Ipazia

Perché parliamo di Ipazia?

Perché Ipazia è stata una grande scienziata vissuta, ad Alessandria, fra la fine del IV e l’inizio del V sec. d. C., al tempo dell’imperatore d’Oriente Arcadio e di suo figlio Teodosio II.

Matematica, fisica, astronoma, filosofa, erede di quella scuola alessandrina, la più importante comunità scientifica della storia, dove avevano studiato Archimede, Aristarco di Samo, Euclide, Tolomeo, una scuola che aveva raggiunto vette altissimi, soprattutto nel campo scientifico.

Eppure la sua figura è una di quelle che potremmo definire “perdute nella storia”, come quella di Nicobule, storica di Alessandro Magno, di Zenobia regina di Palmira, di Panfila vissuta nel I sec. d. C.. Figure che evidenziano la mancanza di attenzione e di considerazione della cultura ufficiale verso donne che andrebbero riconosciute come illustri e alle quali dovrebbe essere dato ampio rilievo.

Infatti, se scorriamo i manuali di storia della filosofia o di storia della matematica e dell’astronomia, o non troveremo il suo nome o poche righe che ci informano della sua esistenza, peraltro non autonoma ma in quanto figlia del matematico Teone, senza che nulla venga detto sul contributo da lei dato alle scienze e al sapere.

Sì, perché la scienza è stata per secoli considerata appannaggio esclusivo del mondo maschile. Ancora nel 1700, nel secolo dei Lumi, a un’italiana, la milanese Maria Gaetana Agnesi, famosa per i suoi trattati sulle tangenti e sulle curve, molte istituzioni accademiche, compresa quella di Francia, rifiutarono un posto come ricercatrice. E ancora Sophie Germain, studiosa del calcolo infinitesimale, dovette assumere l’identità di un uomo per poter continuare i suoi studi. E se ci spostiamo nei nell’800, vediamo che l’ingresso della studiosa di matematica svedese Sofia Kovaleskaja, fu così commentato dallo scrittore August Strindberg “Una femmina professore di matematica è un fenomeno pernicioso e sgradevole, persino si potrebbe definire una mostruosità”.

Ma torniamo a Ipazia e vediamo quale è stato il suo contributo.

Sappiamo dalle fonti che scrisse un commento di ben tredici volumi sull’aritmetica di Diofanto considerato il padre dell’algebra.

un trattato di otto volumi sulle coniche di Apollonio di Perga

che aveva studiato le orbite dei pianeti.

che aveva curato un commentario all’Almagesto di Tolomeo, un poderoso

trattato di astronomia.

Si, perché Ipazia non fu solo una matematica ma anche studiosa di astronomia, apprezzata studiosa del moto degli astri se è vero che Filostorgio, uno storico della chiesa, dunque non una fonte di parte, ma anche esperto di astronomia scrive che “ella divenne molto migliore del maestro, particolarmente nell’astronomia”.

Ecco come di lei parla il poeta Pallada in un epigramma:

Quando ti vedo mi prostro davanti a te e alle tue parole,

infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto,

Ipazia sacra, bellezza delle parole,

astro incontaminato della sapiente cultura”.

È proprio il terzo verso in cui si concentra tutto il senso dell’attività di Ipazia ad indicare l’amore per l’astronomia.

Dunque Ipazia ha tutte le carte in regola per succedere al padre nell’insegnamento al Mouseion, il famoso centro filosofico e scientifico di Alessandria.

Qui Ipazia insegnava matematica, astronomia, meccanica, scriveva testi per i suoi studenti.

L’aspetto più interessante della sua ricerca è rappresentato dal fatto che, probabilmente, fu la prima a capire l’importanza della sperimentazione. Infatti tra le sue attività c’è anche la progettazione e costruzione di strumenti come l’astrolabio, l’idrometro, se non realizzati da lei, sicuramente dagli allievi su suo disegno.

Nella scuola Ipazia insegna anche filosofia. A proposito della filosofia, non possiamo dire che Ipazia abbia dato via ad un sistema filosofico originale, sappiamo che fu maestra di filosofia neoplatonica, una disciplina in cui convergevano anche studi di matematica e di geometria. Sappiamo inoltre dalle fonti che era giunta a tanta cultura da superare di molto tutti i filosofi del suo tempo, che “non si accontentò del sapere che viene attraverso le scienze matematiche cui era stata introdotta dal padre, ma si dedicò alle altre scienze filosofiche” (Damascio, fine del V secolo).

Eccola, alla fine di una giornata di studio e di ricerca, gettarsi sulle spalle il tribon, il mantello dei filosofi, ed andare per le strade della città a spiegare pubblicamente a chiunque volesse ascoltarla, Platone o Aristotele o le opere di qualsiasi altro filosofo.

Atto di formidabile rottura e di consapevole coraggio, questo di Ipazia che si autorizza da sé alla parola, alla libertà di parola e all’insegnamento.

Atto ancora più significativo se si pensa che Ipazia non aveva alle spalle una tradizione consolidata di maestre filosofe (eccezione fatta per la pitagorica Teano).

E questo fa di lei una figura esemplare non solo ai nostri occhi ma anche nella percezione dei suoi contemporanei vista la popolarità di cui godeva in vita.

Una popolarità che mal si conciliava con la concezione del ruolo della donna quale si veniva elaborando negli anni in cui Ipazia si trovò a vivere, a cominciare da concili di Cartagine.

