Georgia O’Keeffe

Roma, Palazzo Cipolla, 4 ottobre 2011-22 gennaio 2012

                                                                                 pubblicato si Leggendaria n° 91, gennaio 2012

“Dicono che le donne non possono essere grandi pittrici. Io non l’ho mai pensato. Io dipingevo e basta”.

Così si esprimeva Georgia O’Keeffe (origine irlandese) parlando della sua attività di pittrice. Queste parole, trascritte su una parete bianca, si leggono entrando a visitare la mostra a lei dedicata, a cura di B. Lynes. Siamo nelle sale del piano terra di Palazzo Cipolla a Roma ma, per una strana magia, percorriamo un tratto della Fifth Avenue ricostruita per l’occasione. È il numero 291 che attira la nostra attenzione.

Di qui incomincia il percorso della mostra che, nelle varie sezioni di cui si compone, evidenzia lo stretto rapporto tra pittura e luoghi in cui l’artista visse, grazie ad una scenografia che, adottando un linguaggio minimalista, ne esalta la semplice bellezza (operazione questa che non ha trovato molti consensi).

Al numero civico 291 si apriva la galleria di Alfred Stieglitz, fotografo di fama internazionale, uno dei principali sostenitori dell’arte moderna americana. Qui Stieglitz espose per la prima volta, nel 1916, un gruppo di disegni a carboncino eseguiti da Georgia, folgorato dalla loro imperiosa astrazione.

A quell’epoca Georgia ha già compiuto i suoi studi a New York presso l’Art Students League e, successivamente, in Virginia con A. Wesley Dow.

Nel 1917 Stieglitz le dedicherà una personale. Sarà questa per Georgia l’occasione per lasciare l’insegnamento di disegno in una oscura scuola media del Texas e giungere a New York. L’incontro con Stieglitz le cambia totalmente la vita. Si sposeranno nel 1924: un matrimonio che durerà, anche se spesso burrascoso, fino al 1946, anno della morte di Stieglitz.

Al suo fianco Georgia conoscerà pittori, critici e fotografi (A. Dove, J. Marin). Fanno parte della cerchia di Stieglitz che, influenzati dalle teorie di Kandinskj, condividono la volontà di astrarre e distillare l’essenza di un oggetto attraverso la semplificazione e la riduzione del dettaglio.

Oltre che moglie, Georgia sarà per Stieglitz la musa ispiratrice: la fotograferà per tutto il periodo della loro vita in comune, dalla nudità giovanile fino alla chiusura in abiti scuri dai quali emergono, imperiosi, i lineamenti duri, lo sguardo forte.

Esposte in mostra, le foto si affiancano ai primi lavori: ai carboncini degli anni ’10, alla serie dei nudi, alle rappresentazioni quasi astratte di Collina blu, di Stella della sera. A seguire la stagione di New York con la serie di taglienti sintesi dedicate alle strade della città. Osservate da prospettive estreme, con lo stesso scorcio che si potrebbe ottenere con una macchina fotografica orientata verso l’alto, le strade diventano canyon delimitate da forme di edifici a torre che si lanciano nel cielo della metropoli. È lo spirito di New York, l’essenza della città dell’ambizione che emerge in primo piano, non più lo scorcio pittoresco.

La stessa tecnica guida la nostra artista nel rappresentare foglie e fiori, ripresi in inquadrature estremamente ravvicinate, tagliate e frammentate, all’interno di una limitata profondità di campo che enfatizza i contorni e i colori. Calle bianche, bianche su fondo rosso; petunie rosa e viola, iris neri, come fotografati con un potentissimo zoom. Il colore sottolinea, certamente, l’impressione di solidità fisica ma diventa il mezzo espressivo più importante per evocare un umore e stimolare uno stato d’animo.

In questa prospettiva l’artista preferisce che siano guardati piuttosto che considerati simboli erotici, lettura da lei respinta con sdegno.

La stessa visione immaginifica sarà trasferita all’architettura e al monumentale paesaggio desertico del New Mexico. Qui comincerà, per Georgia, una seconda vita. Si trasferirà definitivamente ad Abiquiu, nel 1949, dopo la morte di Stieglitz. Affascinata dal drammatico paesaggio desertico, lo fisserà in molte sue tele al punto che la regione, da Espanola ad Abiquiu, è oggi chiamata “O’Keeffe Country”.

Colline rosse e gialle che, come un tempo i fiori, coprono spesso l’intero formato della tela, profili di costruzioni in primo piano che si sviluppano in senso verticale, teschi di cavalli. Sono le opere degli anni ’40-’50 presentate nell’ambiente in cui lavorava: lo studio di Ranchio de los Burros, ricostruito in mostra in tutti i particolari.

Negli anni ’70 le artiste femministe ne scoprono la forza e M.B. Edelson la celebra, conferendole il posto d’onore, nel suo poster che sostituisce a Gesù ed agli Apostoli una serie di artiste da Lee Krasner a Yoko Ono; si susseguono le retrospettive; fioccano le onorificenze e nel ’77 le sarà conferita la Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile.

Ormai Georgia è diventata un’icona dell’arte americana.

Si spegne quasi centenaria nel 1986 a Santa Fe (era nata nel 1887), e le sue ceneri verranno sparse per suo desiderio nella terra del New Mexico da lei tanto amata.

Jolanda Leccese

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