ARGENTO – FAÏENCE

Giosetta Fioroni alla G.N.A.M. di Roma (fino al 19 gennaio 2014)

pubblicato su Leggere-Donna n° 162, 2014

La Galleria Nazionale d’Arte Moderna dedica quest’anno, a Giosetta Fioroni, una mostra divisa in due parti: la prima intitolata Argento, l’altra presentata sotto il nome di Faïence.

Giosetta Fioroni (classe 1932), una delle più importanti artiste contemporanee, forse poco nota al grande pubblico, è stata la compagna di vita dello scrittore Goffredo Parise; iscritta all’Accademia di Belle Arti, ha avuto come professori G. Capogrossi e Toti Scialoia. Entrata con decisione nella gloriosa Scuola di Piazza del Popolo, il principale episodio italiano svoltosi in sinergia con la Pop statunitense, è stata al fianco di Schifano, Angeli, Festa, Ceroli, Pascali e, come loro, ha ricevuto l’etichetta di Italian Pop, pur situandosi in una relazione piuttosto indiretta con Andy Warhol e Roy Lichtenstein.

La sezione Argento, organizzata in collaborazione con il Drawing Center, a cura di Claire Gilman, è dedicata alla cosiddetta stagione dei “quadri d’argento”. Racconta il percorso dell’artista dagli esordi degli anni ’60 ai primi del ’70, attraverso più di ottanta opere: disegni, illustrazioni, riprodotti su tele o su carte, quadri realizzati con smalti colorati e argento. E’ l’argento, infatti, una caratteristica che identifica l’opera di questa artista e che si diversifica dal tutto nero di Burri o dal bianco totale di Twombly.

Prevalgono i ritratti ripresi da fotografie, giornali, riviste. I volti tra i soggetti preferiti: Ragazza TV (’64), Ragazza con gli occhiali (’65), appaiono come vaghe tracce di un ‘immagine che non si sa bene se stia per comparire o svanire.

Non mancano i paesaggi che risalgono agli anni ’70; come residui di ambienti ridotti a nebbie ed arie, presentano differenze tecniche ed esecutive nel colore come nel disegno.

Ma poi ecco la virata. L’artista, verso la fine degli anni ’60, ben comprende che è giunto il momento di rimpolpare la propria arte, di sostituire altro al vuoto rarefatto della stagione Pop.

Ecco allora che la seconda sezione della mostra introduce il visitatore in un altro mondo; un mondo in cui è la ceramica che diventa il metodo di elaborazione della realtà. Compaiono alla ribalta “teatrini della memoria”, costruiti in ceramica policroma. Formano un “tutto pieno” come forzieri gremiti di cari ricordi. Ricreano scene ricordate e viste di templi romani, l’emozione di un cuore fiammeggiante, si ispirano ai primi romanzi di Goffredo Parise, al grandissimo Arturo Martini (un teatrino del 1994 che ho conservato per me, afferma l’artista).

E, per concludere, ecco la serie dedicata ai Vestiti (2003-2013) lavorati nella bottega Gatti di Faenza. Campeggiano su una pedana, posta al centro della sala, “mossi nella creta e iperpittorici”. Li indossano figure femminili acefale e monche “ridotte all’evocazione più elementare del corpo femminile, la clessidra”. Sembrano perfettamente a proprio agio, sono ritte, in piedi, come bambole fermate sulla soglia di una sala da ballo o di un palcoscenico. Rappresentano eroine di storie e romanzi, dalla Ottilia di Gothe, alla Agathe di Musil, alla Lulù di Alben Berg, insieme a un metafisico Cappuccetto rosso, unico personaggio di una terribile fiaba.

Scivolano i colori su candidi tessuti perlacei, trine e bianchi falbalas contrastano con lucidi rossi di giubbetti e mantelline. Spiccano sul blu mantiglie d’argento; su un vestito colore del cielo romano si estende l’ombra di un collo di pelliccia nero. Ogni scultura contiene, grazie alla magia del colore, una storia brevissima e completa, racconta destini, stati d’animo ora tumultuosi ora malinconici.

Creando un nodo sottile tra materia e spirito, l’autrice sembra suggerire al visitatore di non fermarsi alla superficie, di andare al di là della concretezza dei corpi, di penetrare la materia per cogliere quelle che lei definisce “le varianti sentimentali, i “paesaggi interni” dell’anima.

Da Piazza del Popolo, scivolando attraverso quadri, collages, disegni, teatrini, sculture, ceramiche, fino ad oggi, superata la soglia degli ottanta anni, Giosetta resta un’artista autenticamente sperimentale che ha saputo tenere insieme l’arte e la vita con grande disinvoltura e leggerezza, con la sua squisita sensibilità di donna, “in piena competizione -è Renato Barilli ad affermarlo- con le durezze e le angolosità del mondo maschile”.

Jolanda Leccese