VIAGGIO NEL FUTURISMO, CON BENEDETTA E LE ALTRE

Nel centenario futurista, riteniamo possa essere utile far conoscere, o richiamare alla memoria, l’attività delle donne artiste che hanno accompagnato questo movimento e che molto spesso sono finite nella soffitta della Storia.

C’è, ancora, chi si stupisce che siano esistite futuriste con la e finale, nonostante i pioneristici studi di Claudia Salaris (Le futuriste. Donne e letteratura d’avanguardia in Italia, 1982), nonché quelli della critica d’arte Lea Vergine che si era posta sulle tracce di quel “continente abbandonato” che era stato il versante femminile della pittura del Novecento, dando ampio spazio, in una mostra dell’80, a quelle artiste il cui apporto al dibattito teorico e al patrimonio culturale ed estetico del futurismo aveva retto alla prospettiva storica.

L’altra metà dell’Avanguardia, era questo il titolo della mostra che avrebbe segnato uno spartiacque nella storia dell’arte, rompendo il rigido schema a senso unico che escludeva la creatività femminile nel campo delle arti figurative. Fu accompagnata da un catalogo, riproposto recentemente per i tipi de Il Saggiatore: ancora oggi la più importante e citata fonte di conoscenza e studio per le artiste di quel periodo.

Ad essa seguirà, quasi vent’anni dopo, il libro di due studiose, Mirella Bentivoglio e Franca Zoccoli, Le Futuriste italiane, recentemente riproposto (De Luca ed.).

Il Futurismo, fin dal primo Manifesto, aveva ribadito il proprio disprezzo per la donna. Scrive, a questo proposito, Giovanni Lista, che le pagine iniziali della favola gastro-allegorica “Roi Bombance”, a firma di Marinetti, dovrebbero essere citate per intero per illustrare come alle origini del Futurismo ci fosse l’ideologia addirittura medievale, oltre che criptofascista, del “tota mulier in utero”.

Eppure il movimento è stato un polo d’attrazione per molte donne che nel suo modernismo hanno visto, oltre che un modo per superare gli stilemi della tradizionale espressività femminile, anche una via d’uscita dai codici di comportamento acquisiti.

Fu Valentine de Saint-Point una tra le prime ad aderire al movimento. Autrice del Manifesto della Donna Futurista e del Manifesto Futurista della Lussuria del 1913, pur restando legata ad un’ideologia femminista profondamente reazionaria, seppe prendere posizione, anche a livello comportamentale, per una completa emancipazione erotica della donna.

Contemporaneamente Mina Loy (nascosta in tanti anagrammi del suo nome, Mina Lyo, Anim Yol), ricca ed eclettica artista inglese, designer, pittrice, scrittrice di poesie apprezzata da Pound ed Eliot, subì il fascino maschilista e guerrafondaio del movimento e dei suoi due leaders, Marinetti e Papini coi quali intrecciò un rapporto letterario ed amoroso.

Autrice di un radicale Feminist Manifesto, giudicata dal Sunday Times di New York l’emblema della “Donna Moderna”, abbandonerà, come Valentine, il Futurismo dopo la sua irregimentazione fascista.

Forse la celebrazione del centenario può essere utile per la riscoperta o, magari, la riedizione di opere di scrittrici e poetesse italiane come Laura Serra, Pina Bacci, Dina Cucini, Laura Ginanni che ha rivoluzionato la tradizionale scrittura al femminile con la creazione di una prosa cerebrale, insieme riflessiva e lirica.

O potrà aprire nuovi spazi per dare visibilità a pittrici di talento poco note. Ecco, tra queste, Benedetta (si firmerà sempre con il solo nome).

Benedetta Cappa, geniale ma schiva moglie e compagna d’avventura del leader Marinetti; di sicuro la voce più originale e robusta fra le tante voci di donne. Artista totale: scrittrice, pittrice (allieva di Balla), scenografa, sperimentatrice di metascritture futuriste e teorica d’arte, Benedetta è figura di spicco nell’ambiente culturale della Roma degli anni Venti-Trenta. Appassionata di discipline teosofiche, sostenitrice entusiasta della pedagogia montessoriana, contribuisce, insieme al marito, a fare della propria casa, in piazza Adriana, il centro ideale e organizzativo del Futurismo romano.

Capace di scrivere romanzi le cui protagoniste rifiutano di lasciarsi andare all’amore per timore di perdere la propria identità, oppure di ideare quadri in cui una tavolozza, dalle raffinate tinte pastello, serve per esaltare sulla tela il tema della velocità o quello del volo visto come metafora di una tensione interiore protesa verso i luoghi sconosciuti dell’oltre.

Di Benedetta, della sua opera di scrittrice, nonché di pittrice, si è già parlato, qualche anno fa sulle pagine di questa rivista (rispettivamente in Leggere Donna, n° 88, sett.-ott. 2000; n° 95, nov.-dic. 2001).

Il Futurismo sarà un polo d’attrazione anche per la folignate Leandra Cominazzini, la milanese Alma Fidora, la toscana Marisa Mori, le straniere, residenti in Italia, Rougena Zatkova, Edith von Haynau, che si firma con lo pseudonimo di Rosa Rosà.

Pittrici, come Benedetta, sono donne dinamiche che operano soprattutto nel periodo cosiddetto del Secondo Futurismo, frequentano circoli futuristi, partecipano a mostre aggiudicandosi premi, si occupano di moda, realizzano disegni per stoffe, copertine per libri, manifesti, e si interessano anche di altri settori: di ceramica e vetro dipinti. La loro attività ben si inserisce in quel programma di “ricostruzione futurista dell’universo”, esposto nel Manifesto di Balla e Depero, che estende l’intervento creativo dal limite tradizionale dell’opera singola allo spazio del vissuto quotidiano sia pubblico che privato.

Multiforme sarà anche l’attività di Rougena, compagna di Arturo Cappa, che spazia dalla costruzione di tavole tattili ad allestimenti di collage, sondando le possibilità combinatorie di oggetti di scarto, alla creazione di quadri in cui si riflettono le intime tensioni di stati d’animo.

È di Marisa Mori la firma sul Manifesto della II Quadriennale, a Roma, nel 1935; un’opera che si distingue per l’elegante cromatismo, per il libero e festoso incontro di colori timbrici, rossi, verdi e azzurri. Conoscere questa artista significa conoscere l’itinerario di una donna che, in un arco temporale molto ampio, si caratterizza per esperienze di vita e di lavoro molteplici: dall’esordio presso la Scuola di Felice Casorati, all’adesione, per quasi un decennio, ai modi della pittura futurista, al successivo, definitivo distacco dal movimento intorno agli anni Quaranta, e ancora agli interessi per la storia del costume che insegnerà, nel dopoguerra, a Firenze.

Non sarebbe fuor di luogo considerare i casi in cui l’iniziativa delle donne ha prodotto un intervento di valore storico. Fu una donna, Anita Malfatti, a introdurre ufficialmente, in Brasile, il verbo futurista. Ugualmente, a Mosca, Eudoxie Losseff apriva i suoi salotti per la declamazione dei poemi marinettiani.

La mostra, che si è appena inaugurata a Rovereto, dedicata alle Avanguardie a confronto, offre anche lo spunto per una riflessione sul ruolo di primissimo piano rivestito dalle artiste russe nel movimento futurista. Se ne potrebbe parlare in un prossimo intervento.

Jolanda Leccese

Pubblicato su Leggere-Donna n° 139, 2009, pag. 35

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