Gončarova

“L’immagine esteriore della Gončarova. La prima cosa: coraggio virile…La franchezza dei lineamenti e dello sguardo, la serietà- oh non severità- di tutta la fisionomia. Una persona che prende tutto sul serio. Quasi senza un sorriso, ma quando il sorriso c’è- incantevole”. Così Marina Cvetaeva scrive in un saggio biografico-critico, dedicato alla pittrice russa Natalija Gončarova da lei conosciuta, a Parigi, nel 1928. Quel sorriso incantevole, che tanto ha colpito la poetessa , è il sorriso che compare in una bella foto del 1910 che mostra la pittrice ventinovenne, con i capelli che le incorniciano il viso, raccolti sulla nuca, gli occhi teneri e profondi. Affascinante.

Pronipote della moglie del poeta A.Puskin, la Gončarova ha ricoperto un ruolo di primissimo piano in tutte le correnti pittoriche delle avanguardie russe dei primi del Novecento, ed ha saputo dare voce e corpo alla creatività femminile.

Nasce nel 1881, da una famiglia di architetti, a Negaevo, presso Tula, nel territorio del Nord della Grande Russia che comprende Mosca e S. Pietroburgo. Trasferitasi successivamente a Mosca, si iscrive all’Università ma, interrotti ben presto gli studi universitari, frequenta i corsi di scultura presso l’Istituto di pittura, scultura e architettura di Mosca. Decisivo, nel 1900, l’incontro con Michail Larionov, un vitale, esuberante giovane, figlio della Russia Meridionale, delle regioni che si estendono intorno al Mar Nero, dalla Moldavia all’Ucraina, promotore e teorico infaticabile e brillante del rinnovamento artistico russo. Natalija lascia per sempre la scultura e si dedica alla pittura.

Dalla formazione artistica in comune con Larionov alla convivenza il passo è breve. La loro è la prima delle numerose coppie di artisti dell’avanguardia russa, sicuramente la prima ad arrivare al successo. E se Larionov ricoprirà il ruolo incontrastato come leader, almeno fino al 1912-13, dei “pittori di sinistra”, Natalija saprà lavorare, al fianco del suo compagno, da pari a pari, senza sudditanze.

Nel corso di anni vertiginosi, dal 1905 al 1913, negli anni della estrema età zarista, contribuiscono a far conoscere l’arte francese contemporanea, portando per la prima volta in Russia le opere di Gauguin, Van Gogh, Cezanne, Matisse; organizzano e partecipano a mostre, creano un’associazione di artisti denominata “Fante di quadri”.

“Le strade sono i nostri pennelli, le piazze sono le nostre tavolozze…. Fuciliamo l’anticaglia con i pezzi da cento pollici delle nostre gole”. Così scriveva Majakovsky, nel 1912, in Schiaffo al gusto corrente, il manifesto del futurismo russo. Mestoli colorati all’occhiello, volti segnati da arabeschi di antichissima tradizione caucasica. Eccentriche vaghezze per stupire aristocratici e benpensanti. Natalija ostenta comportamenti trasgressivi, convive apertamente con Larionov, si esibisce con volto e seni dipinti e ama interagire con il pubblico in performance provocatorie che le guadagnano un successo incredibile e grande attenzione della stampa.

I suoi interessi, in pittura, spaziano, animati da una “fame” di esperienze, che la portano a tentare strade diverse, a pervenire ad esiti coraggiosamente eclettici: dal neoprimitivismo fascinoso delle scene campestri (La falciatura, La raccolta del fieno, Il ritorno dai campi), alle interpretazioni originali del Raggismo, teorizzato da Larionov (Signora con cappello, I gatti, Ritratto di Larionov),ai giochi di superfici frammentate, vivacemente colorate, in cui appare evidente il debito con cubismo e futurismo (Spagnola cubista, Vaso di fiori).

