GRACE HARTIGAN E LA NUOVA PITTURA AMERICANA

COLLEZIONE PEGGY GUGGENHEIM: ARCA, CHIESA DI SAN MARCO, VERCELLI 21.11.2008-1.3.2009

Come travolti da un tornado di energie, di dinamismo, di colori accesi che sembrano esplodere verso i margini al di fuori della tela, così ci siamo sentiti muovendoci nelle sale della bellissima ex-chiesa dugentesca di San Marco, a Vercelli. Qui Luca Massimo Barbero ha allestito una splendida mostra dedicata a “Peggy Guggenheim e la nuova pittura americana” a quegli artisti che Peggy Guggenheim fece conoscere al pubblico, negli anni compresi fra il 1943 e il 1947, nella sua galleria di New York “Art of this Century” e, successivamente, nelle mostre organizzate al suo rientro in Europa. Oltre cinquanta opere concesse in prestito dalle collezioni veneziane e newyorchesi dei musei Guggenheim (Cat. Giunti).

Abbiamo usato, non a caso, il termine “tornado”, mutuandolo dal titolo di un’opera del critico d’arte Germano Celant “Tornado americano”, data recentemente alle stampe, per sottolineare la forza innovatrice e creatrice di una delle avanguardie più caratterizzanti dell’epoca moderna che si impegnò a ridefinire il contenuto dell’arte e le sue componenti di critica e consapevolezza sociale, sviluppando una serie di tecniche e formati innovativi.

Parliamo dei protagonisti della prima generazione della nuova pittura americana, come Still, Rothko, Pollock, Gorky, Baziotes, de Kooning, Pousette-Dart, Motherwell, Gottlieb, Franz Kline, che fecero parte del gruppo de “Gli Irascibili”, spesso considerati il nucleo fondante della pittura astratta americana, ma anche Marca Relli, Tworkov, Hofmann, Francis, Seliger, Morris Louis, William Congdon, Grace Hartigan.

Sarebbero diventati, pur nei limiti delle diversità individuali della propria produzione, un movimento denominato “espressionismo astratto”, con un termine usato per la prima volta, nel 1917 da Apollinaire riguardo a Kandinsky e poi, ancora, da Robert Coates nel 1947. Un movimento che conoscerà diverse evoluzioni pittoriche: verso il color field (a campi di colore – Rothko ne fu uno dei principali protagonisti); verso l’action panting, la pittura d’azione, con una definizione di Harold Rosemberg, fino alla tecnica del dripping (gocciolamento) che ne costituisce il passo estremo più vistoso.

Diverse sono le chiavi di lettura che questa mostra ha offerto; prima, fra tutte, quella che consente di percepire la crescita potente e polifonica di diverse personalità.

Star della mostra è stato certamente Pollock. Presente con ben sedici opere utili a fornire una visione complessiva dell’attività di questo artista così difficile da sintetizzare con una semplice formula (si è spesso atteggiato a rude pioniere del Wyoming anche se il suo background era assai più colto di quanto facesse intendere): dagli esordi legati all’immaginario surreale, alla graduale eliminazione di ogni residuo figurale, all’utilizzo della tecnica del dripping.

Non sono stati certo di secondaria importanza gli europei americanizzati: il tedesco Hans Hofmann, l’armeno Arschile Gorky, il polacco Jack Tworkov, l’olandese Willem de Kooning (il “re”, in olandese), considerato l’action pointer per eccellenza da Harold Rosemberg, presente con quadri dalla luminosità cromatica sempre più esplosiva, ad effetto di pittura all over (letteralmente dappertutto) che arriva a coprire l’intera superficie.

Parallele al percorso della vita sono state presentate le opere di Marc Rothko, dalle tecniche e iconografie di matrice surrealista alle graduali evoluzioni verso larghe ed evocative stesure cromatiche che ne fanno uno dei principali protagonisti della pittura color field: dalle esplosioni di colori di viola, giallo, rosso ai cosiddetti Dipinti neri, sul tema dell’incombere della morte che condurrà l’artista al suicidio, nel 1970.

Un’ansia esistenziale che diventa epocale in “Elogio per la Repubblica Spagnola” di Robert Motherwell, in cui il colore nero, che si alterna tra forme ovali e bande verticali, diventa simbolo della sofferenza umana causata dalla guerra; un’ansia che si ripropone nell’intensa densità materica di “L’Atomo un mondo nuovo” di Pousette-Dart, in cui è evidente la coscienza della mortalità connessa alle potenzialità distruttrici dell’atomica.

Un interessante incontro, per chi ancora non la conoscesse, la mostra ha offerto con Grace Hartigan, un’americana del New Jersey, classe 1922. La sua “Irlanda” un olio su tela di grande formato, insieme a “Elogio per la Repubblica Spagnola” e a “Sarabanda” di Morris Louis, orchestra, in un grandioso finale, la conclusione della mostra.

L’opera, che fu acquistata da Peggy Guggheneim nel 1959, fa parte di una serie di lavori legati all’esperienza dei viaggi, compiuti dall’artista in Europa, e si caratterizza per le sue cromie intense, per la sua spazialità dilatata: evocazione, più che rappresentazione, del luogo.

L’abbiamo ammirata, recentemente in Italia, in occasione della mostra collettiva “Action Painting. Arte Americana 1940-1970” allestita a Modena dal novembre 2004 al febbraio 2005.

Grace Hartigan, l’unica donna tra i diciassette artisti scelti per partecipare, tra il 1958 e il 1959, alla prestigiosa mostra “The New American Painting”, è stata insegnante al Maryland Institute College of Art dove ha diretto il Graduate Program di pittura.

Temi ricorrenti nella sua produzione, come in quella di altri espressionisti dell’epoca, le grandi realtà urbane degli Stati Uniti rappresentate attraverso figurazioni completamente risolte in superficie, senza illusione di profondità o sviluppo narrativo.

Grace Hartigan è scomparsa qualche settimana dopo l’inaugurazione della mostra a Vercelli. Di sé ha lasciato scritto: “Desidero un’arte che non sia né astratta né realistica”. Parole che sembrano rendere omaggio all’arte di Willem de Kooning, che fu per lei un notevole punto di riferimento.

È stata questa di Vercelli la seconda tappa di un progetto triennale che si propone di rileggere la vita di Peggy attraverso la sua raccolta, i suoi artisti; la seconda tappa dopo l’esordio dello scorso anno, dedicato al Surrealismo “Peggy Guggenheim e l’immaginario surrealista”.

Entrambe hanno offerto una seconda chiave di lettura finalizzata ad evidenziare l’impegno culturale di questa straordinaria collezionista e mecenate quale è stata Peggy Guggenheim. Instancabile e generosa nel promuovere la conoscenza degli sviluppi più recenti dell’arte moderna non solo attraverso l’organizzazione di mostre ma anche attraverso un vasto, seppure poco conosciuto, programma di donazioni di opere di molti artisti (circa settanta) a collezioni pubbliche importanti.

Quando si scrive di Peggy è importante ascoltare il proprio istinto. Non ascoltare i critici. Cosa ne sanno? Quello che si dovrebbe dire di Peggy è semplicemente che lo ha fatto. Che, a prescindere dalle motivazioni, lei l’ha fatto”. Con queste parole Lee Krasner definiva questa donna che ha avuto un ruolo importante nella storia dell’arte del XX secolo.

Jolanda Leccese

Pubblicato su Leggere-Donna n° 140, 2009, pag. 39