sbeffeggiati.

Ci auguriamo che  questo riconoscimento che le viene tributato, suffragato dalle lodi di scrittori come Jay McInerney o Bret Easton Ellis, dell’importante editor Gary Fisketion, possa essere l’omaggio giustamente dovuto a questa donna affabile e spiritosa, a questa donna di cultura che ha affidato alla memoria pubblica la ricchezza dei suoi ricordi, il bilancio di una vita vissuta intensamente.

Fernanda Pivano, ha scritto Laura Lilli, nella sua recensione su La Repubblica, è stata un vero ponte umano tra la letteratura degli Stati Uniti e l’Italia, che usciva dalla guerra più povera e provinciale che mai, continuando magistralmente quanto Vittorini e Pavese avevano cominciato, osteggiati dal regime.

Credo che tutti coloro che amano la cultura le dovrebbero essere grati, com’è giusto esprimere gratitudine a Luciano Benetton, che ha salvato la biblioteca di Fernanda Pivano dal falò al quale sarebbe stata destinata dopo i rifiuti di sindaci e segretari di Milano come di Roma come di Novara, che l’avevano rifiutata perché occupava troppo spazio.

Jolanda Leccese

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