La sua poetica pittorica si esprime nella pluralità, lungo i percorsi fertili che attraversano arcaicità e modernità. Una “modernità” che, però, non cancella la preziosa eredità delle tradizioni indigene. L’artista difende e sostiene, spesso in polemica con i suoi stessi compagni d’avventura, la forza e la continuità dell’identità profondamente russa. Viaggia per le campagne, studiando il folklore e le icone. S’interessa alle diverse forme di arte applicata, dai pizzi ai ricami. In particolare alle stampe popolari, i lubki, xilografie monocrome o acquarellate, utilizzate dai cantastorie per le loro narrazioni o per illustrare testi di fiabe e leggende e li riproduce in alcuni dei più famosi almanacchi futuristi. Sono interessi che hanno radici nei ricordi indelebili dell’infanzia, trascorsa in campagna, nelle proprietà della nonna, dove iniziò a interessarsi ai costumi e alle usanze dei contadini, ma anche trovano motivazione nella nuova consapevolezza patriottica della ricchezza delle proprie tradizioni nazionali. Interessi che si rispecchiano nelle teorie elaborate dallo storico delle tradizioni artistiche popolari russe, Aleksandr Nekrasov, condivise da molti esponenti dell’avanguardia europea; si pensi a Kandinsky che, in quegli stessi anni, fa oggetto delle sue riflessioni il richiamo al folklore e al primitivismo, dandone ampia visibilità nell’Almanacco del Blaue Reiter.

Nel 1912 Kandinsky la invita, insieme a Larionov e a Majakovsky, a rappresentare la Russia nella seconda e ultima mostra del “Blaue Reiter”, inaugurata a Monaco il 12 febbraio. Denominata la “Mostra dell’arte del bianco e nero”presentava xilografie, lineografie, acqueforti e disegni, offrendo un panorama sorprendentemente completo degli indirizzi artistici contemporanei, dalla Russia alla Francia, alla Germania, alla Svizzera.

Ormai la Gončarova è artista di fama internazionale, una fama che si consolida, ulteriormente, nell’anno successivo, a Mosca dove allestisce la sua prima personale, con più di settecento opere che testimoniano la sua infaticabile attività. Presenta anche 57 schizzi per ricami, a dimostrazione di come ispirazione e ragioni radicali di cambiamento venissero cercate attingendo alle radici profonde della propria identità nazionale.

Il corso della sua vita sta per cambiare. Djaghilev, direttore creativo dei Balletti Russi, che è rimasto fortemente impressionato dalla mostra, la invita a realizzare i costumi e le scene di Le Coq d’or, di Rimskij-Korsakov, per la sua compagnia, a Parigi. La prima del 21 maggio 1914, a Parigi, è un successo. Evidenzia la portata rivoluzionaria delle teorie di Djaghilev, incentrate sulla forte accentuazione dei valori visivi. Conferma, altresì, il talento della Gončarova, come costumista e scenografa che, per quest’opera, ha recuperato tutto lo splendore del repertorio folklorico contadino e degli antichi costumi degli zar e dei boiardi. La sua prolifica ricchezza creativa sembra non esaurirsi mai. Si susseguono, a ritmo continuo, lavori per messe in scena e realizzazioni di costumi: dal Ventaglio di Goldoni, al Sadko, l’antica leggenda russa del menestrello di Novgorod e della bellissima principessa Volkhova , ai progetti di balletti con musiche spagnole (Triana, España, Rapsodie Espagnole), agli allestimenti più famosi di Les Noces di Stravinsky, Parigi 1923, e di L’Uccello di fuoco, Londra 1926.