Sono gli anni in cui Giovanni Crisostomo, vescovo di Costantinopoli nel 398 d.C. Esprime le sue idee sull’inferiorità delle donne che “portano il marchio di Eva, inclini dunque alla disobbedienza, alla superficialità, alla malizia”.

Sono questi gli anni in cui assistiamo all’affermarsi della religione cristiana, iniziata con l’editto di tolleranza di Costantino (312) e culminata, nel 380, con l’editto di Teodosio che vieta i culti pagani e proclama la religione cristiana, religione di Stato.

È iniziata, come afferma Luciano Canfora, la fase tombale del paganesimo.

Negli anni successivi a questa data, assistiamo ad uno scatenamento anti-pagano senza precedenti nella città di Alessandria.

Viene bruciato, nel 391, il Serapeo, il tempio dedicato a Giove Serapide e, con esso, la biblioteca che custodiva tanti libri, istituita da Tolomeo Filadelfo nel III secolo a.C.. Sarà il vescovo Teofilo in persona a dare inizio alle ostilità con il primo colpo di piccone alla statua di Giove.

È questa una delle tante tappe nella storia infinita dei roghi e delle distruzioni delle biblioteche: dai tempi del saccheggio della biblioteca di Tebe nel 1358 a.C., voluta da Akhenaton, passando attraverso le distruzioni operate da Saladino per cancellare le tracce degli Sciiti, ai roghi dei nazisti fino a quelli di Bagdad del 2003.

Sono i Livres en feu (è il titolo di un libro di Lucien Palastron) che mostrano i mille volti della barbarie.

Nello specifico della situazione che stiamo analizzando, l’incendio della biblioteca simboleggia la volontà di distruzione di una cultura alla quale anche Ipazia appartiene e che ella è intenzionata a difendere e a diffondere.

Nessuna fonte attesta il comportamento di Ipazia in quelle drammatiche vicende né il suo rapporto con il vescovo Teofilo. Sappiamo, per certo, che il risalto che Ipazia ottiene, con la sua personalità, è immediatamente successivo a questi fatti.

Ecco cosa dicono le fonti “Per la magnifica libertà di parola e di azione che le veniva dalla sua cultura, accedeva in modo assennato al cospetto dei capi che, ogni volta che si prendevano carico delle questioni pubbliche, erano soliti recarsi prima da lei. Infatti a causa della sua straordinaria saggezza tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale”.

Certo il prestigio conquistato da Ipazia è eminentemente culturale ma finisce col diventare importante anche in campo politico se a rispettarla e ad ossequiarla c’è Oreste, il prafectus augustalis, la massima autorità della città che giunto ad Alessandria, prima ancora di recarsi a visitare il magister militiae, prima ancora di recarsi a visitare il vescovo, era andato a salutare Ipazia.

Ipazia sarà la vittima non solo di quel clima di instabilità che caratterizza l’instaurarsi del cristianesimo nella vita e nelle strutture cittadine del tardo impero romano, ma anche vittima della lotta di potere tra la classe dirigente locale e la nuova burocrazia ecclesiale.

In particolare, per quanto riguarda la situazione in Alessandria, Ipazia sarà la vittima anche dei contrasti esistenti tra il prefetto Oreste e il vescovo Cirillo che è succeduto, nel 412, allo zio Teofilo, nella carica di vescovo di Alessandria e che può contare su un esercito di monaci fanatici, i parabolani, che costituiscono una sorta di milizia privata del vescovo.

L’occasione sarà offerta dal ferimento di Oreste da parte di questi monaci fanatici per aver egli punito un seguace di Cirillo. Oreste reagirà mandandolo a morte.

È in questo clima di tensione che matura la fine di Ipazia. Si farà intendere che è proprio Ipazia a opporsi alla riconciliazione tra Oreste e Cirillo; Ipazia verrà anche accusata di aver sedotto il governatore con le sue arti magiche.

È questa la tecnica della provocazione allusiva, così ben definita dallo storico Gibbon, vale a dire l’incitazione alla violenza tenendo, però, formalmente estranea l’autorità ai singoli atti criminali.

I presupposti per un’azione punitiva di massa ci sono tutti.

Era la quaresima del 415.

Fu avvicinata da alcuni monaci, strattonata giù dal carro, denudata, lapidata a colpi di tegole, ferita da conchiglie affilate, tagliata a pezzi e infine bruciata”.

Prima di ucciderla le cavarono gli occhi dalle orbite.

Responsabile diretto fu il lettore Pietro, un monaco. Ma non si escludono responsabilità anche del vescovo Cirillo.

Ci fu un’inchiesta ordinata dall’imperatore Teodosio II che però fu subito insabbiata. L’unico risultato fu che i temuti monaci parabolani furono posti sotto l’autorità del prefetto.

Muore così Ipazia “l’ultimo fiore meraviglioso della gentilezza e della sapienza ellenica” come la definirà Pascal.

I suoi libri furono bruciati, i discepoli si dispersero e di loro, del loro pensiero, nulla è rimasto.

Ci è rimasto, però, l’esempio di una donna che non ha mai smesso di credere nella capacità e nella forza della ragione, unico terreno comune a tutti gli esseri umani. In nome della ragione non accettò mai di farsi comprare o sottomettere dalle logiche di potere rimanendo fedele a se stessa con una forza e una fierezza sorprendenti degne di essere prese ad esempio allora ma soprattutto oggi nei momenti in cui assistiamo ai processi di cretinizzazione della donna.

Jolanda Leccese