Marina Cvetaeva distingue l’opera dell’artista in due fasi, la “Russia” e il “Dopo Russia”, segnata, quest’ultima, dalla decisione di vivere in Francia (diventerà cittadina francese nel 1938), di collaborare con Djaghilev e i suoi Balletti, di concentrarsi nell’attività di scenografa. “ Un’attività impegnativa che – scrive Richard Peduzzi, direttore dell’Accademia di Francia a Roma,- “collega” il cielo e la terra: soltanto la natura può organizzare da sola il suo spazio, e quando l’uomo vi si cimenta, lo fa al prezzo di una tale fatica che posso capire come alcuni non siano in grado di sopportarla a lungo”. Non sembra questo il caso della Gončarova che continuerà l’attività di scenografa, anche dopo la morte di Djaghilev (1929) fino al 1956. E mentre continua l’attività di scenografa e costumista, si mette alla prova con un lavoro nuovo per lei, quello di decoratrice di interni e personalizza l’ingresso dell’abitazione parigina del direttore d’orchestra S. Kusevickij con ben 11 pannelli sul tema del balletto. Produce illustrazioni per libri e non smette di dipingere trovando nuova ispirazione nell’arte popolare spagnola scoperta nel 1916, in occasione di un viaggio in Spagna. Nasce il ciclo delle Spagnole, di impianto decisamente cubista, in cui il tema della donna spagnola, chiusa nella mantilla, trova diverse declinazioni nell’uso del colore: dai toni nero-bruno chiaro-grigio-marrone della Spagnola in grigio, alle esplosioni di rossi-azzurri-gialli dei variopinti costumi iberici Danzatrice Spagnola n° 1.

Intanto, nel 1919, si stabilisce, insieme a Larionov, con cui si sposerà soltanto nel 1955, a Parigi, in rue de Seine (oggi rue Jaques Callot) e questa sarà la sua residenza definitiva. La Parigi in cui si trova a vivere è una città internazionale, un crocevia culturale che strega intere generazioni di artisti provenienti dall’Europa e dalle Americhe. E’la Parigi mondana dove il sarto Paul Poiret veste Peggy Guggenheim e Tarsila do Amaral, dove Sonia Delaunay ha aperto il suo Atelier Simultanè dando un nuovo impulso alla moda e all’arredamento. Qui Larionov e Gončarova incontrano il poeta georgiano Iliasz Zdanevic, inventore del linguaggio zaum, che crea l’Association Tchérez intorno alla quale si raccolgono scrittori e artisti russi residenti a Parigi.

Poco interessata a promuovere la vendita dei suoi dipinti né ad apparire sulla scena artistica parigina, la pittrice sarà messa in disparte dalla critica ufficiale dopo la morte di Djaghilev.

Muore a Parigi nel 1962. Un anno prima della sua morte il British Art Council dedica a lei e a Larionov una retrospettiva che comprende, oltre ai dipinti, anche i disegni per scenografie. Da quella data la sua presenza alle esposizioni internazionali si fa pressochè costante. Memorabile resta la mostra di Venezia (Collezione Peggy Guggenheim , 2000) che offrì ricchi spunti di riflessione sul ruolo di primissimo piano, rivestito dalle donne negli anni delle avanguardie russe:.Alexandra Ekster , Varvara Stepanova, Nadežda Udal’cova, Ljubov Popova, Olga Rožanova. Sono le magnifiche Amazzoni, (così battezzate da un poeta del loro tempo), le artiste che seppero creare opere di grande forza e intensità, lo sfondo mitico e coraggioso su cui la Gončarova emerge quale apripista sia per l’età che per lo spirito ribelle.

L’ultima mostra, in ordine di tempo, l’esposizione al Mart di Rovereto “La danza delle Avanguardie” (cfr. Leggere-Donna, n° 121, marzo-aprile 2006), consente di osservare da vicino il percorso, forse, meno conosciuto della Gončarova, quello di scenografa e costumista. Una scelta di bozzetti, costumi, scenografie provenienti dalle collezioni di musei e gallerie d’Europa, prima fra tutti la Galleria Tretjakov di Mosca che raccoglie il meglio della pittura russa dal secondo 800 in poi. Acquerelli, guache, tempere, carboncini, costumi testimoniano il periodo dell’attività creativa dal 1913 al 1926, un mondo in cui si dispiega, come scrisse Apollinaire, “il sontuoso tesoro di forme e di colori che solo l’Oriente aveva potuto regalarle”.

Jolanda Leccese

Pubblicato su Leggere-Donna n° 122, 2006, pp. 35-36

Annunci